Lexotan.

Sulla negazione del dolore.

Ho sempre cercato un sacco di cose difficili.
per poi scoprire che non stavo meglio per niente.
Ho sempre avuto un sacco di sogni ambiziosi,
per poi realizzare di non stare meglio per niente.

Dobbiamo smetterla di pensare che vivere non comporti del dolore*. Dovremmo invece cominciare a capire qual’è il modo migliore per comprendere e accettare quel dolore, per farlo nostro. Accogliere il dolore che ci portiamo dentro vuol dire non lasciarci annientare dallo stesso. Perché, per quanto ci possiamo sforzare, rifiutare il dolore non è possibile, il dolore fa parte della natura umana, fa parte di noi. Ho visto persone massacrate dal dolore ma molto spesso, le persone massacrate sono quelle che non sanno come affrontare e, di conseguenza, fanno finta che non ci sia, inviluppati dentro un meccanismo di negazione totale. Oppure, ammettono che del dolore c’è ma ne sono come sopraffatte, non riescono o non vogliono comprenderlo. Spesso, quel dolore non affrontato e negato si trasforma in una sorta di cattiva abitudine che ci trasciniamo dietro, come un fardello, per anni. Perché la perversione del dolore non affrontato a volte ci crea dei meccanismi quasi di affetto. Con il passare del tempo impariamo a conoscere talmente bene quello stato di sofferenza sotterraneo e non espresso che ne rimaniamo incastrati e continuiamo imperterriti a mettere in atto quei meccanismi. Ci lasciamo logorare profondamente e a volte ne siamo consapevoli, a volte meno. A volte, per provare a scappare dal dolore, andiamo a vivere in un altro paese, scappiamo “fisicamente” dalle situazioni.
Saggiamente una persona di famiglia mi ha detto: “il dolore non possiamo evitarlo perché il dolore è come un tarlo che sta lì e rosicchia, giorno dopo giorno”.
Le persone che non affrontano il dolore si portano dietro delle lacerazioni profonde e spesso sono quelle persone che soffrono più di coloro che serenamente lo ammettono e lo combattono. Quelli che riescono ad affrontare sono quelli che, dopo un periodo di crisi, si rialzano e vanno avanti, migliori di quanto sono stati in passato perché quel dolore ha dato loro consapevolezza, alla fine quel dolore è stato utile.
Le persone che nascondono il loro dolore o che provano a farlo, invece, lo rendono spesso visibile a tutti gli altri e, se li guardi attentamente, lo percepisci e percepisci il disagio nel quale sguazzano. Lo percepisci dal modo in cui si muovono, da come parlano, da come affrontano la vita quotidiana. Ho conosciuto uomini e donne segnati nel fisico dal loro dolore.
Coloro che non affrontano sono poi quelli che rendono tutto ancora più penoso di quanto già non sia. Perché appunto, il tarlo non affrontato, a furia di rosicchiare, il buco lo fa diventare sempre più grande e quel dolore inespresso non solo prima o poi viene a reclamare la sua presenza ma nel frattempo, si auto-alimenta.
Ad un certo punto diventa talmente grande da scoppiare e, quando scoppia, spesso, per poterlo affrontare, ci rivolgiamo a qualcuno che ci aiuti, vedi l’analista, perché ormai la situazione è sfuggita decisamente di mano. Ci rivolgiamo a lui sperando che faccia il miracolo. Che il solo aver preso l’appuntamento, ci libererà dai nostri demoni. In realtà anche andando dall’analista, spesso, continuiamo a non affrontare. Non capiamo che la terapia è molto utile a patto di voler lavorare profondamente su noi stessi. La vera terapia si svolge, non mentre siamo dall’analista ma tutti i giorni nei quali non andiamo da lui. Perché l’analista ci da degli strumenti e  cerca di stimolare il nostro pensiero ma il dolore rimane sempre nostro. Ho visto gente buttare soldi per anni interi e non venirne a capo di nulla, rimanendo immobile su se stessa. Gente che mi ha detto: “ma io sono nato così, sono sempre stato stato così” e allora poi la domanda mi sorge spontanea: “se sei così affezionato al te stesso attuale, perché vai dall’analista?” Aggiungo poi: “ma che vuol dire che sei sempre stato così? Ma cosa vuoi essere? Staticità o evoluzione?” Siamo terrorizzati dall’idea di lasciare andare quel dolore perché siamo terrorizzati dall’idea dell’ignoto, dall’idea di provare ad essere altro e di scoprire nuove dimensioni di noi.
Allora secondo me, innanzitutto emerge la necessità di fare chiarezza e di capire se vogliamo che quel dolore continui ad accompagnarci o se invece, vogliamo superarlo. Perché il dolore dovrebbe essere qualcosa di temporaneo e dovrebbe essere usato a nostro favore, non dovremmo permettergli di annientarci. Una volta capito questo aspetto, la risposta viene in automatico e il cercare aiuto, può essere la chiave.
Abbiamo un potere grandissimo verso noi stessi, il potere di usare il nostro dolore a nostro favore, per poter rinascere a nuova vita.

*Il dolore di cui parlo in questo post, non è solo quello acuto, scaturito da un singolo evento. Il dolore di cui parlo è anche quello legato alle “fratture” che ci portiamo dentro, da sempre.

No non avrò bisogno delle medicine, degli psicofarmaci, del Lexotan,
dei rimedi in casa, della valeriana, della psicanalista junghiana.

Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia
cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è
la nostra stupida, improbabile, felicità
la nostra niente affatto fotogenica felicità,
sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata.

Come si fa a smettere di rincorrere qualcosa che tanto poi non si ottiene mai? Come si fa ad accettare veramente l’idea che il senso della propria vita è già lì, semplicemente perché si vive, e che non c’è bisogno di lottare ogni giorno per avere il diritto di esistere?
Solo oggi, a distanza di anni, capisco perché un giorno la mia analista mi ha detto che il mio «mito fondatore» era quello di Sisifo. Spingere un macigno su per una montagna per poi vederlo precipitare in basso appena raggiunta la cima e dover ricominciare tutto da capo.
Aveva ragione lei. Non bastava mai. Tutto era nello sforzo. Scalare la montagna. Andare sempre più in alto. Mettercela tutta. Prima di vedere il masso precipitare a valle e ricominciare di nuovo.
Ognuno di noi riproduce qualcosa. È incastrato nella ripetizione ossessiva di quello che conosce a memoria e che lo fa soffrire ma a cui, nonostante tutto, non riesce a rinunciare. Magari nella speranza che un giorno la storia finirà in modo diverso. E che arrivati in cima alla montagna, questa volta, il macigno non precipiterà più.
Ma nella vita le cose sono sempre più complicate. Il macigno continua a precipitare. E la soluzione è altrove. Perché si tratta sempre e solo di rompere il cerchio e di guardare da un’altra parte. Stare di fronte alla montagna e decidere di lasciar perdere e di non scalarla.
Volevo essere una farfalla, Michela Marzano

Le coppie.

A tutti quelli che mi hanno dato il coraggio di condividere quello che scrivo con il mondo,
quindi tutta me stessa.

In particolare grazie a Beatrice, a Barbara e a Simone.

La cosa piú temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché cosí facendo consegniamo la cosa piú preziosa che abbiamo in noi a qualcos’altro.
– Haruki Murakami –

Anche i rapporti, come la moda e i fast-food, sono diventati usa e getta, un giorno ci sono e il giorno dopo chi lo sa. Non so se è stato per farmi sentire meno sola che in questi mesi mi sono arrivati i racconti più disparati di qualcuno che, dopo anni, per motivi futili, se ne va non affrontando quello che resta, perché in fondo scappare è molto più facile che affrontare. Probabilmente, questi racconti sono arrivati per farmi capire che la coppia alla quale appartenevo non era poi così diversa o “migliore” delle altre, perché anche noi, come tutti, siamo caduti nei più classici dei cliché. Tutti i racconti che ho ascoltato, inevitabilmente mi portavano a pensare alla situazione da me vissuta e i parallelismi venivano giù a profusione. C’è dello sconcertante nel vedere che, per quanto ognuno di noi è diverso dall’altro, in fondo siamo tutti quanti uguali.
Ho alle spalle sei anni finiti così, “perché non ti amo più” mi sono sentita dire. A sentire quelle parole ho provato stupidamente vergogna. Quella vergogna stupida che nasce dal sentirsi rifiutate perché noi donne siamo così, subiamo in silenzio e proviamo vergogna per aver subito. Quella vergogna stupida figlia dei nostri tempi, nei quali, in qualche modo, dobbiamo sempre apparire “vincenti”.
Ovviamente, come in tutti i rapporti di anni, anche nel mio rapporto c’erano delle situazioni e delle cose che si sarebbero dovute gestire. Una salute invalidante (non mia, dell’altro), la voglia di emancipazione dai miei genitori con una casa nuova, il mio lavoro e il suo non lavoro, tutto mescolato con il dramma del diventare “grandi”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il fatto che sia finita ma come sia finita. Non c’è stato un dialogo aperto, un vero confronto, si è solo scappati il più lontano possibile chiudendosi in un silenzio profondo e disconoscendo completamente l’altro.
Accanto a questo, dopo la rottura, l’altra parte ha optato non per un percorso di crescita interiore ma per un involuzione estrema. La sensazione che ho avuto è che ci sia stato un totale rifiuto delle proprie responsabilità (compresa quella della rottura) e una totale negazione di se stessi.
Anche il cambiamento, molto spesso, viene usato come scusa per chiudere i rapporti. Il cambiamento è qualcosa di fisiologico e positivo nella vita di tutti noi e non possiamo far altro che accettarlo. Il problema non è il cambiamento in quanto tale ma la nostra incapacità ad affrontarlo, a gestirlo e ad evolverci con lui. Molto spesso la “colpa” è della parte che cambia e non della parte che rimane immobile, curva su se stessa.
Mi viene inoltre da soffermarmi sui sentimenti, questi sconosciuti. Penso che se si è amato veramente, in qualche modo, si ama per sempre. I sentimenti non sono e non possono essere qualcosa di intermittente che accendiamo e spegniamo quando vogliamo. Le questioni, relative al fallimento dei rapporti e dell’amore, per me possono essere tre (ovviamente la mia è una profonda schematizzazione):
1) confondiamo l’amore con la passione fisica, che nel tempo è destinata a morire e spesso non si fonda su un vero sentimento di amore;
2) ci illudiamo di provare amore pur di non stare soli;
3) rifiutiamo i sentimenti per non guardarci dentro, perché amare realmente presuppone una profonda apertura verso l’altro, grande pazienza e voglia di compromesso e non sempre siamo in grado di fare tutto questo. A volte, semplicemente, siamo troppo concentrati su noi stessi e non siamo proprio in grado di amare l’altro.
In tutti i casi però manchiamo di coraggio. Perché nel primo caso dovremmo semplicemente goderci il momento con onestà. Nel secondo, dovremmo inevitabilmente fare un sforzo per imparare a convivere con noi stessi, senza saltare da persona a persona pur di evadere. Il terzo caso, è sicuramente il più complesso, perché comporta una presa di coscienza profondissima. Quanti di noi sono veramente in grado di ammettere candidamente di non essere in grado di amare? Di mettere davanti sempre loro stessi e di non aver alcun grado di apertura verso il prossimo?
La sofferenza, che ho provato per la fine del rapporto, è stata circoscritta a poche settimane perché mi sono resa conto che era l’altra parte ad essere estremamente confusa e, davanti ad un rifiuto così netto nei miei confronti, non potevo far altro che accettare la situazione e scappare via, il prima possibile. Non aveva alcun senso provare del dolore perché non ero io ad esserne intrisa. Era l’altra parte ad avere un dolore profondo dentro di se, sia fisico che spirituale e questo dolore lo ha semplicemente sopraffatto. Era talmente colmo del proprio dolore che non è stato in grado di vedere e cogliere le possibili conseguenze del suo agire. Il dolore, aveva scavato talmente tanto nella sua anima che, ad un certo punto, sentendosi completamente smarrito, aveva bisogno di creare un punto di rottura per provare a rinascere e io semplicemente, in quel momento, ero quel punto di rottura. Il dolore ha annichilito la capacità di amare.
Con il senno di poi, a distanza di tempo e ripensando a tutto quello che è stato, va bene che sia andata così, perché meglio ora che poi. Ancora non si condivideva realmente niente e non ci sono stati grandi danni.
Va bene che sia andata così perché in fondo, nella mia vita, cerco qualcuno che abbia il coraggio di vivere pienamente e chiedo a me stessa di trovare lo stesso coraggio. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di amare e chiedo a me stessa di riuscire a fare altrettanto. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di affrontare se stesso senza evadere da se stesso e chiedo a me stessa di trovare il coraggio per affrontare sempre, a viso aperto, le cose. Chiedo inoltre, a me stessa, di trovare il coraggio di crocifiggermi io se non sono all’altezza delle cose ma di non sacrificare mai nessuno al mio posto per provare a ritrovare l’equilibrio perso. Perché, alla fine, chi nasce senza coraggio muore accontentandosi*.

Le coppie si dicono basta e sui social network non sono più amici,
lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare.
Si dicono non rimaniamo estranei o nemici ma non ci riescono quasi mai.
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.

*Grazie a Sergio M. Ottaiano per avermi ispirato con la sua scrittura.

Velleità.

Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

Noi trentenni di oggi siamo una generazione di lacrime e sangue. Siamo completamente accartocciati su noi stessi, non abbiamo alcuna voglia di accogliere l’altro perché diciamocelo, accogliere e capire l’altro è faticoso. Magicamente i giusti siamo sempre noi, gli sbagliati sono sempre gli altri. Lavoriamo troppo o troppo poco e l’unica cosa che ci piace fare è rincorrere le velleità, di qualsiasi tipo. Non abbiamo alcuna apertura verso la vita, verso l’impegno: le responsabilità, queste sconosciute. Facciamo di tutto per prolungare l’adolescenza in modo inesorabile perché crescere in fondo, è doloroso e faticoso.
Così, dopo diciotto anni di rapporto, a trentatré anni lei scopre di non amare più lui perché non sono compatibili e come no. Si prende e si scappa con il primo che passa. Si scappa perché fare una famiglia terrorizza e ci giustifichiamo dicendo che troveremo sicuramente di meglio.
Noi donne trentenni poi. Rimaniamo immobili, disperate, aspettando che arrivi un uomo a salvarci, a definirci, a capirci e non ci amiamo mai da sole. Lasciamo che la vita scorra e non la viviamo, ci lasciamo vivere. Ci sentiamo sempre inadeguate rispetto all’uomo di turno. Noi donne trentenni non capiamo invece, che spesso, quello che abbiamo davanti, è solo un ragazzo confuso che ancora non sa bene cosa fare della sua vita e per coprire queste insicurezze cerca di darsi un tono, come può.
Ma va bene così, se la decadenza deve essere che la decadenza sia. Dieci anni fa ero la regina della decadenza, non mi perdevo neanche una festa, sempre sul motorino di qualcun altro. Mi sento tornata alle origini, ho ventotto anni ma me ne sento diciotto con la libertà di uno stipendio e un posto tutto mio. Mi sento con la testa leggera e la voglia di non capire niente. Ho solo voglia di lasciarmi andare a questo flusso di mancanza di senso che mi circonda. Anche io, come tutti forse, non ho ancora voglia di diventare adulta e di prendermi, con leggerezza, sul serio.

Jep: Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.
– La Grande Bellezza –