Occhiali scuri.

Dopo tre cocktail divento drama setter.
Vai piano non fare il botto quando ritorni alle 8,
forse hai bevuto un pò troppo ed è già domani.
Attento al posto di blocco, magari accosta ma occhio,
non ti scordare mai gli occhiali scuri se
non sai dove dormirai stanotte.

Al liceo mi sono divertita molto. Dal terzo anno ho cominciato ad andare a tutte le feste di diciotto anni dei miei compagni di scuola, non me ne perdevo una. Sono andata a tutte le feste a cui mi invitavano o alle quali ci si poteva imbucare ma mantenendo sempre un equilibrio di fondo. Non ho mai fatto casini, ho sempre bevuto molto poco. In vita mia non mi sono mai ubriacata sul serio. Sono sempre stata una persona equilibrata nel divertimento. Forse perché, nel divertimento, ho sempre cercato il piacere di passare del tempo insieme agli altri e non la volontà di evadere da me stessa. Ho sempre avuto sete di umanità, di capire e fare mie le storie degli altri, di andare al di là degli eventi nudi e crudi, di carpirne il significato. Perché decidiamo di agire in un modo piuttosto che in un altro?
Quando è finita la storia in cui ero l’anno scorso, un mio amico subito dopo mi ha detto: “ora ti butterai a capofitto sul lavoro, vai a ballare e sfogati con il primo che passa” e io da queste parole sono rimasta interdetta. In realtà B. nel dire queste cose, stava proiettando su di me tutta la rabbia che aveva per la sua di storia, finita male. Io gli ho detto che quella era la sua rabbia e non la mia. Io di rabbia per la fine della mia storia non ne ho mai provata, anzi. Ho provato solo del dolore acuto ma è sempre stato solo mio. Ho detto a B. che non sentivo l’esigenza di fuoriuscire da me stessa ma che sentivo invece l’esigenza di prendermi del tempo per me e l’ho fatto. Ho rallentato i miei ritmi per cominciare ad ascoltarmi.
A seguito della fine del rapporto, ho voluto prendermi del tempo per accogliere e per affrontare il mio dolore spirituale e no, non era il dolore derivante dalla fine del rapporto. Il dolore per la fine del rapporto è stato qualcosa di acuto, fisiologico e inevitabile. Quel dolore acuto è stata solo la conseguenza di un evento della vita che mi sono ritrovata ad affrontare. Ma, i dolori acuti, in quanto acuti, come vengono, vanno.
A seguito della fine del rapporto, avevo capito che erano maturati i tempi per affrontare me stessa perché metà della responsabilità per quello che era successo, inevitabilmente, era la mia. Ho quindi deciso che volevo studiarmi e conoscermi in profondità. Volevo del tempo per affrontare il mio di dolore, quel dolore che mi appartiene da sempre in senso viscerale, quel dolore mio e soltanto mio sul quale solo io posso agire, il mio dolore fondante. Parlo di quel dolore costante e sempre presente in ognuno di noi. Quel dolore che è nostro stesso figlio, perché insito in noi stessi. Quella sorta di croce che, in qualche modo, siamo condannati a portarci dentro, quotidianamente.
Nell’affrontare il mio dolore viscerale, ho provato emotivamente altro dolore, quel dolore che discende da una presa di consapevolezza, dal doversi guardare allo specchio e dal dover ammettere di non amare poi troppo l’immagine che lo specchio restituisce. Mi sono presa del tempo per me perché sapevo che le luci, le piste da ballo, l’alcool, i social, l’essere magri, il sesso fugace, non mi avrebbero aiutato, anzi. Sapevo che la ricerca dello svago ossessivo non avrebbero fatto altro che peggiorare e acuire il mio dolore e che rimandare non sarebbe servito. Il dolore era mio ed era lì pronto ad aspettarmi, era lì che chiedeva di essere vissuto.
Mi sono presa del tempo per me e dopo aver affrontato il mio dolore, sono rinata a nuova vita. No, il dolore non è sparito. Ho ancora del dolore ma ora quel dolore fa parte di me. Ho imparato a diventarci amica, a gestirlo. Ho imparato a guardarlo in faccia, a prenderlo per mano e a non lasciarmi sopraffare. Nel capire quel dolore ho imparato che, spesso, i nostri più grandi nemici siamo solo noi stessi e che la felicità e la serenità dipendono solo da noi. Che a volte, il nostro dolore viscerale discende solo da una struttura di pensiero ossessivo e reiterato come se fosse una sorta di cattiva abitudine. Ho però capito che, come tutte le cattive abitudini, può essere superato.
Dopo aver affrontato quel dolore viscerale che mi portavo dietro, ho cominciato a vivere in modo decisamente più vero e puro. Ho veramente imparato a capire e ad apprezzare le piccole cose quotidiane. Una volta mentre correvo mi sono quasi messa a piangere, perché ho pensato a quanto ero fortunata che, non solo riuscivo a camminare ma che riuscivo anche a correre perché ho letto di persone che non hanno neanche la libertà di usare le loro gambe come vogliono. Ho cominciato ad imparare e a praticare l’arte della gratitudine e ho imparato a prendere me stessa e gli eventi che accadono al di fuori di me con grande ironia. Ho imparato a fare sempre un passo indietro, perché l’altro è altro e non possiamo governarlo ma è nostro dovere comprenderlo. In fondo, ognuno di noi ha le sue buone ragioni e le mie non sono più buone di quelle dell’altro.
Mi sento tornata a quell’estate, quella dopo il terzo liceo, dove si usciva il pomeriggio e si tornava la sera tardi, sempre sul motorino di altri. Ora posso uscire solo la sera e anche se sono stanca, esco ugualmente. Ho ricominciato, come facevo da adolescente, a buttarmi nelle situazioni. Ho ritrovato la gioia e il piacere di perdermi nell’umanità e nelle storie degli altri. Ho anche ricominciato a vestirmi come un adolescente, ora spesso porto gli shorts anche se non mi convincono molto, sono veramente troppo short. Ho cominciato ad ascoltare musica di dubbio gusto. L’ascolto perché i testi, anche se non mi appartengono, mi fanno ridere. In fondo la vita è anche questo, a volte si torna indietro, a volte si va per contrasto.

Ci vuole molto coraggio.

“Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente
e immaginare il nuovo che rompe le abitudini”.
Willyco

Qualcuno leggendo quello che ho scritto qui ha commentato dicendo che forse mi stavo colpevolizzando. No, non mi stavo colpevolizzando, il senso di colpa non mi è mai appartenuto. Non mi è mai appartenuto perché non vedo il senso del senso di colpa, per me è qualcosa totalmente privo di significato. Siamo umani e non divini e nel nostro essere umani, semplicemente, facciamo ogni giorno degli errori e si, a volte facciamo del male alle persone che ci sono intorno, spesso proprio a quelle a cui siamo più legati. Non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo, lo sappiamo tutti che la natura umana funziona così.
Allora mi chiedo: ma se sappiamo che funzioniamo così, non avrebbe molto più senso concentrare le proprie energie sul chiedere scusa piuttosto che arrovellarci dentro noi stessi, facendoci mangiare da quel senso di colpa? Per chiedere scusa ci vuole coraggio, perché è necessario prima affrontare noi stessi e poi affrontare l’altro. Anche il chiedere scusa richiede un percorso di consapevolezza e non è sempre detto che l’altro sarà disposto ad accogliere le nostre scuse. Ma nel non sapere accogliere le scuse, il problema poi diventa dell’altro. Perché non accogliere le scuse e non concedere il perdono, è anche quello un gesto di chiusura, di rifiuto della natura umana. Anche chi è stato ferito, a sua volta avrà ferito. Siamo tutti, nello stesso tempo, carnefici e vittime. Di conseguenza, per me, non ha molto senso rifiutare una spirale che definisco virtuosa, quella del ricevere e del chiedere scusa.
La spirale del chiedere e del saper accogliere le scuse dell’altro la definisco virtuosa perché, secondo me, permette ad entrambe le parti in causa di evolversi, di imparare dal proprio passato e di lasciar andare qualsiasi cosa debba essere lasciata andare.
Il senso di colpa e il non accettare le scuse, semplicemente, bloccano questa spirale, bloccano entrambe le parti in una staticità che si contrappone all’essenza primaria della vita: quella del divenire. Si rimane immobili, senza andare avanti, non riuscendo ad abbandonare del tutto quel passato che, a volte, può tornare a tormentare tramite proprio quel senso di colpa mai superato o magari tramite quelle scuse mai ricevute.
Non vedo il senso del senso di colpa, davvero. Io chiedo scusa a quel dolore per non essere sempre stata all’altezza della situazione, per non averlo accolto come meritava e le motivazioni per cui non ci sono riuscita erano tante o forse una sola, mancavo di consapevolezza rispetto a quel dolore. Mi scuso con quel dolore ma, nello stesso tempo, amo la me stessa del passato e la me stessa di oggi perché ero sempre io. Oggi ne so più di quanto ne sapevo ieri, domani ne saprò più di quanto ne so oggi ed è anche questa la natura umana e anche qui non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo.
Non sarò e nessuno di noi sarà mai all’altezza di quello che ci capita, soprattutto quando quello che ci capita è totalmente inaspettato. Forse avrei potuto fare di più e forse avrei dovuto fare di meno ma con il senno di poi, saremmo tutti dei fenomeni* e il senno di poi, come il senso di colpa, non ha per me una sua ragion d’essere.
Oltre al chiedere scusa a quel dolore, perdono totalmente me stessa. Mi perdono perché ho sempre agito in buona fede e spinta da un amore grande anche se, a volte, tramite i miei gesti, non sono stata in grado di dimostrarlo o forse l’altro non è stato in grado di comprenderlo. D’altronde, anche le incomprensioni fanno parte del quotidiano di ognuno di noi, sono fisiologiche.
Ad oggi, prendendo il buono dalla scarsa consapevolezza che avevo, guardo al mio presente vedendo tutto il bello che mi sta regalando. Questa mia esperienza di vita mi sta dando l’opportunità di mettermi in contatto con persone che conoscono bene il dolore cronico perché lo vivono ogni giorno e che hanno qualcosa di importante da insegnarmi. Le parole che leggo nei loro blog, senza il mio passato, non avrebbero il valore che hanno oggi. Grazie a loro, sto imparando ad apprezzare sempre di più la bellezza delle piccole cose e il rifiuto delle sovrastrutture che tanto ci confondono le idee, che tanto ci fanno perdere il senso della vita.
Sto imparando ad amare i sentimenti che mi porto dentro, custodendoli gelosamente. Custodendoli ma rivelandoli quando è giusto farlo, perché non ha senso provare amore senza dimostrarlo. Perché, anche se a volte ci fa paura e anche se soffriremo, l’unica cosa che possiamo continuare a fare è amare. Amare al nostro meglio cercando di amare consapevolmente, non tralasciando il piano pratico dell’amore. Perché l’amore è passionalità, sentimento e irrazionalità ma l’amore vive all’interno della quotidianità e in quella quotidianità deve essere in grado di trovare la sua forma di espressione.
Il mio passato mi ha permesso di rigenerarmi completamente, senza quel vissuto non sarei la consapevolezza che sono ora. Molte persone intorno a me mi hanno detto di vedere oggi una me molto differente, più serena e più felice. Ribadisco, differente e non migliore, perché l’essere migliori implicherebbe fare dei paragoni ma non mi piace l’idea di fare un confronto tra la me stessa di oggi e quella del mio passato.
Dico grazie al mio passato e alla consapevolezza che sono stata in grado di acquisire perché grazie a chi ero e a cosa sono diventata, questo giugno mi sta portando tanta stanchezza ma una stanchezza bella, con la pace nel cuore. Quando mi fermo ad ascoltarmi, mi percepisco calma, di una calma che non avevo mai sperimentato. Di una calma che mi fa pensare al mare nelle sue giornate di quiete, dove sembra un’immensa tavola di acqua, totalmente immobile eppure sempre mutevole.

Ci vuole molto coraggio ad avere coraggio.
Ci vuole molto coraggio, per reggere il giorno e sopportare la notte.
Ci vuole molto coraggio, per fermarsi un attimo a nuotare nel profondo.
Ci vuole molto coraggio per tornare indietro quando è necessario.
Ci vuole molto coraggio per guardarsi allo specchio con un bel sorriso.

Ci vuole molto coraggio, per studiare legge e fare l’operaio.
Ci vuole molto coraggio, il calzino bianco con il mocassino.
Ci vuole molto coraggio per votare lega in qualunque caso.
Ci vuole molto coraggio per guardare Sanremo fino in fondo.

Tutto è qui. Non cercare fuori da te. Tutto quello che potrai trovare fuori è per sua natura mutevole, impermanente. Ti puoi illudere di trovare stabilità nella ricchezza, poi quella finisce. Puoi pensare di trovarla nell’amore di una persona, che poi se ne va. O nel potere, che facilmente cambia mano. Puoi affidare la tua vita a un guru e quello muore. No, niente di ciò che è fuori ti appagherà mai. La sola stabilità che può aiutarti davvero è quella interiore.**
Tiziano Terzani

*Citando liberamente un commento ricevuto da Marco Toracchi.
**Citazione gentilmente presa da Nosce Sauton.

Fix you.

Sul dolore cronico, parte terza.

“Il modo in cui ci opponiamo al dolore determina il nostro grado di sofferenza”.
Stardust Mamy

Ho cominciato a parlare di dolore a seguito della mia conoscenza con una blogger (Stardust Mamy) che, da vent’anni, combatte con l’artrite reumatoide. Grazie a lei, ho cominciato a riflettere sulla mia esperienza indiretta con il dolore cronico e ne ho cominciato a scrivere, liberandomi di questa oscurità che mi ha accompagnato per qualche anno della mia vita.
Nel riflettere rispetto al rapporto che ho avuto con il dolore dell’altro, ho riflettuto molto anche sul ruolo che i medici hanno avuto in questa faccenda. Nella mia esperienza, ho conosciuto tanti medici, con differenti specializzazioni e differenti approcci. Tutti hanno cercato di dare, per quello che hanno potuto, una risposta pratica alla patologia presentata. Tutti hanno cercato di dare delle risposte ma nessuno si è interessato delle ripercussioni psicologiche che quel dolore si è portato dietro e che, hanno colpito il paziente e tutta la sua famiglia. Forse perché nella nostra epoca, a qualsiasi tipo di problematica, dobbiamo e siamo in grado di rispondere solo con risposte pratiche, tralasciando spesso il lato umano delle vicende.
Solo un dottore ha cercato di rimanere “vigile” su quel dolore e di trasmettere l’importanza che l’aspetto psicologico assume quando ci si trova ad affrontare situazioni del genere. Questo medico illuminato, che ho avuto la fortuna di incontrare, è stata l’unica persona che ha cercato di porre l’attenzione sulla centralità del paziente e sulla sua sfera emotiva, al di là del “danno” fisico e del dolore provato. Perché quando si prova dolore fisico, quel dolore supera la “fisicità” diventando anche psicologico, portandosi dietro tutta una serie di implicazioni non facilmente visibili e “quantificabili”.
La frase con cui ho aperto questo post è emblematica e su questa frase ci sarebbe da meditare a lungo. Il dolore viene scatenato dal nostro corpo per “informarci” che qualcosa non va. Il dolore è una sorta di allarme. A seguito però di questo allarme, se quel dolore non rimane circoscritto in uno spazio temporale breve, può farci perdere il senno e la prospettiva delle cose.
Trovo che davanti al dolore in generale, che sia esso fisico o spirituale, alla fine si hanno due uniche e possibili strade: o ci si lascia travolgere da quel dolore o si trova un modo per accettarlo, per comprenderlo e per accoglierlo.
Penso che, in un primo momento, lasciarsi travolgere dal dolore sia del tutto fisiologico e normale. Il dolore arriva e ci colpisce con tutta la sua oscurità. Il dolore arriva, ci fa soffrire e ci spaventa, soprattutto quando non sappiamo quanto durerà. Il dolore è qualcosa che ci travolge perché solitamente non lo si conosce, nessuno in fondo ne parla mai (e d’altronde, perché si dovrebbe?). Questa “novità”, in quanto poi dolorosa, ci spaventa molto e ci tira fuori dei sentimenti di rabbia e di impotenza creando una spirale autolesionista nella quale il dolore si autoalimenta.
A seguito però di quel tumulto iniziale o ci abbandoniamo al dolore e ci lasciamo travolgere, oppure decidiamo di accoglierlo. L’accoglienza di quel dolore penso che sia l’unica strada per la salvezza, l’unica strada per continuare a vivere e a non lasciarci vivere da quel dolore. Anche se è una prova disumana che siamo chiamati ad affrontare, non ci sono altre alternative possibili, abbiamo o l’annichilimento di noi stessi o l’accettazione.
Quando penso al dolore e all’accettazione di esso, mi viene in mente il concetto del “porgere l’altra guancia”. Perché il dolore è oscurità, è malessere, è perdita di se stessi, è perdita della propria identità di individuo. Se vogliamo evitare che quel dolore ci faccia perdere l’unica vita che abbiamo, dobbiamo accoglierlo e farlo nostro. Il dolore proverà ogni giorno a metterci in croce, sta poi a noi decidere se soccombere o risorgere da quella croce. Non a caso, alcune persone che soffrono di dolore cronico, parlano di una rinascita nel momento dell’accettazione, di un cambio di prospettiva rispetto alla propria vita e al mondo circostante.
Tutto questo lo sto capendo ora, rivivendo in modo postumo quel dolore vissuto ma mai palesemente dichiarato e affrontato. Io stessa ero la prima a rifiutare l’accettazione del dolore perché, se ci si pensa per un attimo, è qualcosa di profondamente paradossale. Come possiamo noi accettare e accogliere qualcosa che in realtà ci fa del male? Qualcosa che ci priva del nostro fisico, delle nostre attività quotidiane, della nostra mente e infine della nostra vita? Io stessa, quando quel medico di cui parlavo prima, cercava di trasmettermi questi concetti, lo guardavo molto stranita e in parte, verso di lui, provavo della rabbia. Lui cercava di trasmettermi questi concetti e in questi concetti io non vedevo la risposta alla mia domanda. Io chiedevo una soluzione al dolore per la persona che mi stava accanto, perché era una sofferenza troppo grande vedere un ragazzo così giovane privato della sua spensieratezza e dei suoi anni migliori. Io volevo una soluzione “pratica”, il dolore doveva sparire subito, non stavo chiedendo un modo per convivere con quel dolore. Nel mio chiedere in modo “ossessivo” una soluzione, non riuscivo a capire e a vedere che la risposta pratica al dolore doveva comunque essere cercata ma che, mentre si cercava, bisogna trovare un modo per continuare a vivere, perché il dolore non può farci rinunciare a noi stessi, a quelli che siamo e ai nostri progetti.
La vita è un divenire a prescindere da quanta sofferenza ci portiamo dentro, il fiume di Eraclito continua a scorrere e non possiamo fare niente. Davanti al divenire della nostra vita non possiamo fare niente ma possiamo scegliere noi come vivere quel divenire. Possiamo scegliere di interrompere quella spirale distruttiva che la presenza del dolore fisico avvia. Perché il dolore, nella sua spirale, genera altro dolore, è come se si moltiplicasse. Nel generare altro dolore, diventa sempre più potente e più spaventoso, fino a diventare un mostro non più domabile. L’unica via per interrompere questa spirale crescente di oscurità è quella di reagire e di scegliere di accettare quello che è capitato. Di accettare e di trovare un modo degno di vivere. Nessuno merita quell’oscurità ma per quanto possibile, non dobbiamo lasciarci travolgere da quel mostro.
Non so qual’è il modo migliore per reagire, però possiamo provare a prendere spunto da chi combatte con quel dolore da due decadi, da chi ha deciso che la bellezza delle piccole cose, come un giro in bici, può rendere quel dolore più sopportabile. Da chi ha deciso che, per una bella giornata e per la presenza degli affetti cari intorno, vale la pena alzarsi la mattina e accogliere quel mostro che è sempre lì in agguato*. Il dolore rifiutato genera altro dolore, l’accoglienza di quel dolore genera amore e speranza.

When you try your best but you don’t succeed,
when you get what you want but not what you need,
when you feel so tired but you can’t sleep.
Stuck in reverse.

And the tears come streaming down your face,
when you lose something you can’t replace.

Lights will guide you home
and ignite your bones
and I will try to fix you.

*Challenge 30 days of gratitude.

Bleed like me.

Dedicato a tutte le donne.

In particolare dedicato a L. che ha saputo accogliermi quando non sapevo farlo da sola.

Hey baby, can you bleed like me?
You should see my scars.
Try to comprehend that which you’ll never comprehend.

Era marzo e stavo lavorando nelle Marche che rappresentano da qualche anno la mia fuga dalla città. Ero in magazzino con il gilet giallo della sicurezza, decisamente troppo grande sul mio corpo forse troppo magro e in parte consumato dagli eventi dell’anno precedente.
Mentre andavo da una parte all’altra del magazzino per fare la conta dei codici, ricordo di essermi girata verso L. e di averle chiesto così, di punto in bianco: “stasera andiamo a Messa al Santuario di Loreto?” e ricordo che lei, con estrema disinvoltura mi abbia risposto “Certo!” e io sono rimasta così, interdetta e con la bocca aperta, pensavo che mi avrebbe mandato a quel paese.
Per chi mi conosce sa che io e le Chiese non siamo mai andati molto d’accordo, anzi. Ad un certo punto però, così dal nulla, ho sentito l’esigenza fisica, prima ancora che spirituale di andarci.
Arrivata al Santuario mi sono messa in piedi sotto alla Madonna nera e dopo giorni che mi portavo dentro un peso nello stomaco, ho cominciato a piangere in modo composto abbassando la testa. Le lacrime scendevano e io non potevo farci nulla. Avevo cominciato a piangere di quel pianto liberatorio, di quello che vuole buttare tutto fuori. Era come se, in quel momento, avessi deciso di prelevare da me tutto il dolore provato e stessi chiedendo alla Madonna di accoglierlo.
Non ho però solo pianto, ho anche pregato. Ho pregato come ho potuto perché non so come si prega. La cara L. vedendomi così, con il capo chino, mi ha portato un fazzoletto e si è allontanata, aveva capito che per me quello rappresentava un momento importante. Non so dire per quanto tempo sono stata sotto alla Madonna nera, a me è sembrata un eternità.
Dopo quella mia preghiera sgangherata ho chiesto a L. di rimanere per la messa anche se a malapena ricordavo la liturgia. La Madonna e quel luogo sacro mi hanno concesso profonda pace e uscita da lì ho avvertito subito il dissolversi del mattone che avevo portato in quelle settimane nel petto. Avevo finalmente il cuore leggero. La Madonna aveva deciso di accogliermi e mi aveva concesso di “risorgere” a nuova vita, lasciando andare tutto, trasformando quel dolore nel mio passato.
L. dopo la messa mi aveva proposto di cenare in riva al mare e dopo avermi fatto quella proposta ricordo queste sue parole: “E. devi essere fiera di te, sei stata bravissima. In poche settimane hai fatto quello che io sono riuscita a fare in tanti anni”. Mi ricordo di averle sorriso e di averle chiesto di guidare, ero esausta.
Mentre bevevamo del vino ho cominciato a guardare L. con insistenza. Non la stavo guardando, la stavo scrutando. Perché, in qualche modo, in quei mesi passati ci eravamo trovate. Ci eravamo trovate senza avere nulla in comune e non riuscivo a capire come questo fosse stato possibile. Poi però, improvvisamente, tutto mi è stato chiaro. Ci eravamo trovate perché eravamo entrambe donne, era questo ad averci unite. L’essere donne e l’essere entrambe cadute, ad un certo punto, in un pozzo. Perché noi donne siamo fatte così, tutte abbiamo dei pozzi nei quali cadiamo perché noi donne abbiamo un animo sensibile e fragile e percepiamo il mondo in modo più amplificato. A volte la nostra fragilità è in grado di cogliere delle sfumature e degli aspetti molto remoti dell’essere umano, sconosciuti agli uomini. Io e te, mia cara L. ci siamo ritrovate a condividere i nostri pozzi e aveva poca importanza che avessimo caratteri diversi e che ci piacessero cose tanto diverse. L’empatia dei nostri pozzi ci aveva dato un linguaggio tutto nostro.
Oltre L. anche mia madre ha saputo cogliere profondamente il mio pozzo e una volta, mi ha lasciato sul cuscino un discorso molto bello (quello riportato qui sotto). Il discorso che mi ha donato mi ha profondamente illuminato. Grazie a questo discorso ho capito che, per quanto una donna venga percepita come sicura di se, tutte noi abbiamo qualcosa di profondamente fragile che ci portiamo dentro e con la quale dobbiamo fare i conti. Quella fragilità di cristallo nella quale risiede tutta la nostra bellezza. Aver riconosciuto a me stessa di avere anche io dei pozzi nei quali a volte cado mi ha dato una nuova consapevolezza di me. Mi ha permesso di accettare quella parte fragile e molle che in passato, troppo spesso, ho cercato di rifiutare. L’aver accolto quella parte così rinnegata di me mi ha restituita a nuova vita e mi ha smussato gli angoli più spigolosi che mi portavo dietro. Ora la mia fragilità la esprimo ad alta voce, in mezzo agli altri, anche tramite la mia scrittura. Questa accettazione profonda ha creato in me il desiderio di arrivare un giorno ad avere una famiglia e dei figli perché solo gli affetti ci salvano e amerò il mio tempo come fosse il primo sorriso perché solo così sarò libera e forte*.

*Grazie a Sarino per il suo animo nobile e per avermi donato queste parole.

(…) Quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai. Due donne infatti si capiscono molto bene quando si mettono a parlare del pozzo oscuro in cui cadono e possono scambiarsi molte impressioni sui pozzi e sull’assoluta incapacità di comunicare con gli altri e di combinare qualcosa di serio che si sente allora e sugli annaspamenti per tornare a galla. (…)
Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che danno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse (…).
Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.
Discorso sulle donne, Natalia Ginzburg

Le coppie.

A tutti quelli che mi hanno dato il coraggio di condividere quello che scrivo con il mondo,
quindi tutta me stessa.

In particolare grazie a Beatrice, a Barbara e a Simone.

La cosa piú temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché cosí facendo consegniamo la cosa piú preziosa che abbiamo in noi a qualcos’altro.
– Haruki Murakami –

Anche i rapporti, come la moda e i fast-food, sono diventati usa e getta, un giorno ci sono e il giorno dopo chi lo sa. Non so se è stato per farmi sentire meno sola che in questi mesi mi sono arrivati i racconti più disparati di qualcuno che, dopo anni, per motivi futili, se ne va non affrontando quello che resta, perché in fondo scappare è molto più facile che affrontare. Probabilmente, questi racconti sono arrivati per farmi capire che la coppia alla quale appartenevo non era poi così diversa o “migliore” delle altre, perché anche noi, come tutti, siamo caduti nei più classici dei cliché. Tutti i racconti che ho ascoltato, inevitabilmente mi portavano a pensare alla situazione da me vissuta e i parallelismi venivano giù a profusione. C’è dello sconcertante nel vedere che, per quanto ognuno di noi è diverso dall’altro, in fondo siamo tutti quanti uguali.
Ho alle spalle sei anni finiti così, “perché non ti amo più” mi sono sentita dire. A sentire quelle parole ho provato stupidamente vergogna. Quella vergogna stupida che nasce dal sentirsi rifiutate perché noi donne siamo così, subiamo in silenzio e proviamo vergogna per aver subito. Quella vergogna stupida figlia dei nostri tempi, nei quali, in qualche modo, dobbiamo sempre apparire “vincenti”.
Ovviamente, come in tutti i rapporti di anni, anche nel mio rapporto c’erano delle situazioni e delle cose che si sarebbero dovute gestire. Una salute invalidante (non mia, dell’altro), la voglia di emancipazione dai miei genitori con una casa nuova, il mio lavoro e il suo non lavoro, tutto mescolato con il dramma del diventare “grandi”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il fatto che sia finita ma come sia finita. Non c’è stato un dialogo aperto, un vero confronto, si è solo scappati il più lontano possibile chiudendosi in un silenzio profondo e disconoscendo completamente l’altro.
Accanto a questo, dopo la rottura, l’altra parte ha optato non per un percorso di crescita interiore ma per un involuzione estrema. La sensazione che ho avuto è che ci sia stato un totale rifiuto delle proprie responsabilità (compresa quella della rottura) e una totale negazione di se stessi.
Anche il cambiamento, molto spesso, viene usato come scusa per chiudere i rapporti. Il cambiamento è qualcosa di fisiologico e positivo nella vita di tutti noi e non possiamo far altro che accettarlo. Il problema non è il cambiamento in quanto tale ma la nostra incapacità ad affrontarlo, a gestirlo e ad evolverci con lui. Molto spesso la “colpa” è della parte che cambia e non della parte che rimane immobile, curva su se stessa.
Mi viene inoltre da soffermarmi sui sentimenti, questi sconosciuti. Penso che se si è amato veramente, in qualche modo, si ama per sempre. I sentimenti non sono e non possono essere qualcosa di intermittente che accendiamo e spegniamo quando vogliamo. Le questioni, relative al fallimento dei rapporti e dell’amore, per me possono essere tre (ovviamente la mia è una profonda schematizzazione):
1) confondiamo l’amore con la passione fisica, che nel tempo è destinata a morire e spesso non si fonda su un vero sentimento di amore;
2) ci illudiamo di provare amore pur di non stare soli;
3) rifiutiamo i sentimenti per non guardarci dentro, perché amare realmente presuppone una profonda apertura verso l’altro, grande pazienza e voglia di compromesso e non sempre siamo in grado di fare tutto questo. A volte, semplicemente, siamo troppo concentrati su noi stessi e non siamo proprio in grado di amare l’altro.
In tutti i casi però manchiamo di coraggio. Perché nel primo caso dovremmo semplicemente goderci il momento con onestà. Nel secondo, dovremmo inevitabilmente fare un sforzo per imparare a convivere con noi stessi, senza saltare da persona a persona pur di evadere. Il terzo caso, è sicuramente il più complesso, perché comporta una presa di coscienza profondissima. Quanti di noi sono veramente in grado di ammettere candidamente di non essere in grado di amare? Di mettere davanti sempre loro stessi e di non aver alcun grado di apertura verso il prossimo?
La sofferenza, che ho provato per la fine del rapporto, è stata circoscritta a poche settimane perché mi sono resa conto che era l’altra parte ad essere estremamente confusa e, davanti ad un rifiuto così netto nei miei confronti, non potevo far altro che accettare la situazione e scappare via, il prima possibile. Non aveva alcun senso provare del dolore perché non ero io ad esserne intrisa. Era l’altra parte ad avere un dolore profondo dentro di se, sia fisico che spirituale e questo dolore lo ha semplicemente sopraffatto. Era talmente colmo del proprio dolore che non è stato in grado di vedere e cogliere le possibili conseguenze del suo agire. Il dolore, aveva scavato talmente tanto nella sua anima che, ad un certo punto, sentendosi completamente smarrito, aveva bisogno di creare un punto di rottura per provare a rinascere e io semplicemente, in quel momento, ero quel punto di rottura. Il dolore ha annichilito la capacità di amare.
Con il senno di poi, a distanza di tempo e ripensando a tutto quello che è stato, va bene che sia andata così, perché meglio ora che poi. Ancora non si condivideva realmente niente e non ci sono stati grandi danni.
Va bene che sia andata così perché in fondo, nella mia vita, cerco qualcuno che abbia il coraggio di vivere pienamente e chiedo a me stessa di trovare lo stesso coraggio. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di amare e chiedo a me stessa di riuscire a fare altrettanto. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di affrontare se stesso senza evadere da se stesso e chiedo a me stessa di trovare il coraggio per affrontare sempre, a viso aperto, le cose. Chiedo inoltre, a me stessa, di trovare il coraggio di crocifiggermi io se non sono all’altezza delle cose ma di non sacrificare mai nessuno al mio posto per provare a ritrovare l’equilibrio perso. Perché, alla fine, chi nasce senza coraggio muore accontentandosi*.

Le coppie si dicono basta e sui social network non sono più amici,
lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare.
Si dicono non rimaniamo estranei o nemici ma non ci riescono quasi mai.
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.

*Grazie a Sergio M. Ottaiano per avermi ispirato con la sua scrittura.

Threat of joy.

I’m gonna take my time to say…

Take my time today.

I’m gonna take what comes my way.

Ero nella doccia in una posizione strana cercando di riprendermi dal troppo vino rosso, avevo deciso che sarei diventata sommelier. Mentre cercavo di capire come sorreggere la testa troppo pesante mi ero ritrovata a pensare che in quei mesi ero rimasta del tutto fedele a me stessa, in perfetto equilibrio. Evidentemente, quando qualcuno mi aveva detto che ero pronta aveva ragione anche se inizialmente non avevo voluto crederci. Tendenzialmente, non mi sentivo mai del tutto completa, mi veniva difficile accettare l’idea di essere pronta. D’altronde però, guardando ai mesi passati, ero soddisfatta di me stessa e del mio percorso, il mio equilibrio non aveva mai vacillato. O meglio, per un attimo aveva vacillato rendendomi ridicola ma la stupidità è in tutti quanti noi, anche in me. Non avevo mai provato rabbia, non mi ero mai concentrata sull’altro ma solo su me stessa. Tutto quello che avevo cercato di raggiungere era la serenità delle cose, avevo solo voluto affrontare e distruggere quel dolore, niente di più. Quello che succedeva intorno a me non mi aveva mai colpita perché sapevo che io non c’entravo nulla e che non sarei mai c’entrata nulla. Ero stata strumentalizzata e messa al servizio dell’io altrui confuso e spaurito che cercava in tutti i modi di fuoriuscire da se stesso senza proiettarsi verso se stesso.
Mentre ballavo nella doccia, confusa dal vino e dal troppo liquore alla liquirizia, pensavo che se a te andava bene così, andava bene anche a me. Che se per te la mia assenza era molto più preziosa della mia presenza, chi ero io per dirti che non avevi ragione?
Ridendo di tutto questo continuavo a ballare sotto l’acqua che scorreva. Ridevo perché nonostante il dolore provato, non mi ero mai chiusa al mondo, neanche per un attimo. Quel dolore mi aveva fatto aprire ancora di più all’altro e alla vita ed ero pronta ad accogliere tutto quello che sarebbe arrivato. L’unica cosa che avrei rifiutato categoricamente erano gli scherni sotto qualsiasi forma, non avrei mai giocato e prestato il fianco alla meschinità delle cose.

“I’d really like to get to know you.”
“Why?”
“You are interesting. You don’t let things confuse you.”
“I’m not sure that’s true. I used to think I knew what life was about but I don’t have a clue.”
“Cherish that moment. When you realize you don’t know what life’s about. That’s truth.”
“You think you could ever be happy? If you had taken a left instead of right or went up instead of down, you would’ve been happy?”
“No.”
“Really?”
“You can’t control fate. It’s in your genes, can’t change that.”
“So whatever I do, whatever I did, I’d end up right back here?”
“Well, maybe not here but someplace like here. At the end of every fork there’s a cliff. Go ahead, take the road less traveled, but you still find that cliff.”
– The Good Wife –

Primavera.

In quei mesi c’era stato solo un profondo dolore, un dolore remoto e costante. Quel dolore però mi aveva consegnato una verità pura e innegabile: ero in grado di amare. Quante persone nella loro vita avevano avuto questo privilegio? Quante persone ne erano state all’altezza? Molto spesso ci si sceglie solo per compagnia. A me era stata concessa questa fortuna, avevo avuto questa gioia immensa. Sapevo  che tutto il bene e l’amore che avevo donato sarebbe rimasto lì per sempre scolpito al di là del tempo e dello spazio. Perché l’amore reale è così, supera qualsiasi cosa, permane nelle viscere più profonde di chi è stato in grado di accoglierlo. Il mio amore sarebbe rimasto lì cristallizzato dove era stato donato anche senza di me a custodirlo. Era questa l’unica eredità che lasciavo, la più grande che potessi lasciare.

“Ma allora perché Quirrell non poteva toccarmi?”
“Vedi, tua madre è morta per salvarti. Ora, se c’è una cosa che Voldemort non riesce a concepire, è l’amore. Non poteva capire che un amore potente come quello di tua madre lascia il segno: non una cicatrice, non un segno visibile… Essere stati amati così intensamente ci dà una sorta di protezione, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. E’ una cosa che ti resta dentro, nella pelle. Quirell, che avendo ceduto l’anima a Voldemort era pieno di odio, di brama e di ambizione e non poteva toccarti per questa ragione. Per lui era una tortura toccare una persona segnata da un marchio di tanta bontà”.
Harry Potter e la pietra filosofale