Divenire.

Dipende tutto da chi vogliamo essere. Quando nasciamo siamo in qualche modo già predefiniti e predestinati, dipendiamo interamente dai nostri genitori e dai nostri antenati. Fin da piccoli, come spugne, assorbiamo il loro modo di essere, il loro modo di comportarsi e di rispondere alle situazioni che gli capitano davanti. In qualche modo è come se non fossimo liberi di essere, è come se il modo di comportarci rispetto alle situazioni ci venisse imposto. Spesso non ne siamo neanche consapevoli ma con l’avanzare degli anni ci riscopriamo sempre più simili ai nostri genitori, ai nostri nonni. Gli schemi comportamentali sono sempre gli stessi, in un eterno ripetersi dell’uguale.
Qualcuno anni fa mi aveva illuminato su questa realtà delle cose. Questo prendere coscienza mi ha creato la necessità di rivedermi tutta, completamente. Dopo aver compreso cosa stava accadendo ho cominciato a vivisezionarmi, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Avevo deciso che avrei preso le distanze da quello che era il mio cammino predefinito per costruire un mio cammino. Per essere quella che volevo essere, magari anche peggiore ma per evitare di essere qualcosa che già era stato perché l’eterno ritorno dell’uguale non mi era mai piaciuto. Volevo commettere i miei sbagli, volevo avere delle nuove fragilità, volevo avere degli schemi comportamentali che fossero solo miei.
Vivisezionandomi, giorno dopo giorno, ho deciso di mantenere quello che mi piaceva e di eliminare tutto quello che non credevo giusto e adatto a me, con consapevolezza sempre maggiore. Sapevo che non avrei potuto disconoscere completamente l’essenza della mia famiglia ma che ne potevo fare buon uso. In questo sapevo che il mio vero spirito guida era quello di mia nonna materna, sempre calma e riflessiva. Aveva una lucidità delle cose e una saggezza talmente profonda che era sempre stata in grado di predire il futuro. Non aveva zone d’ombra e di grigio, ed è rimasta presente a se stessa fino alla fine dei suoi giorni.
Questo avevo deciso per me in quegli anni e per gli anni a venire. Non sarei mai stata il limite di me stessa ma avrei cercato di fare di tutto per eliminare quello che in me non mi piaceva. Tutti possiamo essere quello che vogliamo eppure molto spesso non ne siamo coscienti, siamo vittime di noi stessi e delle abitudini che ripetiamo ossessivamente. Attraverso il linguaggio e quello che giorno dopo giorno ci ripetiamo, diventiamo il più grande ostacolo alla nostra stessa felicità. Partiamo quasi sempre dal presupposto che non ne saremo in grado, che non ne saremo all’altezza e poi realmente molto spesso non lo siamo. Andiamo avanti così, per tutta la vita, crogiolandoci nelle nostre aspettative al ribasso auto-avveranti. Eppure se fossimo solo in grado di agire diversamente dal solito, di concederci una nuova opportunità, una nuova esperienza, ci renderemmo conto che veramente potremmo essere di tutto e potremmo riscoprirci nuovi, diversi e felici ogni giorno.

“Il Cappello parlante mi disse che io… Che… Sarei stato bene fra i Serpeverde. Per un pò tutti hanno pensato che fossi io l’erede di Serpeverde… Perché parlo il Serpentese…”
“Harry, tu parli il Serpentese” disse calmo Silente, “perchè Voldemort -che è l’ultimo discendente rimasto di Salazar Serpeverde- parla il Serpentese. A meno che io non mi sbagli di grosso, la notte in cui ti ha lasciato quella cicatrice ti ha trasmesso alcuni dei suoi poteri. Anche se di certo non ne aveva intenzione…”
“Voldemort ha messo un pezzetto di sé dentro di me?” chiese Harry sconsolato.
“Si direbbe proprio di sì”
“Allora è vero che dovrei stare con i Serpeverde!” disse Harry guardando disperato Silente. “Il Cappello Parlante ha visto in me il potere di Serpeverde e…”
“Ti ha assegnato a Grifondoro” disse Silente sempre calmo.
“Ascoltami bene, Harry. Si dà il caso che tu abbia molte qualità che Salazar Serpeverde apprezzava nei suoi alunni, che selezionava accuratamente. Il dono molto raro del Serpentese… Intraprendenza… Determinazione… Un certo disprezzo per le regole” aggiunse “e tuttavia, il Cappello Parlante ti ha assegnato a Grifondoro. Tu sai perché. Pensaci”.
“Lo ha fatto” disse Harry con la delusione nella voce, “perché gli ho chiesto io di non andare fra i Serpeverde…”
“Appunto” disse Silente ancora una volta tutto raggiante. “Il che ti rende assai diverso da Tom Riddle. Sono le scelte che facciamo, Harry, che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.”
– Harry Potter e la camera dei segreti –

Four Dimensions.

C’è un mondo che nascondo anche a me stessa, fatto di un intensa fragilità. A volte è molto difficile comprendermi e lasciarmi comprendere perché risulto ambivalente, contorta, biunivoca e contraddittoria. Riesco ad essere di tutto, eppure a volte non riesco ad essere niente o non riesco ad essere quella che vorrei essere. Chi lo ha detto che la fragilità è una cosa da cui scappare e di cui vergognarsi? Chi lo ha detto che è la forza una cosa di cui andare fieri? E poi, cosa vuol dire fragilità o cosa vuol dire forza? Sono solo delle etichette, che cominciano con la stessa lettera ma in quanto etichette sono qualcosa di vacuo e intangibile. Forse la mia forza è sempre stata quella di considerarmi meno di quello che in parte sono. Considerandomi meno riesco a stupirmi di me stessa e a riscoprirmi migliore di quella che credevo. In qualche modo sottovalutarmi porta poi a rivalutarmi.
Che poi tutto questo fa nascere un quesito: che vuol dire non essere stati all’altezza delle situazioni? Non c’è un modo di comportarsi giusto o sbagliato. Allora, di conseguenza, tutto assume i toni della relatività e tutto forse diventa concesso.
Visto che però non siamo in grado di vivere nella relatività assoluta ci costringiamo ad incastrarci in convenzioni ed aspettative e sono proprio queste a distruggerci. Pensiamo che le convenzioni ci aiuteranno a semplificare la nostra complessità non rendendoci conto che in realtà, per rispondere alle convenzioni e alle aspettative auto-imposte, perdiamo la nostra essenza composta dalle nostre reali volontà.
Le aspettative auto-imposte, a loro volta, ci forzano a chiuderci in un inganno se non ci sentiamo all’altezza delle cose perché il mondo ci impone di essere sempre all’altezza di quello che ci circonda. In questo modo finiamo all’interno di un circolo vizioso contorto e apparentemente senza fine nel quale perdiamo completamente di vista la verità delle cose.
L’unico modo per uscire dalle trappole delle aspettative auto-imposte penso che sia quello di sforzarci e di raccontare sempre a noi stessi la verità delle cose anche là dove è troppo doloroso farlo e anche là dove il fallimento ci è sembrato troppo grande. Perché, in fondo, anche il fallimento è una convenzione, una nostra chiusura, una nostra interpretazione della realtà. Il fallimento non dovrebbe rappresentare una sconfitta ma una lezione di vita. Il fallimento è fisiologico nella vita di ognuno di noi e rappresenta un grande punto di forza, il fallimento se lo si accoglie positivamente è presa di coscienza, è lucidità della cose. Quello che appare negativo in qualche modo è sempre positivo. Percepire il negativo in modo negativo non ci arricchisce ma ci logora. Percepire invece anche quello che all’apparenza può sembrare negativo come positivo ci restituisce a nuova vita, ci fa rinascere in modi nuovi e inaspettati.
L’accettazione della verità rappresenta l’unica via per la pace interiore. L’accettazione della verità, qualunque essa sia, ci libera e ci assolve da tutto, anche da noi stessi.

“L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Emarb come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è. Cominci a capire?”
Harry ci pensò su. Poi disse lentamente: “Ci vediamo dentro quel che desideriamo… Le cose che vogliamo…”
“Si e no” disse Silente tranquillo. “Ci mostra né più né meno quello che bramiamo più profondamente e più disperatamente nel nostro cuore. Tu che non hai mai conosciuto i tuoi genitori, ti vedi circondato da tutta la famiglia. Ronald Weasley, che è sempre vissuto all’ombra dei suoi fratelli, si vede solo, come il migliore di tutti. E tuttavia questo Specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarcisi, rapiti da quello che avevano visto; e uomini che hanno perso il senno perché non sapevano se quello che mostrava fosse reale o anche solo possibile. Domani lo Specchio delle Emarb verrà portato in una nuova dimora, Harry e io ti chiedo di non cercarlo mai più. Se mai ti ci imbatterai di nuovo, sarai preparato. Ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”.
– Harry Potter e la pietra filosofale –

Primavera.

In quei mesi c’era stato solo un profondo dolore, un dolore remoto e costante. Quel dolore però mi aveva consegnato una verità pura e innegabile: ero in grado di amare. Quante persone nella loro vita avevano avuto questo privilegio? Quante persone ne erano state all’altezza? Molto spesso ci si sceglie solo per compagnia. A me era stata concessa questa fortuna, avevo avuto questa gioia immensa. Sapevo  che tutto il bene e l’amore che avevo donato sarebbe rimasto lì per sempre scolpito al di là del tempo e dello spazio. Perché l’amore reale è così, supera qualsiasi cosa, permane nelle viscere più profonde di chi è stato in grado di accoglierlo. Il mio amore sarebbe rimasto lì cristallizzato dove era stato donato anche senza di me a custodirlo. Era questa l’unica eredità che lasciavo, la più grande che potessi lasciare.

“Ma allora perché Quirrell non poteva toccarmi?”
“Vedi, tua madre è morta per salvarti. Ora, se c’è una cosa che Voldemort non riesce a concepire, è l’amore. Non poteva capire che un amore potente come quello di tua madre lascia il segno: non una cicatrice, non un segno visibile… Essere stati amati così intensamente ci dà una sorta di protezione, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. E’ una cosa che ti resta dentro, nella pelle. Quirell, che avendo ceduto l’anima a Voldemort era pieno di odio, di brama e di ambizione e non poteva toccarti per questa ragione. Per lui era una tortura toccare una persona segnata da un marchio di tanta bontà”.
Harry Potter e la pietra filosofale