Occhiali scuri.

Dopo tre cocktail divento drama setter.
Vai piano non fare il botto quando ritorni alle 8,
forse hai bevuto un pò troppo ed è già domani.
Attento al posto di blocco, magari accosta ma occhio,
non ti scordare mai gli occhiali scuri se
non sai dove dormirai stanotte.

Al liceo mi sono divertita molto. Dal terzo anno ho cominciato ad andare a tutte le feste di diciotto anni dei miei compagni di scuola, non me ne perdevo una. Sono andata a tutte le feste a cui mi invitavano o alle quali ci si poteva imbucare ma mantenendo sempre un equilibrio di fondo. Non ho mai fatto casini, ho sempre bevuto molto poco. In vita mia non mi sono mai ubriacata sul serio. Sono sempre stata una persona equilibrata nel divertimento. Forse perché, nel divertimento, ho sempre cercato il piacere di passare del tempo insieme agli altri e non la volontà di evadere da me stessa. Ho sempre avuto sete di umanità, di capire e fare mie le storie degli altri, di andare al di là degli eventi nudi e crudi, di carpirne il significato. Perché decidiamo di agire in un modo piuttosto che in un altro?
Quando è finita la storia in cui ero l’anno scorso, un mio amico subito dopo mi ha detto: “ora ti butterai a capofitto sul lavoro, vai a ballare e sfogati con il primo che passa” e io da queste parole sono rimasta interdetta. In realtà B. nel dire queste cose, stava proiettando su di me tutta la rabbia che aveva per la sua di storia, finita male. Io gli ho detto che quella era la sua rabbia e non la mia. Io di rabbia per la fine della mia storia non ne ho mai provata, anzi. Ho provato solo del dolore acuto ma è sempre stato solo mio. Ho detto a B. che non sentivo l’esigenza di fuoriuscire da me stessa ma che sentivo invece l’esigenza di prendermi del tempo per me e l’ho fatto. Ho rallentato i miei ritmi per cominciare ad ascoltarmi.
A seguito della fine del rapporto, ho voluto prendermi del tempo per accogliere e per affrontare il mio dolore spirituale e no, non era il dolore derivante dalla fine del rapporto. Il dolore per la fine del rapporto è stato qualcosa di acuto, fisiologico e inevitabile. Quel dolore acuto è stata solo la conseguenza di un evento della vita che mi sono ritrovata ad affrontare. Ma, i dolori acuti, in quanto acuti, come vengono, vanno.
A seguito della fine del rapporto, avevo capito che erano maturati i tempi per affrontare me stessa perché metà della responsabilità per quello che era successo, inevitabilmente, era la mia. Ho quindi deciso che volevo studiarmi e conoscermi in profondità. Volevo del tempo per affrontare il mio di dolore, quel dolore che mi appartiene da sempre in senso viscerale, quel dolore mio e soltanto mio sul quale solo io posso agire, il mio dolore fondante. Parlo di quel dolore costante e sempre presente in ognuno di noi. Quel dolore che è nostro stesso figlio, perché insito in noi stessi. Quella sorta di croce che, in qualche modo, siamo condannati a portarci dentro, quotidianamente.
Nell’affrontare il mio dolore viscerale, ho provato emotivamente altro dolore, quel dolore che discende da una presa di consapevolezza, dal doversi guardare allo specchio e dal dover ammettere di non amare poi troppo l’immagine che lo specchio restituisce. Mi sono presa del tempo per me perché sapevo che le luci, le piste da ballo, l’alcool, i social, l’essere magri, il sesso fugace, non mi avrebbero aiutato, anzi. Sapevo che la ricerca dello svago ossessivo non avrebbero fatto altro che peggiorare e acuire il mio dolore e che rimandare non sarebbe servito. Il dolore era mio ed era lì pronto ad aspettarmi, era lì che chiedeva di essere vissuto.
Mi sono presa del tempo per me e dopo aver affrontato il mio dolore, sono rinata a nuova vita. No, il dolore non è sparito. Ho ancora del dolore ma ora quel dolore fa parte di me. Ho imparato a diventarci amica, a gestirlo. Ho imparato a guardarlo in faccia, a prenderlo per mano e a non lasciarmi sopraffare. Nel capire quel dolore ho imparato che, spesso, i nostri più grandi nemici siamo solo noi stessi e che la felicità e la serenità dipendono solo da noi. Che a volte, il nostro dolore viscerale discende solo da una struttura di pensiero ossessivo e reiterato come se fosse una sorta di cattiva abitudine. Ho però capito che, come tutte le cattive abitudini, può essere superato.
Dopo aver affrontato quel dolore viscerale che mi portavo dietro, ho cominciato a vivere in modo decisamente più vero e puro. Ho veramente imparato a capire e ad apprezzare le piccole cose quotidiane. Una volta mentre correvo mi sono quasi messa a piangere, perché ho pensato a quanto ero fortunata che, non solo riuscivo a camminare ma che riuscivo anche a correre perché ho letto di persone che non hanno neanche la libertà di usare le loro gambe come vogliono. Ho cominciato ad imparare e a praticare l’arte della gratitudine e ho imparato a prendere me stessa e gli eventi che accadono al di fuori di me con grande ironia. Ho imparato a fare sempre un passo indietro, perché l’altro è altro e non possiamo governarlo ma è nostro dovere comprenderlo. In fondo, ognuno di noi ha le sue buone ragioni e le mie non sono più buone di quelle dell’altro.
Mi sento tornata a quell’estate, quella dopo il terzo liceo, dove si usciva il pomeriggio e si tornava la sera tardi, sempre sul motorino di altri. Ora posso uscire solo la sera e anche se sono stanca, esco ugualmente. Ho ricominciato, come facevo da adolescente, a buttarmi nelle situazioni. Ho ritrovato la gioia e il piacere di perdermi nell’umanità e nelle storie degli altri. Ho anche ricominciato a vestirmi come un adolescente, ora spesso porto gli shorts anche se non mi convincono molto, sono veramente troppo short. Ho cominciato ad ascoltare musica di dubbio gusto. L’ascolto perché i testi, anche se non mi appartengono, mi fanno ridere. In fondo la vita è anche questo, a volte si torna indietro, a volte si va per contrasto.

Ci vuole molto coraggio.

“Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente
e immaginare il nuovo che rompe le abitudini”.
Willyco

Qualcuno leggendo quello che ho scritto qui ha commentato dicendo che forse mi stavo colpevolizzando. No, non mi stavo colpevolizzando, il senso di colpa non mi è mai appartenuto. Non mi è mai appartenuto perché non vedo il senso del senso di colpa, per me è qualcosa totalmente privo di significato. Siamo umani e non divini e nel nostro essere umani, semplicemente, facciamo ogni giorno degli errori e si, a volte facciamo del male alle persone che ci sono intorno, spesso proprio a quelle a cui siamo più legati. Non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo, lo sappiamo tutti che la natura umana funziona così.
Allora mi chiedo: ma se sappiamo che funzioniamo così, non avrebbe molto più senso concentrare le proprie energie sul chiedere scusa piuttosto che arrovellarci dentro noi stessi, facendoci mangiare da quel senso di colpa? Per chiedere scusa ci vuole coraggio, perché è necessario prima affrontare noi stessi e poi affrontare l’altro. Anche il chiedere scusa richiede un percorso di consapevolezza e non è sempre detto che l’altro sarà disposto ad accogliere le nostre scuse. Ma nel non sapere accogliere le scuse, il problema poi diventa dell’altro. Perché non accogliere le scuse e non concedere il perdono, è anche quello un gesto di chiusura, di rifiuto della natura umana. Anche chi è stato ferito, a sua volta avrà ferito. Siamo tutti, nello stesso tempo, carnefici e vittime. Di conseguenza, per me, non ha molto senso rifiutare una spirale che definisco virtuosa, quella del ricevere e del chiedere scusa.
La spirale del chiedere e del saper accogliere le scuse dell’altro la definisco virtuosa perché, secondo me, permette ad entrambe le parti in causa di evolversi, di imparare dal proprio passato e di lasciar andare qualsiasi cosa debba essere lasciata andare.
Il senso di colpa e il non accettare le scuse, semplicemente, bloccano questa spirale, bloccano entrambe le parti in una staticità che si contrappone all’essenza primaria della vita: quella del divenire. Si rimane immobili, senza andare avanti, non riuscendo ad abbandonare del tutto quel passato che, a volte, può tornare a tormentare tramite proprio quel senso di colpa mai superato o magari tramite quelle scuse mai ricevute.
Non vedo il senso del senso di colpa, davvero. Io chiedo scusa a quel dolore per non essere sempre stata all’altezza della situazione, per non averlo accolto come meritava e le motivazioni per cui non ci sono riuscita erano tante o forse una sola, mancavo di consapevolezza rispetto a quel dolore. Mi scuso con quel dolore ma, nello stesso tempo, amo la me stessa del passato e la me stessa di oggi perché ero sempre io. Oggi ne so più di quanto ne sapevo ieri, domani ne saprò più di quanto ne so oggi ed è anche questa la natura umana e anche qui non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo.
Non sarò e nessuno di noi sarà mai all’altezza di quello che ci capita, soprattutto quando quello che ci capita è totalmente inaspettato. Forse avrei potuto fare di più e forse avrei dovuto fare di meno ma con il senno di poi, saremmo tutti dei fenomeni* e il senno di poi, come il senso di colpa, non ha per me una sua ragion d’essere.
Oltre al chiedere scusa a quel dolore, perdono totalmente me stessa. Mi perdono perché ho sempre agito in buona fede e spinta da un amore grande anche se, a volte, tramite i miei gesti, non sono stata in grado di dimostrarlo o forse l’altro non è stato in grado di comprenderlo. D’altronde, anche le incomprensioni fanno parte del quotidiano di ognuno di noi, sono fisiologiche.
Ad oggi, prendendo il buono dalla scarsa consapevolezza che avevo, guardo al mio presente vedendo tutto il bello che mi sta regalando. Questa mia esperienza di vita mi sta dando l’opportunità di mettermi in contatto con persone che conoscono bene il dolore cronico perché lo vivono ogni giorno e che hanno qualcosa di importante da insegnarmi. Le parole che leggo nei loro blog, senza il mio passato, non avrebbero il valore che hanno oggi. Grazie a loro, sto imparando ad apprezzare sempre di più la bellezza delle piccole cose e il rifiuto delle sovrastrutture che tanto ci confondono le idee, che tanto ci fanno perdere il senso della vita.
Sto imparando ad amare i sentimenti che mi porto dentro, custodendoli gelosamente. Custodendoli ma rivelandoli quando è giusto farlo, perché non ha senso provare amore senza dimostrarlo. Perché, anche se a volte ci fa paura e anche se soffriremo, l’unica cosa che possiamo continuare a fare è amare. Amare al nostro meglio cercando di amare consapevolmente, non tralasciando il piano pratico dell’amore. Perché l’amore è passionalità, sentimento e irrazionalità ma l’amore vive all’interno della quotidianità e in quella quotidianità deve essere in grado di trovare la sua forma di espressione.
Il mio passato mi ha permesso di rigenerarmi completamente, senza quel vissuto non sarei la consapevolezza che sono ora. Molte persone intorno a me mi hanno detto di vedere oggi una me molto differente, più serena e più felice. Ribadisco, differente e non migliore, perché l’essere migliori implicherebbe fare dei paragoni ma non mi piace l’idea di fare un confronto tra la me stessa di oggi e quella del mio passato.
Dico grazie al mio passato e alla consapevolezza che sono stata in grado di acquisire perché grazie a chi ero e a cosa sono diventata, questo giugno mi sta portando tanta stanchezza ma una stanchezza bella, con la pace nel cuore. Quando mi fermo ad ascoltarmi, mi percepisco calma, di una calma che non avevo mai sperimentato. Di una calma che mi fa pensare al mare nelle sue giornate di quiete, dove sembra un’immensa tavola di acqua, totalmente immobile eppure sempre mutevole.

Ci vuole molto coraggio ad avere coraggio.
Ci vuole molto coraggio, per reggere il giorno e sopportare la notte.
Ci vuole molto coraggio, per fermarsi un attimo a nuotare nel profondo.
Ci vuole molto coraggio per tornare indietro quando è necessario.
Ci vuole molto coraggio per guardarsi allo specchio con un bel sorriso.

Ci vuole molto coraggio, per studiare legge e fare l’operaio.
Ci vuole molto coraggio, il calzino bianco con il mocassino.
Ci vuole molto coraggio per votare lega in qualunque caso.
Ci vuole molto coraggio per guardare Sanremo fino in fondo.

Tutto è qui. Non cercare fuori da te. Tutto quello che potrai trovare fuori è per sua natura mutevole, impermanente. Ti puoi illudere di trovare stabilità nella ricchezza, poi quella finisce. Puoi pensare di trovarla nell’amore di una persona, che poi se ne va. O nel potere, che facilmente cambia mano. Puoi affidare la tua vita a un guru e quello muore. No, niente di ciò che è fuori ti appagherà mai. La sola stabilità che può aiutarti davvero è quella interiore.**
Tiziano Terzani

*Citando liberamente un commento ricevuto da Marco Toracchi.
**Citazione gentilmente presa da Nosce Sauton.

La nostra pelle.

A volte vorrei lasciarmi ma non saprei con chi altro andare,
a volte m’innamoro di me e ritorno a ballare.

Anche se tra te e te non c’è comprensione,
anche se non hai tempo di starti ad ascoltare,
anche se una soluzione non ce l’hai,
tu non tradirti mai.

Ho riflettuto su questo mio modo di scrivere che ho adottato di recente, questi tagli chirurgici che faccio con le parole. In realtà, se si vuole vedere la mia parte emotiva basta leggere la categoria Every Open Eye, lì c’è tutta la mia emotività invernale ma a me, quell’emotività non piace. Quell’emotività non sono io e non si tratta di non saper provare niente. Il punto è che non mi piace farmi travolgere da quello che provo. Se ripenso alla me emotiva percepisco solo confusione e disordine e la mancanza di ordine non mi è mai piaciuta. C’è chi si lascia trasportare dalle emozioni e riesce a fare le scelte migliori, io faccio le scelte peggiori. Ho bisogno di analizzare con un taglio pulito e netto le cose per capire cosa voglio fare, la confusione non è cosa mia. L’emotività non mi ha mai aiutato a capire quello che stava succedendo o a fare chiarezza sulle cose, anzi. Quell’emotività provata in inverno mi ha solo fatto del male, mi sono sentita fuoriuscita da me stessa, come se non fossi io a parlare, a pensare, a muovermi. Quell’emotività provata e assecondata mi ha fatto fare cose prive di logica e io, senza logica, non so stare. Forse per questo a me i quadri di Lucio Fontana sono sempre piaciuti.
Una mia amica mi ha detto: “è come se tu avessi tutte le tue emozioni come vestiti, appesi in un armadio. Ogni tanto apri il tuo armadio e osservi e studi le tue emozioni. Sai che stanno lì, sai che sono cosa tua ma rimangono dentro l’armadio. Non sono d’accordo con chi ti definisce anaffettiva o fredda. Tu hai grande profondità di sentimenti ma non sei emotiva. Forse sei consapevole che spesso l’emotività può essere un boomerang”.
Forse, oltre a non amare l’emotività e il caos che ne può discendere, è che sono una persona timida, riservata e poco superficiale. Il mostrare quello che provo mi ha sempre messo a disagio. Sento di avere quella “grande profondità” di sentimenti ma forse, proprio perché li percepisco come profondi, penso che debbano essere accuditi e tutelati, non possono essere esposti e rivelati così, d’emblée. Forse per questo amo molto, oltre quei tagli puliti di Lucio Fontana, il protagonista delle “Conseguenze dell’amore”, Titta di Girolamo. Titta di frivolo ha solo il nome ed è una persona che, davanti all’amore provato, mette a repentaglio la sua intera esistenza.
All’apparenza sono una sfinge e mi è stato anche detto una volta, tempo fa, da un mio capo. Si, ad un approccio superficiale sono una sfinge e cosa provo? Nessuno lo sa o forse basterebbe solo osservarmi in modo più attento, andando al di là di quei tagli sulla tela.

E scoprire che sei proprio tu la persona che ti ha fatto ridere di più,
E scoprire che sei proprio tu la persona che ti ha fatto piangere di più,
Un buon amico, lo stronzo che ti ha mentito.

Un giorno buffo di cielo assolato ci ritroveremo con un bel sorriso,
per aver capito poco di questo nostro cervello
e dell’intero mondo così complesso, così spericolato.

Dobbiamo smettere di pensarci a partire dall’animalità come pretende la nostra cultura quando ci definisce “animali ragionevoli”. Imprigionati da questa definizione, guardiamo le nostre passioni come gli animali guardano alla loro fame e alla loro sete, pure esigenze da soddisfare. Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.
Cos’altro significa infatti essere “ragionevoli”? Non essere ostinati, adattarsi alla realtà così com’è, controllare le emozioni profonde, guardarsi dagli amori passionali non meno che dagli odi. La ragione è misura, e chi non vi si attiene ospita quel desiderio “fuori misura”, che lo colloca fuori dalla ragione.
Ma il desiderio rimanda alle stelle (de-sidera), allo struggimento delle passioni. In mezzo l’immenso vuoto che separa l’abisso delle passioni dall’altezza del cielo.
Umberto Galimberti, l’ospite inquietante*

*Citazione gentilmente presa da Nosce Sauton.

Ali sporche.

Ho i tagli sotto i talloni e ho perso sangue a galloni ma
guardami ancora in piedi,
nelle mie nuove Nike.

Anche se ho le ali sporche di sangue,
questo sangue m’ha reso grande.

Imparo dall’impatto con la verità,
che è trasparente come il vetro e puoi tagliartici a metà.

Torni da una pausa caffè e li vedi, una coppia di persone anziane per le scale che si tengono per mano. Vestiti in modo colorato, con magliette di cotone che useresti forse al mare. Quei due stonano dentro a quel palazzo fatto di uffici e di cravatte non tanto per il loro abbigliamento ma per la loro umanità: il tenersi per mano, lui che aiuta lei a scendere. Guardandoli attentamente vedi l’unione che c’è tra di loro, quel modo casuale eppure intimo di toccarsi le mani, quell’amore adulto consolidato negli anni. Poi ti guardi e pensi che in fondo la ridicola sei tu con le scarpe alte con le quali nemmeno sai camminare, la faccia perfettamente truccata e i tuoi progetti di gloria.
Mi sono sempre reputata una persona fortunata nel senso che non ho mai sentito l’esigenza di avere qualcuno accanto per sentirmi completa, in qualche modo lo sono da sola. Sto bene immersa in me stessa e nelle mie passioni e a volte ho terribilmente bisogno dei miei pensieri. Forse perché sono una persona a cui piace capire cosa le passa per la testa, una persona che in qualche modo vuole arrivare alla verità delle cose pur essendo consapevole che non ci arriverò mai del tutto, perché in quanto essere finito, l’assolutezza non la possiedo. Riflettendo su me stessa mi sono resa conto, che, in questi mesi, ho fatto un cammino molto interessante, un cammino che definirei “di luce e di apertura”.
Quando parlavo del dramma dei trentenni attuali e dei rapporti di coppia senza senso, parlavo anche di me. Io come tutti ero completamente inviluppata nei miei finti psicodrammi che in realtà erano solo delle paturnie mentali prive di fondamento. Questo cammino di apertura mi ha restituita a me stessa, mi ha fatto vedere come il cambiamento che possiamo attuare su di noi ha un risvolto positivo nel mondo nel quale andiamo a vivere e con il quale, giorno dopo giorno, ci confrontiamo. Mi ha restituito la verità e la semplicità delle cose, eliminando quella patina di “sporco” attraverso la quale percepivo il mio mondo. Mi sento come se fossi riuscita ad eliminare quel superfluo che mi stava incancrenendo, compromettendo la mia attenzione e compromettendo il mio punto di vista.
Non sento più la pressione del lunedì o del martedì, della sveglia che suona, del dormire sempre troppo poco e del fatto che al lavoro c’è sempre qualcosa che non va. Ora nella mia vita e nel lavoro, tutto va come deve andare e va sempre tutto bene.
Qualcuno mi ha detto che forse sto diventando troppo estrema perché manifesto il mio dissenso a qualsiasi lamentela (superficiale) altrui. Qualcun’altro mi ha detto che quando si ricerca una nuova stabilità è normale oscillare tra due estremi. Solitamente si oscilla fino a trovare poi un nuovo equilibrio. Condivido questa visione e sento che il mio oscillare sta per finire e che il mio nuovo equilibrio sta arrivando. Sento che la nuova definizione di me stessa sta per essere compiuta anche se so che non lo sarà mai del tutto perché siamo un eterno divenire e domani sarò sicuramente altro da quello che sono oggi.

La vita è come un eco: se non ti piace quello che ti rimanda,
devi cambiare il messaggio che invii.

James Joyce

P.S. Coez ti amo.

Lexotan.

Sulla negazione del dolore.

Ho sempre cercato un sacco di cose difficili.
per poi scoprire che non stavo meglio per niente.
Ho sempre avuto un sacco di sogni ambiziosi,
per poi realizzare di non stare meglio per niente.

Dobbiamo smetterla di pensare che vivere non comporti del dolore*. Dovremmo invece cominciare a capire qual’è il modo migliore per comprendere e accettare quel dolore, per farlo nostro. Accogliere il dolore che ci portiamo dentro vuol dire non lasciarci annientare dallo stesso. Perché, per quanto ci possiamo sforzare, rifiutare il dolore non è possibile, il dolore fa parte della natura umana, fa parte di noi. Ho visto persone massacrate dal dolore ma molto spesso, le persone massacrate sono quelle che non sanno come affrontare e, di conseguenza, fanno finta che non ci sia, inviluppati dentro un meccanismo di negazione totale. Oppure, ammettono che del dolore c’è ma ne sono come sopraffatte, non riescono o non vogliono comprenderlo. Spesso, quel dolore non affrontato e negato si trasforma in una sorta di cattiva abitudine che ci trasciniamo dietro, come un fardello, per anni. Perché la perversione del dolore non affrontato a volte ci crea dei meccanismi quasi di affetto. Con il passare del tempo impariamo a conoscere talmente bene quello stato di sofferenza sotterraneo e non espresso che ne rimaniamo incastrati e continuiamo imperterriti a mettere in atto quei meccanismi. Ci lasciamo logorare profondamente e a volte ne siamo consapevoli, a volte meno. A volte, per provare a scappare dal dolore, andiamo a vivere in un altro paese, scappiamo “fisicamente” dalle situazioni.
Saggiamente una persona di famiglia mi ha detto: “il dolore non possiamo evitarlo perché il dolore è come un tarlo che sta lì e rosicchia, giorno dopo giorno”.
Le persone che non affrontano il dolore si portano dietro delle lacerazioni profonde e spesso sono quelle persone che soffrono più di coloro che serenamente lo ammettono e lo combattono. Quelli che riescono ad affrontare sono quelli che, dopo un periodo di crisi, si rialzano e vanno avanti, migliori di quanto sono stati in passato perché quel dolore ha dato loro consapevolezza, alla fine quel dolore è stato utile.
Le persone che nascondono il loro dolore o che provano a farlo, invece, lo rendono spesso visibile a tutti gli altri e, se li guardi attentamente, lo percepisci e percepisci il disagio nel quale sguazzano. Lo percepisci dal modo in cui si muovono, da come parlano, da come affrontano la vita quotidiana. Ho conosciuto uomini e donne segnati nel fisico dal loro dolore.
Coloro che non affrontano sono poi quelli che rendono tutto ancora più penoso di quanto già non sia. Perché appunto, il tarlo non affrontato, a furia di rosicchiare, il buco lo fa diventare sempre più grande e quel dolore inespresso non solo prima o poi viene a reclamare la sua presenza ma nel frattempo, si auto-alimenta.
Ad un certo punto diventa talmente grande da scoppiare e, quando scoppia, spesso, per poterlo affrontare, ci rivolgiamo a qualcuno che ci aiuti, vedi l’analista, perché ormai la situazione è sfuggita decisamente di mano. Ci rivolgiamo a lui sperando che faccia il miracolo. Che il solo aver preso l’appuntamento, ci libererà dai nostri demoni. In realtà anche andando dall’analista, spesso, continuiamo a non affrontare. Non capiamo che la terapia è molto utile a patto di voler lavorare profondamente su noi stessi. La vera terapia si svolge, non mentre siamo dall’analista ma tutti i giorni nei quali non andiamo da lui. Perché l’analista ci da degli strumenti e  cerca di stimolare il nostro pensiero ma il dolore rimane sempre nostro. Ho visto gente buttare soldi per anni interi e non venirne a capo di nulla, rimanendo immobile su se stessa. Gente che mi ha detto: “ma io sono nato così, sono sempre stato stato così” e allora poi la domanda mi sorge spontanea: “se sei così affezionato al te stesso attuale, perché vai dall’analista?” Aggiungo poi: “ma che vuol dire che sei sempre stato così? Ma cosa vuoi essere? Staticità o evoluzione?” Siamo terrorizzati dall’idea di lasciare andare quel dolore perché siamo terrorizzati dall’idea dell’ignoto, dall’idea di provare ad essere altro e di scoprire nuove dimensioni di noi.
Allora secondo me, innanzitutto emerge la necessità di fare chiarezza e di capire se vogliamo che quel dolore continui ad accompagnarci o se invece, vogliamo superarlo. Perché il dolore dovrebbe essere qualcosa di temporaneo e dovrebbe essere usato a nostro favore, non dovremmo permettergli di annientarci. Una volta capito questo aspetto, la risposta viene in automatico e il cercare aiuto, può essere la chiave.
Abbiamo un potere grandissimo verso noi stessi, il potere di usare il nostro dolore a nostro favore, per poter rinascere a nuova vita.

*Il dolore di cui parlo in questo post, non è solo quello acuto, scaturito da un singolo evento. Il dolore di cui parlo è anche quello legato alle “fratture” che ci portiamo dentro, da sempre.

No non avrò bisogno delle medicine, degli psicofarmaci, del Lexotan,
dei rimedi in casa, della valeriana, della psicanalista junghiana.

Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia
cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è
la nostra stupida, improbabile, felicità
la nostra niente affatto fotogenica felicità,
sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata.

Come si fa a smettere di rincorrere qualcosa che tanto poi non si ottiene mai? Come si fa ad accettare veramente l’idea che il senso della propria vita è già lì, semplicemente perché si vive, e che non c’è bisogno di lottare ogni giorno per avere il diritto di esistere?
Solo oggi, a distanza di anni, capisco perché un giorno la mia analista mi ha detto che il mio «mito fondatore» era quello di Sisifo. Spingere un macigno su per una montagna per poi vederlo precipitare in basso appena raggiunta la cima e dover ricominciare tutto da capo.
Aveva ragione lei. Non bastava mai. Tutto era nello sforzo. Scalare la montagna. Andare sempre più in alto. Mettercela tutta. Prima di vedere il masso precipitare a valle e ricominciare di nuovo.
Ognuno di noi riproduce qualcosa. È incastrato nella ripetizione ossessiva di quello che conosce a memoria e che lo fa soffrire ma a cui, nonostante tutto, non riesce a rinunciare. Magari nella speranza che un giorno la storia finirà in modo diverso. E che arrivati in cima alla montagna, questa volta, il macigno non precipiterà più.
Ma nella vita le cose sono sempre più complicate. Il macigno continua a precipitare. E la soluzione è altrove. Perché si tratta sempre e solo di rompere il cerchio e di guardare da un’altra parte. Stare di fronte alla montagna e decidere di lasciar perdere e di non scalarla.
Volevo essere una farfalla, Michela Marzano

Le coppie.

A tutti quelli che mi hanno dato il coraggio di condividere quello che scrivo con il mondo,
quindi tutta me stessa.

In particolare grazie a Beatrice, a Barbara e a Simone.

La cosa piú temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché cosí facendo consegniamo la cosa piú preziosa che abbiamo in noi a qualcos’altro.
– Haruki Murakami –

Anche i rapporti, come la moda e i fast-food, sono diventati usa e getta, un giorno ci sono e il giorno dopo chi lo sa. Non so se è stato per farmi sentire meno sola che in questi mesi mi sono arrivati i racconti più disparati di qualcuno che, dopo anni, per motivi futili, se ne va non affrontando quello che resta, perché in fondo scappare è molto più facile che affrontare. Probabilmente, questi racconti sono arrivati per farmi capire che la coppia alla quale appartenevo non era poi così diversa o “migliore” delle altre, perché anche noi, come tutti, siamo caduti nei più classici dei cliché. Tutti i racconti che ho ascoltato, inevitabilmente mi portavano a pensare alla situazione da me vissuta e i parallelismi venivano giù a profusione. C’è dello sconcertante nel vedere che, per quanto ognuno di noi è diverso dall’altro, in fondo siamo tutti quanti uguali.
Ho alle spalle sei anni finiti così, “perché non ti amo più” mi sono sentita dire. A sentire quelle parole ho provato stupidamente vergogna. Quella vergogna stupida che nasce dal sentirsi rifiutate perché noi donne siamo così, subiamo in silenzio e proviamo vergogna per aver subito. Quella vergogna stupida figlia dei nostri tempi, nei quali, in qualche modo, dobbiamo sempre apparire “vincenti”.
Ovviamente, come in tutti i rapporti di anni, anche nel mio rapporto c’erano delle situazioni e delle cose che si sarebbero dovute gestire. Una salute invalidante (non mia, dell’altro), la voglia di emancipazione dai miei genitori con una casa nuova, il mio lavoro e il suo non lavoro, tutto mescolato con il dramma del diventare “grandi”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il fatto che sia finita ma come sia finita. Non c’è stato un dialogo aperto, un vero confronto, si è solo scappati il più lontano possibile chiudendosi in un silenzio profondo e disconoscendo completamente l’altro.
Accanto a questo, dopo la rottura, l’altra parte ha optato non per un percorso di crescita interiore ma per un involuzione estrema. La sensazione che ho avuto è che ci sia stato un totale rifiuto delle proprie responsabilità (compresa quella della rottura) e una totale negazione di se stessi.
Anche il cambiamento, molto spesso, viene usato come scusa per chiudere i rapporti. Il cambiamento è qualcosa di fisiologico e positivo nella vita di tutti noi e non possiamo far altro che accettarlo. Il problema non è il cambiamento in quanto tale ma la nostra incapacità ad affrontarlo, a gestirlo e ad evolverci con lui. Molto spesso la “colpa” è della parte che cambia e non della parte che rimane immobile, curva su se stessa.
Mi viene inoltre da soffermarmi sui sentimenti, questi sconosciuti. Penso che se si è amato veramente, in qualche modo, si ama per sempre. I sentimenti non sono e non possono essere qualcosa di intermittente che accendiamo e spegniamo quando vogliamo. Le questioni, relative al fallimento dei rapporti e dell’amore, per me possono essere tre (ovviamente la mia è una profonda schematizzazione):
1) confondiamo l’amore con la passione fisica, che nel tempo è destinata a morire e spesso non si fonda su un vero sentimento di amore;
2) ci illudiamo di provare amore pur di non stare soli;
3) rifiutiamo i sentimenti per non guardarci dentro, perché amare realmente presuppone una profonda apertura verso l’altro, grande pazienza e voglia di compromesso e non sempre siamo in grado di fare tutto questo. A volte, semplicemente, siamo troppo concentrati su noi stessi e non siamo proprio in grado di amare l’altro.
In tutti i casi però manchiamo di coraggio. Perché nel primo caso dovremmo semplicemente goderci il momento con onestà. Nel secondo, dovremmo inevitabilmente fare un sforzo per imparare a convivere con noi stessi, senza saltare da persona a persona pur di evadere. Il terzo caso, è sicuramente il più complesso, perché comporta una presa di coscienza profondissima. Quanti di noi sono veramente in grado di ammettere candidamente di non essere in grado di amare? Di mettere davanti sempre loro stessi e di non aver alcun grado di apertura verso il prossimo?
La sofferenza, che ho provato per la fine del rapporto, è stata circoscritta a poche settimane perché mi sono resa conto che era l’altra parte ad essere estremamente confusa e, davanti ad un rifiuto così netto nei miei confronti, non potevo far altro che accettare la situazione e scappare via, il prima possibile. Non aveva alcun senso provare del dolore perché non ero io ad esserne intrisa. Era l’altra parte ad avere un dolore profondo dentro di se, sia fisico che spirituale e questo dolore lo ha semplicemente sopraffatto. Era talmente colmo del proprio dolore che non è stato in grado di vedere e cogliere le possibili conseguenze del suo agire. Il dolore, aveva scavato talmente tanto nella sua anima che, ad un certo punto, sentendosi completamente smarrito, aveva bisogno di creare un punto di rottura per provare a rinascere e io semplicemente, in quel momento, ero quel punto di rottura. Il dolore ha annichilito la capacità di amare.
Con il senno di poi, a distanza di tempo e ripensando a tutto quello che è stato, va bene che sia andata così, perché meglio ora che poi. Ancora non si condivideva realmente niente e non ci sono stati grandi danni.
Va bene che sia andata così perché in fondo, nella mia vita, cerco qualcuno che abbia il coraggio di vivere pienamente e chiedo a me stessa di trovare lo stesso coraggio. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di amare e chiedo a me stessa di riuscire a fare altrettanto. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di affrontare se stesso senza evadere da se stesso e chiedo a me stessa di trovare il coraggio per affrontare sempre, a viso aperto, le cose. Chiedo inoltre, a me stessa, di trovare il coraggio di crocifiggermi io se non sono all’altezza delle cose ma di non sacrificare mai nessuno al mio posto per provare a ritrovare l’equilibrio perso. Perché, alla fine, chi nasce senza coraggio muore accontentandosi*.

Le coppie si dicono basta e sui social network non sono più amici,
lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare.
Si dicono non rimaniamo estranei o nemici ma non ci riescono quasi mai.
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.

*Grazie a Sergio M. Ottaiano per avermi ispirato con la sua scrittura.

Velleità.

Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

Noi trentenni di oggi siamo una generazione di lacrime e sangue. Siamo completamente accartocciati su noi stessi, non abbiamo alcuna voglia di accogliere l’altro perché diciamocelo, accogliere e capire l’altro è faticoso. Magicamente i giusti siamo sempre noi, gli sbagliati sono sempre gli altri. Lavoriamo troppo o troppo poco e l’unica cosa che ci piace fare è rincorrere le velleità, di qualsiasi tipo. Non abbiamo alcuna apertura verso la vita, verso l’impegno: le responsabilità, queste sconosciute. Facciamo di tutto per prolungare l’adolescenza in modo inesorabile perché crescere in fondo, è doloroso e faticoso.
Così, dopo diciotto anni di rapporto, a trentatré anni lei scopre di non amare più lui perché non sono compatibili e come no. Si prende e si scappa con il primo che passa. Si scappa perché fare una famiglia terrorizza e ci giustifichiamo dicendo che troveremo sicuramente di meglio.
Noi donne trentenni poi. Rimaniamo immobili, disperate, aspettando che arrivi un uomo a salvarci, a definirci, a capirci e non ci amiamo mai da sole. Lasciamo che la vita scorra e non la viviamo, ci lasciamo vivere. Ci sentiamo sempre inadeguate rispetto all’uomo di turno. Noi donne trentenni non capiamo invece, che spesso, quello che abbiamo davanti, è solo un ragazzo confuso che ancora non sa bene cosa fare della sua vita e per coprire queste insicurezze cerca di darsi un tono, come può.
Ma va bene così, se la decadenza deve essere che la decadenza sia. Dieci anni fa ero la regina della decadenza, non mi perdevo neanche una festa, sempre sul motorino di qualcun altro. Mi sento tornata alle origini, ho ventotto anni ma me ne sento diciotto con la libertà di uno stipendio e un posto tutto mio. Mi sento con la testa leggera e la voglia di non capire niente. Ho solo voglia di lasciarmi andare a questo flusso di mancanza di senso che mi circonda. Anche io, come tutti forse, non ho ancora voglia di diventare adulta e di prendermi, con leggerezza, sul serio.

Jep: Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.
– La Grande Bellezza –