Bleed like me.

Dedicato a tutte le donne.

In particolare dedicato a L. che ha saputo accogliermi quando non sapevo farlo da sola.

Hey baby, can you bleed like me?
You should see my scars.
Try to comprehend that which you’ll never comprehend.

Era marzo e stavo lavorando nelle Marche che rappresentano da qualche anno la mia fuga dalla città. Ero in magazzino con il gilet giallo della sicurezza, decisamente troppo grande sul mio corpo forse troppo magro e in parte consumato dagli eventi dell’anno precedente.
Mentre andavo da una parte all’altra del magazzino per fare la conta dei codici, ricordo di essermi girata verso L. e di averle chiesto così, di punto in bianco: “stasera andiamo a Messa al Santuario di Loreto?” e ricordo che lei, con estrema disinvoltura mi abbia risposto “Certo!” e io sono rimasta così, interdetta e con la bocca aperta, pensavo che mi avrebbe mandato a quel paese.
Per chi mi conosce sa che io e le Chiese non siamo mai andati molto d’accordo, anzi. Ad un certo punto però, così dal nulla, ho sentito l’esigenza fisica, prima ancora che spirituale di andarci.
Arrivata al Santuario mi sono messa in piedi sotto alla Madonna nera e dopo giorni che mi portavo dentro un peso nello stomaco, ho cominciato a piangere in modo composto abbassando la testa. Le lacrime scendevano e io non potevo farci nulla. Avevo cominciato a piangere di quel pianto liberatorio, di quello che vuole buttare tutto fuori. Era come se, in quel momento, avessi deciso di prelevare da me tutto il dolore provato e stessi chiedendo alla Madonna di accoglierlo.
Non ho però solo pianto, ho anche pregato. Ho pregato come ho potuto perché non so come si prega. La cara L. vedendomi così, con il capo chino, mi ha portato un fazzoletto e si è allontanata, aveva capito che per me quello rappresentava un momento importante. Non so dire per quanto tempo sono stata sotto alla Madonna nera, a me è sembrata un eternità.
Dopo quella mia preghiera sgangherata ho chiesto a L. di rimanere per la messa anche se a malapena ricordavo la liturgia. La Madonna e quel luogo sacro mi hanno concesso profonda pace e uscita da lì ho avvertito subito il dissolversi del mattone che avevo portato in quelle settimane nel petto. Avevo finalmente il cuore leggero. La Madonna aveva deciso di accogliermi e mi aveva concesso di “risorgere” a nuova vita, lasciando andare tutto, trasformando quel dolore nel mio passato.
L. dopo la messa mi aveva proposto di cenare in riva al mare e dopo avermi fatto quella proposta ricordo queste sue parole: “E. devi essere fiera di te, sei stata bravissima. In poche settimane hai fatto quello che io sono riuscita a fare in tanti anni”. Mi ricordo di averle sorriso e di averle chiesto di guidare, ero esausta.
Mentre bevevamo del vino ho cominciato a guardare L. con insistenza. Non la stavo guardando, la stavo scrutando. Perché, in qualche modo, in quei mesi passati ci eravamo trovate. Ci eravamo trovate senza avere nulla in comune e non riuscivo a capire come questo fosse stato possibile. Poi però, improvvisamente, tutto mi è stato chiaro. Ci eravamo trovate perché eravamo entrambe donne, era questo ad averci unite. L’essere donne e l’essere entrambe cadute, ad un certo punto, in un pozzo. Perché noi donne siamo fatte così, tutte abbiamo dei pozzi nei quali cadiamo perché noi donne abbiamo un animo sensibile e fragile e percepiamo il mondo in modo più amplificato. A volte la nostra fragilità è in grado di cogliere delle sfumature e degli aspetti molto remoti dell’essere umano, sconosciuti agli uomini. Io e te, mia cara L. ci siamo ritrovate a condividere i nostri pozzi e aveva poca importanza che avessimo caratteri diversi e che ci piacessero cose tanto diverse. L’empatia dei nostri pozzi ci aveva dato un linguaggio tutto nostro.
Oltre L. anche mia madre ha saputo cogliere profondamente il mio pozzo e una volta, mi ha lasciato sul cuscino un discorso molto bello (quello riportato qui sotto). Il discorso che mi ha donato mi ha profondamente illuminato. Grazie a questo discorso ho capito che, per quanto una donna venga percepita come sicura di se, tutte noi abbiamo qualcosa di profondamente fragile che ci portiamo dentro e con la quale dobbiamo fare i conti. Quella fragilità di cristallo nella quale risiede tutta la nostra bellezza. Aver riconosciuto a me stessa di avere anche io dei pozzi nei quali a volte cado mi ha dato una nuova consapevolezza di me. Mi ha permesso di accettare quella parte fragile e molle che in passato, troppo spesso, ho cercato di rifiutare. L’aver accolto quella parte così rinnegata di me mi ha restituita a nuova vita e mi ha smussato gli angoli più spigolosi che mi portavo dietro. Ora la mia fragilità la esprimo ad alta voce, in mezzo agli altri, anche tramite la mia scrittura. Questa accettazione profonda ha creato in me il desiderio di arrivare un giorno ad avere una famiglia e dei figli perché solo gli affetti ci salvano e amerò il mio tempo come fosse il primo sorriso perché solo così sarò libera e forte*.

*Grazie a Sarino per il suo animo nobile e per avermi donato queste parole.

(…) Quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai. Due donne infatti si capiscono molto bene quando si mettono a parlare del pozzo oscuro in cui cadono e possono scambiarsi molte impressioni sui pozzi e sull’assoluta incapacità di comunicare con gli altri e di combinare qualcosa di serio che si sente allora e sugli annaspamenti per tornare a galla. (…)
Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che danno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse (…).
Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.
Discorso sulle donne, Natalia Ginzburg