Threat of joy.

I’m gonna take my time to say…

Take my time today.

I’m gonna take what comes my way.

Ero nella doccia in una posizione strana cercando di riprendermi dal troppo vino rosso, avevo deciso che sarei diventata sommelier. Mentre cercavo di capire come sorreggere la testa troppo pesante mi ero ritrovata a pensare che in quei mesi ero rimasta del tutto fedele a me stessa, in perfetto equilibrio. Evidentemente, quando qualcuno mi aveva detto che ero pronta aveva ragione anche se inizialmente non avevo voluto crederci. Tendenzialmente, non mi sentivo mai del tutto completa, mi veniva difficile accettare l’idea di essere pronta. D’altronde però, guardando ai mesi passati, ero soddisfatta di me stessa e del mio percorso, il mio equilibrio non aveva mai vacillato. O meglio, per un attimo aveva vacillato rendendomi ridicola ma la stupidità è in tutti quanti noi, anche in me. Non avevo mai provato rabbia, non mi ero mai concentrata sull’altro ma solo su me stessa. Tutto quello che avevo cercato di raggiungere era la serenità delle cose, avevo solo voluto affrontare e distruggere quel dolore, niente di più. Quello che succedeva intorno a me non mi aveva mai colpita perché sapevo che io non c’entravo nulla e che non sarei mai c’entrata nulla. Ero stata strumentalizzata e messa al servizio dell’io altrui confuso e spaurito che cercava in tutti i modi di fuoriuscire da se stesso senza proiettarsi verso se stesso.
Mentre ballavo nella doccia, confusa dal vino e dal troppo liquore alla liquirizia, pensavo che se a te andava bene così, andava bene anche a me. Che se per te la mia assenza era molto più preziosa della mia presenza, chi ero io per dirti che non avevi ragione?
Ridendo di tutto questo continuavo a ballare sotto l’acqua che scorreva. Ridevo perché nonostante il dolore provato, non mi ero mai chiusa al mondo, neanche per un attimo. Quel dolore mi aveva fatto aprire ancora di più all’altro e alla vita ed ero pronta ad accogliere tutto quello che sarebbe arrivato. L’unica cosa che avrei rifiutato categoricamente erano gli scherni sotto qualsiasi forma, non avrei mai giocato e prestato il fianco alla meschinità delle cose.

“I’d really like to get to know you.”
“Why?”
“You are interesting. You don’t let things confuse you.”
“I’m not sure that’s true. I used to think I knew what life was about but I don’t have a clue.”
“Cherish that moment. When you realize you don’t know what life’s about. That’s truth.”
“You think you could ever be happy? If you had taken a left instead of right or went up instead of down, you would’ve been happy?”
“No.”
“Really?”
“You can’t control fate. It’s in your genes, can’t change that.”
“So whatever I do, whatever I did, I’d end up right back here?”
“Well, maybe not here but someplace like here. At the end of every fork there’s a cliff. Go ahead, take the road less traveled, but you still find that cliff.”
– The Good Wife –

Afterglow.

EVERY OPEN EYE 4

All of the black and white, all of the contours,
are laid out before me now with all of the light and shape.

We take up our own space, I’ll find my own way back,
back to the past tense.

Mi infastidivo se dovevo lavorare sul treno. Volevo godermi il viaggio e guardare fuori dal finestrino. In qualche modo mi stavo sempre più allontanando dal lavoro. Volevo andare via dalla confusione, prendermi del tempo, godere del tempo. Le riunioni diventavano sempre più noiose e lunghe, a volte non ne capivo il senso e a volte provavo un profondo senso di estraniazione. Il mio era un lavoro da decadenti ma nonostante questo, pensavo o semplicemente speravo di essere utile ad altre persone. Nello stesso tempo però stavo facendo un passo indietro, non volevo più essere il mio lavoro. Stavo mettendo da parte il lavoro per ridare nuovo spazio a me stessa, per ritrovarmi.
Mentre guardavo fuori dal finestrino mi sono ritrovata a riflettere a come spesso distruggiamo noi stessi e gli altri. Spesso ci fermiamo in superficie, all’apparenza delle cose dimenticandoci di essere empatici con l’altro, dimenticando di perdonare l’altro. Tutti dovrebbero agire secondo il nostro approccio, non il loro. In questo senso, spesso cominciamo una battaglia senza fine verso l’altro cominciandogli ad attribuire mancanze e colpe infinite. Noi siamo i giusti, lo sbagliato sta sempre altrove. L’apparenza delle cose mi aveva fatto male, mi aveva colpita come uno schiaffo dato in piena faccia.
Ad un certo punto però ho deciso di fermarmi a riflettere e poco alla volta tutto ha avuto un senso, gli angoli più bui si erano rivelati in tutta la loro luce, avevo capito le tue fragilità e le tue motivazioni e avevo capito le mie fragilità e le mie motivazioni.
Con te non ci sono stati momenti negativi, momenti belli o meno belli. Con te ci siamo stati noi insieme e in tutto il tempo passato insieme risiede la nostra bellezza. La bellezza risiede anche là dove non ci siamo capiti o quando non ci siamo sentiti all’altezza dell’altro. Il disaccordo fa parte di tutta l’esistenza, di tutti i rapporti umani. Tramite l’empatia però il disaccordo può essere superato per creare degli equilibri comuni.
Stavo sviluppando nuove forme di empatia. Sentivo di capire profondamente quello che eri stato chiamato ad affrontare, al di là delle problematiche fisiche. Era come se tu, senza parlare, mi raccontassi tutte le tue difficoltà, le tue paure, le tue speranze. Forse era proprio questo il segreto della vera empatia, il trascendere da ogni cosa.
Penso che non si possa spacchettare la vita in cose da dimenticare e cose da ricordare. Il passato penso che vada usato come una maestra che ci da dei consigli per il presente ma va poi lasciato andare, tutto. Ricordi cosa ti avevo chiesto di promettermi? Ti avevo chiesto di promettermi che ti saresti ricordato di dimenticare.

Life is too short to be mad.
– The Good Wife –


When the pain cuts you deep,
when the night keeps you from sleeping,
just look and you will see,
that I will be your remedy.
When the world seems so cruel,
and your heart makes you feel like a fool,
I promise you will see,
that I will be, I will be your remedy.
– Adele –

Leave a trace.

EVERY OPEN EYE 3

And you had best believe
That you cannot build what I don’t need.

And I know you’ll never fold,
but I believe nothing that I’m told.

And I know I need to feel relief.

Sono sempre stata una fondista, non una scattista. Nello scatto non c’è eleganza dei movimenti, costanza. Nello scatto l’unica cosa che devi portare a casa è il risultato, devi toccare prima di tutti la piastra, basta anche solo di un centesimo. Nello scatto non ero brava perché la nuotata era confusa, tanti schizzi, tanta schiuma. Non hai il tempo di impostare te stesso, non devi pensare, devi solo andare più forte. Invece io sono sempre stata una persona che sulle cose deve riflettere, meditare. Forse per questo ero una fondista. La nuotata nel fondo deve essere decisa, pulita e costante. Devi saper dosare le tue forze perché il fondo non perdona, non puoi arrivare agli ultimi 50 metri spompato, negli ultimi 50 metri devi dare di più di tutto quello che hai dato fino a quel momento anche se già hai dato tanto.
Vai sempre di virata a fine vasca, non ti fa perdere centesimi preziosi, mi dicevano.
A volte però del tempo lo devi perdere o meglio, te lo devi prendere. Non lo avevo capito subito, non lo avevo voluto capire subito perché non volevo affrontare il dolore che sapevo sarebbe arrivato. In questo, avevo provato ad essere una scattista. A volte però devi provare dolore, perché il dolore serve, il dolore dopo che lo si prova, capisci che ti è stato utile.
Siamo così spaventati dalle emozioni che definiamo negative che non riusciamo a capire quanto queste siano fondamentali per la nostra crescita personale, forse anche più importanti delle emozioni che definiamo positive.
Il dolore in questo momento della mia vita è stato una componente fondamentale e assolutamente necessaria. Il dolore mi ha dato consapevolezza, speranza, chiarezza. Ha riallineato tutta la confusione che c’era dentro di me, ora finalmente percepisco ordine. Il dolore ha spazzato via tutto il superfluo. Il dolore mi ha dato la lucidità di capire che tu sei la mia persona e questa, è l’unica certezza che conta ed è l’unica certezza che ho.

Who do you want to come home to every night?
Who do you want to see when you open your door?
– The Good Wife –

Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’aveva riconosciuto dalla voce. Le aveva detto, volevo solo sentire la tua voce. Lei aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava. E poi sembrava che non avesse altro da dire. Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe mai potuto smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.
– Marguerite Duras –

Keep You on my Side.

EVERY OPEN EYE 2

I don’t sleep well, laying low,
Never keepin’ up, never lettin’ go.

What if I should look away?
Every human touch will be repayed.

Era un giorno qualunque ed ero sul tapis rulant. Non mi piaceva più correre in modo costante, avevo cominciato a correre fortissimo fino a sentirmi male e poi rallentavo, mi piaceva portare il battito cardiaco all’esasperazione. Avevo messo una delle tante playlist dance, più le canzoni erano poco raffinate e più mi piacevano, mi caricavano. Ad un certo punto arriva, arriva una canzone che avevo riconosciuto dalle prima note. All’istante gli occhi si sono inondati di lacrime, non riuscivo più a vedere e ho cominciato a correre ancora più forte. Per mandare via le lacrime ho dovuto sforzarmi con tutta me stessa.
Quell’album, quelle canzoni ci avevano accompagnati nei nostri lunghi viaggi in macchina. A me piaceva tanto andare in macchina, guardare la natura fuori dal finestrino e sonnecchiare. Facevo sempre la scenetta di quella che si lamentava tanto delle lunghe camminate ma la verità era che mi piaceva, almeno una volta l’anno, andare via da tutto e da tutti e godere della presenza dell’altro, nessuno dei due amava la mondanità.
Speravo che andare a vivere lì potesse regalarci delle parentesi lontano da tutti e da tutto più frequenti. La cameretta, anche dopo il tuo abbandono, l’avevo arredata pensando a te. La casa l’avevo scelta pensando a noi.
A distanza di tempo mi sono resa conto delle trappole nelle quali siamo caduti senza neanche rendercene conto. L’incertezza e la paura ha condizionato i nostri passi. Ad un certo punto mi ero sentita spaventata, spaurita, esaurita. Non capivo più dove si stava andando, sentivo che io stavo perdendo te e tu stavi perdendo me, che ci stavamo chiudendo ognuno nelle proprie posizioni. Ora, nonostante la distanza, continuavo a percepirti e capirti. Ti stavo capendo molto più ora che prima. A distanza avevo ricominciato a capirti in modo intimo. Anche se non sapevo niente, riuscivo a capire cosa stavi vivendo, a volte mi si stringeva il cuore a pensarti nel tuo dolore fisico e spirituale. Ho provato e ho sperato che il mio amore per te fosse finito, l’ho sperato veramente. Se fosse finito, tutto sarebbe stato più semplice.
Un anno fa, in quel parco triste con il cielo grigio, avevo in parte dubitato del mio amore. Dubitavo del mio amore quando non mi sentivo all’altezza. Ero terrorizzata all’idea di lasciarti da solo per tutti quei mesi, ero terrorizzata dalla tua salute, volevo aiutarti ma non sapevo come fare. Era sempre stata una forma di difesa che mettevo in atto. In questi ultimi mesi l’avevo capito e avevo cercato di esserci di più per te, di occuparmi di te in modo pratico per dare una speranza di vita felice a noi.

The plan, I get the romance, I need a plan.
Not everything needs a plan.
Everything that matters does. Poetry is easy. It’s the parent-teacher conferences that are hard.
– The Good Wife –

Non c’è amore che non attraversi momenti oscuri, non ci sono legami che non incontrino dubbi e incomprensioni. La decisione di vivere e amare solo dove non si rischia di essere feriti o abbandonati, dove la parola data potrebbe costruire un impegno che comporterebbe un vincolo eterno, si trasforma in realtà in un’estromissione dalla vita, non comprendendo che è prima di tutto la fedeltà a rendere possibile la creazione di uno spazio in cui l’accogliere e l’accettare si realizzano, accogliendo e accettando l’altro. Una relazione costruita sulla fedeltà, è, in primis, un rapporto che si sviluppa e si evolve a partire dalla certezza che con l’altro si tenterà di superare una mancanza propria, si condividerà quel “qualcosa” di assente che perseguita ogni uomo e costituisce il segno stesso della finitezza umana. Superamento e condivisione tuttavia hanno il prezzo di una rinuncia: abbandonare la pretesa di diventare il “tutto” dell’altro con una fiducia totale e senza difetti.
In ogni relazione umana si mescolano perdite e ritrovamenti, distanze e punti d’incontro. Fedeltà significa “affrontare”: obbliga ad accettare che l’altro resti altro per sempre. Si spiega dunque il desiderio di costruire la consuetudine, esponendosi alla rottura, di mettere a rischio il proprio spazio, senza esigere un giuramento di lealtà, intollerante alla più piccola debolezza.
– Michela Marzano –

Hot and Bothered.

EARTH SICK 2

It’s comforting to
allow yourself to feel pain.
Maybe it’s true, maybe it’s true,
You feel more alive this way.

We would never be the same if it wasn’t for our deepest wounds,
We don’t want another shape, we just don’t wanna be misunderstood.
We try hard to play the game cause we just want to feel something good.
And you know, you know.

Il problema non è il problema di per se ma come ognuno di noi decide di affrontare il problema. Il problema diventa problema perché siamo noi a farlo diventare problema tramite la nostra percezione.
Ad un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi se ne è valsa la pena. Se tutto quello che ho fatto in questi anni ha avuto un senso, banalmente mi sono chiesta il perché delle cose. Perché alcuni di noi scelgono le responsabilità e perché alcuni di noi le rifiutano. In questo non c’è un approccio giusto e uno sbagliato, ci sono semplicemente modi diversi di vivere, modi diversi di esprimersi. Mi sono ritrovata a chiedermi se potrei essere altro rispetto a quello che attualmente sono e faccio, se potrei reinventarmi in qualche modo. Mi piace il cammino che ho intrapreso e come mi sto evolvendo? In questa situazione mi sento a mio agio? Alla fine la risposta mi è venuta naturale, la risposta è che mi sento a mio agio. Forse faccio parte di quella schiera di persone che non è spaventata dalle responsabilità e dai propri limiti. Mi sono resa conto che in questi anni ho affrontato i miei limiti senza neanche starci troppo a pensare. Dopo averli superati realizzavo di averlo fatto. Probabilmente, a volte, per affrontare i propri limiti bisogna metterci incoscienza, se ci si sofferma troppo a pensare la paura può bloccarci. Probabilmente i nostri limiti non sono altro che nostre insicurezze, presunte incapacità. Molto spesso nessun limite è reale, è solo nella nostra testa.
Forse era per questo che mi piaceva tanto nuotare. Mi buttavo in acqua e andavo, non mi facevo troppe domande. Mi piaceva tanto sgambettare con la tavoletta, facevo sempre più schiuma di tutti sbattendo i piedi in acqua. Quella gara l’avevo vinta senza neanche starci troppo a pensare, mi sono accorta, una volta finito, di aver vinto. Mi piacerebbe tornare in piscina, l’odore del cloro mi ha sempre calmato all’istante. Ora per calmarmi vado a correre, ho cominciato le ripetute ma sto fumando troppo.
Nessuno ha mai saputo qual’è il mio posto preferito di Roma, ci penso spesso ma non ci vado mai.

E. “Ma tu anche con il terremoto stai li a picchiettare?”
M. “Nella vita bisogna smazzare, sempre.”

Men can be lazy, women can’t.
And I think that goes double for you.
– The Good Wife – 

Non ero amato da quelli del vilaggio,
e affrontavo chi m’insultva
con una protesta diretta, senza nascondere o nutrire
segreti rancori o rammarichi.
E’ molto lodato il gesto di quel ragazzo spartano,
che nascose il lupo sotto il mantello,
e si lasciò divorare senza un lamento.
E’ più coraggioso, credo, strapparsi il lupo di dosso
e combatterlo apertamente, magari per strada,
tra polvere e urla di dolore.
La lingua sarà forse un organo ribelle –
ma il silenzio avvelena l’anima.
Mi biasimi chi vuole – io sono contento.
– Edgar Lee Masters –

Window Blues.

YOUTH NOVEL 6

Don’t strain yourself for me,
don’t break yourself for me,
don’t lose your selfish ways for me.

Don’t go all soft on me,
don’t come across for me,
don’t lose your selfish ways over me.

L. “Ma tu sei la stessa che due anni fa è venuta a fare l’audit?”
E. “Si”.
L. “Hai qualcosa di diverso… Sei molto più donna.”
I vent’anni stanno finendo e sento già la loro mancanza. I vent’anni stanno finendo e io sto facendo pace con tante cose.
Sto accettando di non avere tanto tempo e che tutte le mattine la sveglia suona.
Sto accettando di aver fatto tutto quello che ho potuto, che mi sono sentita spesso in colpa e che a volte mi sono sentita inferiore. Sto accettando che nonostante non mi sia sentita all’altezza, la mia coscienza è in pace con se stessa e questa è l’unica cosa che conta.
Sto accettando che con i tacchi ci litigherò sempre ma che non ne posso fare a meno, rendono più interessante qualsiasi outfit. Sto accettando che mi piace la mia eleganza, mi piace vestirmi con cura ma in modo sobrio, il chiasso delle fantasie non lo sopporto. Sto accettando che devo andare più spesso dal parrucchiere ma che i miei capelli non saranno mai perfetti, sto accettando i primi capelli bianchi.
Sto accettando che non ha senso odiare il lunedì e anche il martedì.
Sto accettando che tu hai ancora tutta la tua adolescenza da vivere e che io non ho alcuna voglia di aspettare, di volerti ancora. Sto accettando che tu, ancora una volta, sei scappato da te stesso prima ancora che da me. Sto accettando che probabilmente non ti perdonerò mai per essere scappato in quel modo e per avermi inflitto un dolore che non meritavo. Sto accettando che posso essere me stessa senza di te, che non hai più alcuna importanza.
Sto accettando che mi piace tanto giocare con il trucco ma che a volte, per sentirmi più bambina, mi piace andare in giro struccata. Sto accettando la bellezza delle piccole cose, la gioia e la felicità nascosta negli attimi quotidiani.
Sto accettando che spesso le persone ti stupiscono, devi solo dargli una possibilità. Sto accettando che il senno del poi non esiste, esistono il passato e il presente con tutte le loro forme, a volte bizzarre.
Sto accettando che a volte ho bisogno di aiuto e di affidarmi all’altro. Sto accettando che a volte ho bisogno di essere coccolata.
Sto accettando che non mi piace più andare a ballare anche se a volte può essere molto divertente. Sto accettando che, dopo una giornata di lavoro, voglio prendermi un momento per me con un bicchiere di vino, un libro o una serie TV.
Sto accettando che il mondo delle idee di Platone non esiste e che amare l’altro in ogni sua forma è un puro atto di fede.
Sto accettando che i momenti di confronto e di contrapposizione sono assolutamente necessari, sono l’unico strumento di crescita che abbiamo.
Sto accettando che per quante evasioni io possa cercare, l’unica cosa che per me conta è avere qualcuno che non mi voglia definire, qualcuno capace di accogliermi in tutte le mie forme. Qualcuno con cui condividere me stessa.
Sto accettando che a volte, l’unica cosa che puoi fare è lasciare andare e non fare niente.

I’m gonna be honest. You know this is crap. I know this is crap.
You and I were build for this, it’s what we do.
Now, we can look at normal people and want to be like them but we can’t really.
– The Good Wife –

Dimentichiamo quasi sempre che le vite delle persone non sono soltanto questo: ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabíle quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere.
Tutti viviamo, in maniera parziale ma permanente, subendo l’inganno oppure praticandolo, raccontando soltanto una parte, nascondendo un’altra parte e mai le stesse parti alle diverse persone che ci circondano. E tuttavia, a quel che sembra, non siamo del tutto capaci di abituarci a ciò. E quando scopriamo che qualcosa non era come l’abbiamo vissuto – un amore o un’amicizia, una situazione politica o una aspettativa comune e addirittura nazionale – ci si presenta nella vita reale quel dilemma che può tormentarci così tanto e che in grande misura è il terreno della finzione: non sappiamo più com’è stato per davvero ciò che ci sembrava certo, non sappiamo più come abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto, se è stato quello che abbiamo creduto fino a quando siamo stati ingannati o se dobbiamo gettare tutto quanto nel sacco senza fondo dell’immaginario e tentare di ricostruire i nostri passi alla luce della rivelazione presente e del disinganno.
La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili, di scelte non compiute, di opportunità mancate, di elementi che ignoriamo perché riguardano gli altri, di cui è ancora più arduo sapere tutto o sapere qualcosa. L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e malsicuro, che neppure ciò che in esso sembra ormai fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre, che ciò che è stato è composto anche da ciò che non è stato, e che ciò che non è stato può ancora essere.
– Javier Marias – 

Breaking It Up.

YOUTH NOVEL 5

Darling I’ll leave and you won’t come along;
so give me the reason to stay, give me the reason to wait.
‘Cause darling we’re here but my true love is not.
I let you think that I’m yours when I’m not;
keep you here though I’m ready to drop the last line.
Breaking it up, it’s already gone.

If you’re going abroad I can’t help you,
if you’re crossing the street I might be there.

Ho scelto di non provare dolore, ho scelto di provare ad essere felice. Si, ho scelto di provare ad essere felice. Nella vita siamo sempre in attesa che arrivi la felicità, come se questa dipendesse da qualche fattore esterno. Speriamo sempre che arrivi qualcuno a portarcela.
Sono stanca di aspettare, io voglio essere felice ora e voglio occuparmi dell’unica relazione sicura che ho, quella con me stessa. Viviamo sempre proiettati verso l’altro, viviamo in funzione di come l’altro di percepisce.
In realtà, l’unica cosa di cui dovremmo preoccuparci, è capire come ci percepiamo noi, siamo l’unica persona con la quale veramente dobbiamo fare i conti. Le persone e le stagioni passano, noi stessi restiamo sempre, che ci piaccia o no. Ho realizzato che forse non ero contenta di quello che vedevo, quella che ero non mi permetteva di essere felice. Mi sono resa conto che potevo essere molto altro, potevo essere luce. Allora perché fermarmi?
Abbiamo un potere e una responsabilità verso di noi grandissima. Abbiamo il potere di essere quelli che vogliamo, abbiamo il potere di cambiare. Allora perché non usare questo potere? Perché aspettare che qualcuno ci porti il cambiamento? Perché essere il limite di noi stessi?

I want a happy life, and I want to control my own fate.
– The Good Wife –