4 Impromptus D. 889.

Sul dolore cronico, parte prima.

Stardust Mamy* ha condiviso un mio post nel quale, ricollegandomi al concetto di “leggerezza” di Calvino, riflettevo sul modo migliore per parlare del dolore e sul fatto che, a volte, non sappiamo come affrontarlo. Dopo aver letto il mio post, lei ha scritto a sua volta, parlando del suo vissuto e della sua esperienza con il dolore cronico. Mentre leggevo quello che ha scritto, mi è scesa qualche lacrima perché ho ripensato alla mia di esperienza. Non soffro e non ho sofferto di dolore cronico ma per sei anni della mia vita, ho avuto accanto una persona che ci ha combattuto.
Il suo dolore non è legato ad una patologia particolare ma ad una articolazione operata più volte che ha deciso di non concedere pace. L’evento scatenante è avvenuto durante la nostra prima vacanza, il primo anno in cui eravamo insieme. La problematica era già presente ma per tanti anni è stata poco capita e mal gestita.
Questo evento scatenante ha portato un’infinità di dottori, di visite mediche e qualche intervento chirurgico (di dubbio successo). Si è entrati in un vortice senza via di uscita, nel quale, invece di trovare sollievo, si andava sempre più giù. La situazione, con il passare del tempo, non è mai migliorata.
Quel dolore, a furia di martellare, non è più stato un dolore solo fisico ma è diventato un dolore anche psicologico. Perché se stai male fisicamente, tutto il tuo mondo e la percezione che hai della tua vita cambia. Impari a leggere la realtà che ti circonda con altri occhi, non con gli occhi della speranza ma con gli occhi della disperazione. L’unica cosa che vuoi veramente è stare bene, l’unica cosa che vuoi fare è uscirne in qualche modo, a tutti i costi. Sei totalmente schiavo del tuo dolore che diventa un compagno di vita, un’ombra nera che sta sempre lì con te, giorno dopo giorno. Non riesci a vedere il tuo futuro, ad avere dei progetti perché, nel tuo futuro, vedi solo dolore.
La domanda che più di tutte mi veniva fatta era: “E. ma alla fine starò bene? Ma questo è il percorso giusto? Ma ne uscirò?” Io mi ritrovavo a dire di si ma dentro di me ero la prima a non esserne convinta. Perché anche io, come lui, ero dentro la spirale del dolore, e anche io, come lui, non sapevo come gestire gli eventi e la situazione e spesso avevo come la sensazione che veramente non ci fosse via di uscita. Nonostante tutto, si provava comunque a vivere di piccole speranze “perché oggi sono stato meglio”.
In questi anni, entrambi abbiamo provato a portare avanti la nostra vita come potevamo. Io dopo la laurea ho cominciato a lavorare, un lavoro che mi porta a stare cinque giorni a settimana, dalla mattina alla sera, fuori casa (spesso fuori Roma, a volte su altri fusi orari). Io andavo a lavorare e mi sentivo in colpa per non essere presente alle visite mediche. A volte, mentre ero a lavoro, mi chiamava perché si sentiva male e io ero costretta a dirgli che, in quel momento, non potevo parlare. A volte, presa da me stessa, qualche visita me la sono pure scordata, perché era un continuo di dottori e non sempre riuscivo a ricordarmi tutto.
A volte di quel dolore non ne potevo proprio più, volevo solo che scomparisse e come lui, anche io sono arrivata ad esserne sopraffatta. Perché, dopo il mio lavoro, cominciava il momento del dolore, anche io ero chiamata ad affrontarlo giorno dopo giorno. Il tempo libero non era mai veramente libero, era il dolore a decidere cosa si poteva fare. Il dolore decideva anche cosa lui (e quindi io) potevamo mangiare.
Nessuno ti insegna quale sia il modo migliore per stare accanto ad una persona che soffre di dolore cronico, non è una cosa che impari sui libri di scuola. Nessuno ti insegna a quanta parte di te è giusto che tu rinunci per aiutare l’altro a rimanere a galla. Nessuno ti insegna a quanta parte di te invece non puoi rinunciare, perché in qualche modo, la tua vita la devi portare avanti. Perché il dolore non può fermare te, l’altro e il mondo.
Una delle cose che mi ha sempre mandato “ai matti” è stata la mia totale impotenza davanti a quel dolore. Sono una persona pratica, davanti ai problemi voglio trovare una soluzione. Quel dolore però mi ha completamente immobilizzato, io non avevo alcun potere e non ero in grado di fare nulla.
A volte ho fatto finta che quel dolore non ci fosse, che non esistesse realmente perché la voragine del dolore è scura e profonda e fa troppo male anche solo guardarla. Quando dormivo da sola, mi ritrovavo spesso a pensare a quel dolore e vedevo solo un grande buco nero. Avvertivo la sofferenza dell’altro, la sentivo sotto la mia pelle come un brivido ghiacciato. Quel brivido era così forte, nero e profondo che cercavo di eliminare subito quell’immagine dalla mia testa, non poteva essere vero, non doveva essere vero. Quando dormivamo insieme, a volte mi mettevo ad osservare l’altro, il suo profilo. Mi sembrava che l’unico momento di pace che gli fosse concesso era quando riusciva a dormire.
Il dolore è doloroso da accettare. Ti costringe a subire in silenzio e in quel subire non c’è giustizia. Spesso mi chiedeva: “E. ma perché è capitato proprio a me?” e io che ho sempre una risposta per tutto, rimanevo a bocca aperta, non riuscendo a dire niente. Ho assistito impotente alla degenerazione dell’altro nel fisico e nei pensieri, alla mia degenerazione, alla degenerazione dei nostri sogni.
Nell’ultimo periodo passato insieme ho provato, nel mio piccolo, ad aiutare in modo “pratico”, ero stanca, logora e arrabbiata con quel dolore. Avevo cercato di costruire un dialogo utile con i suoi medici e i suoi parenti, volevo dare vita ad una “rete umana di protezione” perché io non potevo essere sempre presente e volevo delle risposte valide e concrete, non si poteva continuare a soffrire in quel modo.
Mentre lui soffriva e io e la sua famiglia con lui, tutti i suoi medici gli dicevano, che, nonostante il dolore provato, non poteva rinunciare a se stesso e non poteva lasciarsi andare. Doveva sforzarsi di mantenere la sua normalità fatta di abitudini e di cose che gli piaceva fare. Io ero d’accordo con questa visione, bisognava sempre combattere ed essere più forti di quel dolore. Però mi rendevo conto che, ad un ragazzo che si sveglia la mattina e che non sa come andrà la sua giornata perché “anche stanotte non ho dormito, mi ha fatto molto male”, come fai a dirgli di continuare a fare quello che ha sempre fatto? Glielo dici comunque ma ci credi poco anche tu.
Del suo dolore se n’è sempre parlato in modo “pratico” ma non abbiamo mai avuto il coraggio di parlare del mio rapporto con il suo dolore e del suo rapporto con il suo dolore. Forse, semplicemente, non ne abbiamo mai parlato perché quando le cose le dici ad alta voce, le rendi reali e dalla realtà non c’è via di fuga. Forse, semplicemente, ne eravamo terrorizzati entrambi.
Mi ricordo che negli ultimi mesi passati insieme, spesso mi diceva che gli animali, quando soffrono così, vengono soppressi. Io gli rispondevo che, per amore, se proprio non se ne fosse usciti in alcun modo, sarei stata disposta a portarlo in Svizzera. Lo avrei fatto veramente, lo avrei portato in Svizzera perché il dolore fisico e cronico ti consuma l’anima e il corpo e vivere così è disumano.

*Ringrazio Stardust Mamy per avermi aiutato a tirar fuori tutto questo.
P.S. Aggiungo anche il link al blog di Alina che ha tanto da insegnare.

Ali sporche.

Ho i tagli sotto i talloni e ho perso sangue a galloni ma
guardami ancora in piedi,
nelle mie nuove Nike.

Anche se ho le ali sporche di sangue,
questo sangue m’ha reso grande.

Imparo dall’impatto con la verità,
che è trasparente come il vetro e puoi tagliartici a metà.

Torni da una pausa caffè e li vedi, una coppia di persone anziane per le scale che si tengono per mano. Vestiti in modo colorato, con magliette di cotone che useresti forse al mare. Quei due stonano dentro a quel palazzo fatto di uffici e di cravatte non tanto per il loro abbigliamento ma per la loro umanità: il tenersi per mano, lui che aiuta lei a scendere. Guardandoli attentamente vedi l’unione che c’è tra di loro, quel modo casuale eppure intimo di toccarsi le mani, quell’amore adulto consolidato negli anni. Poi ti guardi e pensi che in fondo la ridicola sei tu con le scarpe alte con le quali nemmeno sai camminare, la faccia perfettamente truccata e i tuoi progetti di gloria.
Mi sono sempre reputata una persona fortunata nel senso che non ho mai sentito l’esigenza di avere qualcuno accanto per sentirmi completa, in qualche modo lo sono da sola. Sto bene immersa in me stessa e nelle mie passioni e a volte ho terribilmente bisogno dei miei pensieri. Forse perché sono una persona a cui piace capire cosa le passa per la testa, una persona che in qualche modo vuole arrivare alla verità delle cose pur essendo consapevole che non ci arriverò mai del tutto, perché in quanto essere finito, l’assolutezza non la possiedo. Riflettendo su me stessa mi sono resa conto, che, in questi mesi, ho fatto un cammino molto interessante, un cammino che definirei “di luce e di apertura”.
Quando parlavo del dramma dei trentenni attuali e dei rapporti di coppia senza senso, parlavo anche di me. Io come tutti ero completamente inviluppata nei miei finti psicodrammi che in realtà erano solo delle paturnie mentali prive di fondamento. Questo cammino di apertura mi ha restituita a me stessa, mi ha fatto vedere come il cambiamento che possiamo attuare su di noi ha un risvolto positivo nel mondo nel quale andiamo a vivere e con il quale, giorno dopo giorno, ci confrontiamo. Mi ha restituito la verità e la semplicità delle cose, eliminando quella patina di “sporco” attraverso la quale percepivo il mio mondo. Mi sento come se fossi riuscita ad eliminare quel superfluo che mi stava incancrenendo, compromettendo la mia attenzione e compromettendo il mio punto di vista.
Non sento più la pressione del lunedì o del martedì, della sveglia che suona, del dormire sempre troppo poco e del fatto che al lavoro c’è sempre qualcosa che non va. Ora nella mia vita e nel lavoro, tutto va come deve andare e va sempre tutto bene.
Qualcuno mi ha detto che forse sto diventando troppo estrema perché manifesto il mio dissenso a qualsiasi lamentela (superficiale) altrui. Qualcun’altro mi ha detto che quando si ricerca una nuova stabilità è normale oscillare tra due estremi. Solitamente si oscilla fino a trovare poi un nuovo equilibrio. Condivido questa visione e sento che il mio oscillare sta per finire e che il mio nuovo equilibrio sta arrivando. Sento che la nuova definizione di me stessa sta per essere compiuta anche se so che non lo sarà mai del tutto perché siamo un eterno divenire e domani sarò sicuramente altro da quello che sono oggi.

La vita è come un eco: se non ti piace quello che ti rimanda,
devi cambiare il messaggio che invii.

James Joyce

P.S. Coez ti amo.

Tutto molto interessante.

Il tuo profilo instagram è molto interessante,
selfie in casa, selfie al mare, selfie al ristorante.
Mi parli dei problemi e della tua vita stressante,
vai in palestra, l’estetista, giornata pesante.

Alcune persone che conosco hanno cominciato a leggere il mio blog. Una di queste mi ha detto, che leggendo, ha percepito della pesantezza. Lì per lì questo commento non sapevo come prenderlo. Poi ci ho riflettuto. Perché spesso sulle cose ho bisogno dei miei tempi, ci devo ragionare. La prima cosa che ho pensato è che, per poter rispondere, avrei bisogno di avere una definizione di “pesantezza”.
Personalmente, ho scelto la scrittura quale mezzo per esorcizzare la parte più intima di me quindi penso che della “pesantezza” sia inevitabile. In fondo, per quanto uno lo vorrebbe, non è che si può sempre ridere, il dolore capita.
Ho scelto la scrittura anche per ragionare in modo più attento sulle cose, per capirle meglio. Quindi per capirle ho bisogno di andare in profondità e allora forse da qui nasce della “pesantezza”.
Una donna che stimo profondamente, di recente mi ha detto: “su facebook metto le foto di quando io e le mie figlie siamo sorridenti e in armonia, non quelle di quando piangono”. Qui, al contrario di facebook, può capitare che io metta le “foto” del mio dolore, della mia sofferenza e dei miei conflitti interiori che sono tanto i miei quanto quelli di tutti.
Così, continuando a pensare mi sono detta: “ma non è che in realtà il problema non è la mia “pesantezza” ma l’incapacità diffusa di non voler affrontare determinate questioni? Di non voler vedere realmente le cose per quello che sono?”
Calvino ci dice che “esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza” e che “la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.
Mi sembra che Calvino, in modo semplice, abbia detto tutto. L’apparire felici e sicuri di sé deve avere la prevalenza su tutto il resto, il dolore non è concesso, soffrire non è lecito. Personalmente, tutta questa frivolezza io la percepisco esattamente come la descrive Calvino, “pesante e opaca”, mi stanca molto e mi logora. Perché questa “frivolezza” è spesso, un qualcosa di vuoto, senza forma e senza contenuti. Si parla, tanto, senza dire niente.
Penso che forse, dovremmo riflettere sulle parole di Calvino e tornare ad una “leggerezza pensosa” che ci restituisca la verità delle cose e che ci permetta di abbandonare la “frivolezza opaca” dentro la quale spesso ci rifugiamo per evitare di affrontare tutto quello che c’è da affrontare. Calvino in fondo ci suggerisce di prendere “la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

Faccio cose, vedo gente, sembra molto divertente.
Aspetta che ti mostro il ca’ che me ne frega.

Lexotan.

Sulla negazione del dolore.

Ho sempre cercato un sacco di cose difficili.
per poi scoprire che non stavo meglio per niente.
Ho sempre avuto un sacco di sogni ambiziosi,
per poi realizzare di non stare meglio per niente.

Dobbiamo smetterla di pensare che vivere non comporti del dolore*. Dovremmo invece cominciare a capire qual’è il modo migliore per comprendere e accettare quel dolore, per farlo nostro. Accogliere il dolore che ci portiamo dentro vuol dire non lasciarci annientare dallo stesso. Perché, per quanto ci possiamo sforzare, rifiutare il dolore non è possibile, il dolore fa parte della natura umana, fa parte di noi. Ho visto persone massacrate dal dolore ma molto spesso, le persone massacrate sono quelle che non sanno come affrontare e, di conseguenza, fanno finta che non ci sia, inviluppati dentro un meccanismo di negazione totale. Oppure, ammettono che del dolore c’è ma ne sono come sopraffatte, non riescono o non vogliono comprenderlo. Spesso, quel dolore non affrontato e negato si trasforma in una sorta di cattiva abitudine che ci trasciniamo dietro, come un fardello, per anni. Perché la perversione del dolore non affrontato a volte ci crea dei meccanismi quasi di affetto. Con il passare del tempo impariamo a conoscere talmente bene quello stato di sofferenza sotterraneo e non espresso che ne rimaniamo incastrati e continuiamo imperterriti a mettere in atto quei meccanismi. Ci lasciamo logorare profondamente e a volte ne siamo consapevoli, a volte meno. A volte, per provare a scappare dal dolore, andiamo a vivere in un altro paese, scappiamo “fisicamente” dalle situazioni.
Saggiamente una persona di famiglia mi ha detto: “il dolore non possiamo evitarlo perché il dolore è come un tarlo che sta lì e rosicchia, giorno dopo giorno”.
Le persone che non affrontano il dolore si portano dietro delle lacerazioni profonde e spesso sono quelle persone che soffrono più di coloro che serenamente lo ammettono e lo combattono. Quelli che riescono ad affrontare sono quelli che, dopo un periodo di crisi, si rialzano e vanno avanti, migliori di quanto sono stati in passato perché quel dolore ha dato loro consapevolezza, alla fine quel dolore è stato utile.
Le persone che nascondono il loro dolore o che provano a farlo, invece, lo rendono spesso visibile a tutti gli altri e, se li guardi attentamente, lo percepisci e percepisci il disagio nel quale sguazzano. Lo percepisci dal modo in cui si muovono, da come parlano, da come affrontano la vita quotidiana. Ho conosciuto uomini e donne segnati nel fisico dal loro dolore.
Coloro che non affrontano sono poi quelli che rendono tutto ancora più penoso di quanto già non sia. Perché appunto, il tarlo non affrontato, a furia di rosicchiare, il buco lo fa diventare sempre più grande e quel dolore inespresso non solo prima o poi viene a reclamare la sua presenza ma nel frattempo, si auto-alimenta.
Ad un certo punto diventa talmente grande da scoppiare e, quando scoppia, spesso, per poterlo affrontare, ci rivolgiamo a qualcuno che ci aiuti, vedi l’analista, perché ormai la situazione è sfuggita decisamente di mano. Ci rivolgiamo a lui sperando che faccia il miracolo. Che il solo aver preso l’appuntamento, ci libererà dai nostri demoni. In realtà anche andando dall’analista, spesso, continuiamo a non affrontare. Non capiamo che la terapia è molto utile a patto di voler lavorare profondamente su noi stessi. La vera terapia si svolge, non mentre siamo dall’analista ma tutti i giorni nei quali non andiamo da lui. Perché l’analista ci da degli strumenti e  cerca di stimolare il nostro pensiero ma il dolore rimane sempre nostro. Ho visto gente buttare soldi per anni interi e non venirne a capo di nulla, rimanendo immobile su se stessa. Gente che mi ha detto: “ma io sono nato così, sono sempre stato stato così” e allora poi la domanda mi sorge spontanea: “se sei così affezionato al te stesso attuale, perché vai dall’analista?” Aggiungo poi: “ma che vuol dire che sei sempre stato così? Ma cosa vuoi essere? Staticità o evoluzione?” Siamo terrorizzati dall’idea di lasciare andare quel dolore perché siamo terrorizzati dall’idea dell’ignoto, dall’idea di provare ad essere altro e di scoprire nuove dimensioni di noi.
Allora secondo me, innanzitutto emerge la necessità di fare chiarezza e di capire se vogliamo che quel dolore continui ad accompagnarci o se invece, vogliamo superarlo. Perché il dolore dovrebbe essere qualcosa di temporaneo e dovrebbe essere usato a nostro favore, non dovremmo permettergli di annientarci. Una volta capito questo aspetto, la risposta viene in automatico e il cercare aiuto, può essere la chiave.
Abbiamo un potere grandissimo verso noi stessi, il potere di usare il nostro dolore a nostro favore, per poter rinascere a nuova vita.

*Il dolore di cui parlo in questo post, non è solo quello acuto, scaturito da un singolo evento. Il dolore di cui parlo è anche quello legato alle “fratture” che ci portiamo dentro, da sempre.

No non avrò bisogno delle medicine, degli psicofarmaci, del Lexotan,
dei rimedi in casa, della valeriana, della psicanalista junghiana.

Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia
cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è
la nostra stupida, improbabile, felicità
la nostra niente affatto fotogenica felicità,
sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata.

Come si fa a smettere di rincorrere qualcosa che tanto poi non si ottiene mai? Come si fa ad accettare veramente l’idea che il senso della propria vita è già lì, semplicemente perché si vive, e che non c’è bisogno di lottare ogni giorno per avere il diritto di esistere?
Solo oggi, a distanza di anni, capisco perché un giorno la mia analista mi ha detto che il mio «mito fondatore» era quello di Sisifo. Spingere un macigno su per una montagna per poi vederlo precipitare in basso appena raggiunta la cima e dover ricominciare tutto da capo.
Aveva ragione lei. Non bastava mai. Tutto era nello sforzo. Scalare la montagna. Andare sempre più in alto. Mettercela tutta. Prima di vedere il masso precipitare a valle e ricominciare di nuovo.
Ognuno di noi riproduce qualcosa. È incastrato nella ripetizione ossessiva di quello che conosce a memoria e che lo fa soffrire ma a cui, nonostante tutto, non riesce a rinunciare. Magari nella speranza che un giorno la storia finirà in modo diverso. E che arrivati in cima alla montagna, questa volta, il macigno non precipiterà più.
Ma nella vita le cose sono sempre più complicate. Il macigno continua a precipitare. E la soluzione è altrove. Perché si tratta sempre e solo di rompere il cerchio e di guardare da un’altra parte. Stare di fronte alla montagna e decidere di lasciar perdere e di non scalarla.
Volevo essere una farfalla, Michela Marzano

Bleed like me.

Dedicato a tutte le donne.

In particolare dedicato a L. che ha saputo accogliermi quando non sapevo farlo da sola.

Hey baby, can you bleed like me?
You should see my scars.
Try to comprehend that which you’ll never comprehend.

Era marzo e stavo lavorando nelle Marche che rappresentano da qualche anno la mia fuga dalla città. Ero in magazzino con il gilet giallo della sicurezza, decisamente troppo grande sul mio corpo forse troppo magro e in parte consumato dagli eventi dell’anno precedente.
Mentre andavo da una parte all’altra del magazzino per fare la conta dei codici, ricordo di essermi girata verso L. e di averle chiesto così, di punto in bianco: “stasera andiamo a Messa al Santuario di Loreto?” e ricordo che lei, con estrema disinvoltura mi abbia risposto “Certo!” e io sono rimasta così, interdetta e con la bocca aperta, pensavo che mi avrebbe mandato a quel paese.
Per chi mi conosce sa che io e le Chiese non siamo mai andati molto d’accordo, anzi. Ad un certo punto però, così dal nulla, ho sentito l’esigenza fisica, prima ancora che spirituale di andarci.
Arrivata al Santuario mi sono messa in piedi sotto alla Madonna nera e dopo giorni che mi portavo dentro un peso nello stomaco, ho cominciato a piangere in modo composto abbassando la testa. Le lacrime scendevano e io non potevo farci nulla. Avevo cominciato a piangere di quel pianto liberatorio, di quello che vuole buttare tutto fuori. Era come se, in quel momento, avessi deciso di prelevare da me tutto il dolore provato e stessi chiedendo alla Madonna di accoglierlo.
Non ho però solo pianto, ho anche pregato. Ho pregato come ho potuto perché non so come si prega. La cara L. vedendomi così, con il capo chino, mi ha portato un fazzoletto e si è allontanata, aveva capito che per me quello rappresentava un momento importante. Non so dire per quanto tempo sono stata sotto alla Madonna nera, a me è sembrata un eternità.
Dopo quella mia preghiera sgangherata ho chiesto a L. di rimanere per la messa anche se a malapena ricordavo la liturgia. La Madonna e quel luogo sacro mi hanno concesso profonda pace e uscita da lì ho avvertito subito il dissolversi del mattone che avevo portato in quelle settimane nel petto. Avevo finalmente il cuore leggero. La Madonna aveva deciso di accogliermi e mi aveva concesso di “risorgere” a nuova vita, lasciando andare tutto, trasformando quel dolore nel mio passato.
L. dopo la messa mi aveva proposto di cenare in riva al mare e dopo avermi fatto quella proposta ricordo queste sue parole: “E. devi essere fiera di te, sei stata bravissima. In poche settimane hai fatto quello che io sono riuscita a fare in tanti anni”. Mi ricordo di averle sorriso e di averle chiesto di guidare, ero esausta.
Mentre bevevamo del vino ho cominciato a guardare L. con insistenza. Non la stavo guardando, la stavo scrutando. Perché, in qualche modo, in quei mesi passati ci eravamo trovate. Ci eravamo trovate senza avere nulla in comune e non riuscivo a capire come questo fosse stato possibile. Poi però, improvvisamente, tutto mi è stato chiaro. Ci eravamo trovate perché eravamo entrambe donne, era questo ad averci unite. L’essere donne e l’essere entrambe cadute, ad un certo punto, in un pozzo. Perché noi donne siamo fatte così, tutte abbiamo dei pozzi nei quali cadiamo perché noi donne abbiamo un animo sensibile e fragile e percepiamo il mondo in modo più amplificato. A volte la nostra fragilità è in grado di cogliere delle sfumature e degli aspetti molto remoti dell’essere umano, sconosciuti agli uomini. Io e te, mia cara L. ci siamo ritrovate a condividere i nostri pozzi e aveva poca importanza che avessimo caratteri diversi e che ci piacessero cose tanto diverse. L’empatia dei nostri pozzi ci aveva dato un linguaggio tutto nostro.
Oltre L. anche mia madre ha saputo cogliere profondamente il mio pozzo e una volta, mi ha lasciato sul cuscino un discorso molto bello (quello riportato qui sotto). Il discorso che mi ha donato mi ha profondamente illuminato. Grazie a questo discorso ho capito che, per quanto una donna venga percepita come sicura di se, tutte noi abbiamo qualcosa di profondamente fragile che ci portiamo dentro e con la quale dobbiamo fare i conti. Quella fragilità di cristallo nella quale risiede tutta la nostra bellezza. Aver riconosciuto a me stessa di avere anche io dei pozzi nei quali a volte cado mi ha dato una nuova consapevolezza di me. Mi ha permesso di accettare quella parte fragile e molle che in passato, troppo spesso, ho cercato di rifiutare. L’aver accolto quella parte così rinnegata di me mi ha restituita a nuova vita e mi ha smussato gli angoli più spigolosi che mi portavo dietro. Ora la mia fragilità la esprimo ad alta voce, in mezzo agli altri, anche tramite la mia scrittura. Questa accettazione profonda ha creato in me il desiderio di arrivare un giorno ad avere una famiglia e dei figli perché solo gli affetti ci salvano e amerò il mio tempo come fosse il primo sorriso perché solo così sarò libera e forte*.

*Grazie a Sarino per il suo animo nobile e per avermi donato queste parole.

(…) Quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai. Due donne infatti si capiscono molto bene quando si mettono a parlare del pozzo oscuro in cui cadono e possono scambiarsi molte impressioni sui pozzi e sull’assoluta incapacità di comunicare con gli altri e di combinare qualcosa di serio che si sente allora e sugli annaspamenti per tornare a galla. (…)
Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che danno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse (…).
Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.
Discorso sulle donne, Natalia Ginzburg

Le coppie.

A tutti quelli che mi hanno dato il coraggio di condividere quello che scrivo con il mondo,
quindi tutta me stessa.

In particolare grazie a Beatrice, a Barbara e a Simone.

La cosa piú temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché cosí facendo consegniamo la cosa piú preziosa che abbiamo in noi a qualcos’altro.
– Haruki Murakami –

Anche i rapporti, come la moda e i fast-food, sono diventati usa e getta, un giorno ci sono e il giorno dopo chi lo sa. Non so se è stato per farmi sentire meno sola che in questi mesi mi sono arrivati i racconti più disparati di qualcuno che, dopo anni, per motivi futili, se ne va non affrontando quello che resta, perché in fondo scappare è molto più facile che affrontare. Probabilmente, questi racconti sono arrivati per farmi capire che la coppia alla quale appartenevo non era poi così diversa o “migliore” delle altre, perché anche noi, come tutti, siamo caduti nei più classici dei cliché. Tutti i racconti che ho ascoltato, inevitabilmente mi portavano a pensare alla situazione da me vissuta e i parallelismi venivano giù a profusione. C’è dello sconcertante nel vedere che, per quanto ognuno di noi è diverso dall’altro, in fondo siamo tutti quanti uguali.
Ho alle spalle sei anni finiti così, “perché non ti amo più” mi sono sentita dire. A sentire quelle parole ho provato stupidamente vergogna. Quella vergogna stupida che nasce dal sentirsi rifiutate perché noi donne siamo così, subiamo in silenzio e proviamo vergogna per aver subito. Quella vergogna stupida figlia dei nostri tempi, nei quali, in qualche modo, dobbiamo sempre apparire “vincenti”.
Ovviamente, come in tutti i rapporti di anni, anche nel mio rapporto c’erano delle situazioni e delle cose che si sarebbero dovute gestire. Una salute invalidante (non mia, dell’altro), la voglia di emancipazione dai miei genitori con una casa nuova, il mio lavoro e il suo non lavoro, tutto mescolato con il dramma del diventare “grandi”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il fatto che sia finita ma come sia finita. Non c’è stato un dialogo aperto, un vero confronto, si è solo scappati il più lontano possibile chiudendosi in un silenzio profondo e disconoscendo completamente l’altro.
Accanto a questo, dopo la rottura, l’altra parte ha optato non per un percorso di crescita interiore ma per un involuzione estrema. La sensazione che ho avuto è che ci sia stato un totale rifiuto delle proprie responsabilità (compresa quella della rottura) e una totale negazione di se stessi.
Anche il cambiamento, molto spesso, viene usato come scusa per chiudere i rapporti. Il cambiamento è qualcosa di fisiologico e positivo nella vita di tutti noi e non possiamo far altro che accettarlo. Il problema non è il cambiamento in quanto tale ma la nostra incapacità ad affrontarlo, a gestirlo e ad evolverci con lui. Molto spesso la “colpa” è della parte che cambia e non della parte che rimane immobile, curva su se stessa.
Mi viene inoltre da soffermarmi sui sentimenti, questi sconosciuti. Penso che se si è amato veramente, in qualche modo, si ama per sempre. I sentimenti non sono e non possono essere qualcosa di intermittente che accendiamo e spegniamo quando vogliamo. Le questioni, relative al fallimento dei rapporti e dell’amore, per me possono essere tre (ovviamente la mia è una profonda schematizzazione):
1) confondiamo l’amore con la passione fisica, che nel tempo è destinata a morire e spesso non si fonda su un vero sentimento di amore;
2) ci illudiamo di provare amore pur di non stare soli;
3) rifiutiamo i sentimenti per non guardarci dentro, perché amare realmente presuppone una profonda apertura verso l’altro, grande pazienza e voglia di compromesso e non sempre siamo in grado di fare tutto questo. A volte, semplicemente, siamo troppo concentrati su noi stessi e non siamo proprio in grado di amare l’altro.
In tutti i casi però manchiamo di coraggio. Perché nel primo caso dovremmo semplicemente goderci il momento con onestà. Nel secondo, dovremmo inevitabilmente fare un sforzo per imparare a convivere con noi stessi, senza saltare da persona a persona pur di evadere. Il terzo caso, è sicuramente il più complesso, perché comporta una presa di coscienza profondissima. Quanti di noi sono veramente in grado di ammettere candidamente di non essere in grado di amare? Di mettere davanti sempre loro stessi e di non aver alcun grado di apertura verso il prossimo?
La sofferenza, che ho provato per la fine del rapporto, è stata circoscritta a poche settimane perché mi sono resa conto che era l’altra parte ad essere estremamente confusa e, davanti ad un rifiuto così netto nei miei confronti, non potevo far altro che accettare la situazione e scappare via, il prima possibile. Non aveva alcun senso provare del dolore perché non ero io ad esserne intrisa. Era l’altra parte ad avere un dolore profondo dentro di se, sia fisico che spirituale e questo dolore lo ha semplicemente sopraffatto. Era talmente colmo del proprio dolore che non è stato in grado di vedere e cogliere le possibili conseguenze del suo agire. Il dolore, aveva scavato talmente tanto nella sua anima che, ad un certo punto, sentendosi completamente smarrito, aveva bisogno di creare un punto di rottura per provare a rinascere e io semplicemente, in quel momento, ero quel punto di rottura. Il dolore ha annichilito la capacità di amare.
Con il senno di poi, a distanza di tempo e ripensando a tutto quello che è stato, va bene che sia andata così, perché meglio ora che poi. Ancora non si condivideva realmente niente e non ci sono stati grandi danni.
Va bene che sia andata così perché in fondo, nella mia vita, cerco qualcuno che abbia il coraggio di vivere pienamente e chiedo a me stessa di trovare lo stesso coraggio. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di amare e chiedo a me stessa di riuscire a fare altrettanto. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di affrontare se stesso senza evadere da se stesso e chiedo a me stessa di trovare il coraggio per affrontare sempre, a viso aperto, le cose. Chiedo inoltre, a me stessa, di trovare il coraggio di crocifiggermi io se non sono all’altezza delle cose ma di non sacrificare mai nessuno al mio posto per provare a ritrovare l’equilibrio perso. Perché, alla fine, chi nasce senza coraggio muore accontentandosi*.

Le coppie si dicono basta e sui social network non sono più amici,
lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare.
Si dicono non rimaniamo estranei o nemici ma non ci riescono quasi mai.
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.

*Grazie a Sergio M. Ottaiano per avermi ispirato con la sua scrittura.

Velleità.

Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

Noi trentenni di oggi siamo una generazione di lacrime e sangue. Siamo completamente accartocciati su noi stessi, non abbiamo alcuna voglia di accogliere l’altro perché diciamocelo, accogliere e capire l’altro è faticoso. Magicamente i giusti siamo sempre noi, gli sbagliati sono sempre gli altri. Lavoriamo troppo o troppo poco e l’unica cosa che ci piace fare è rincorrere le velleità, di qualsiasi tipo. Non abbiamo alcuna apertura verso la vita, verso l’impegno: le responsabilità, queste sconosciute. Facciamo di tutto per prolungare l’adolescenza in modo inesorabile perché crescere in fondo, è doloroso e faticoso.
Così, dopo diciotto anni di rapporto, a trentatré anni lei scopre di non amare più lui perché non sono compatibili e come no. Si prende e si scappa con il primo che passa. Si scappa perché fare una famiglia terrorizza e ci giustifichiamo dicendo che troveremo sicuramente di meglio.
Noi donne trentenni poi. Rimaniamo immobili, disperate, aspettando che arrivi un uomo a salvarci, a definirci, a capirci e non ci amiamo mai da sole. Lasciamo che la vita scorra e non la viviamo, ci lasciamo vivere. Ci sentiamo sempre inadeguate rispetto all’uomo di turno. Noi donne trentenni non capiamo invece, che spesso, quello che abbiamo davanti, è solo un ragazzo confuso che ancora non sa bene cosa fare della sua vita e per coprire queste insicurezze cerca di darsi un tono, come può.
Ma va bene così, se la decadenza deve essere che la decadenza sia. Dieci anni fa ero la regina della decadenza, non mi perdevo neanche una festa, sempre sul motorino di qualcun altro. Mi sento tornata alle origini, ho ventotto anni ma me ne sento diciotto con la libertà di uno stipendio e un posto tutto mio. Mi sento con la testa leggera e la voglia di non capire niente. Ho solo voglia di lasciarmi andare a questo flusso di mancanza di senso che mi circonda. Anche io, come tutti forse, non ho ancora voglia di diventare adulta e di prendermi, con leggerezza, sul serio.

Jep: Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.
– La Grande Bellezza –