Make them gold.

EVERY OPEN EYE 10

No one tells us what is hard and what is fair,
We will deliver once we know,
We are made up of our mistakes.

We are falling but not alone,
We will take the best parts of ourselves,
We are breathing and letting go.

E mi ero ritrovata così, in mezzo alla folla, al sudore, alle luci, alla musica a piangere. Le lacrime avevano provato a stare al loro posto ma semplicemente non potevano, forse era stata colpa di quella canzone. E mi ero ritrovata a pensare che in quel momento avrei solo voluto guardare i tuoi occhi, quelle pieghette che tanto mi piaceva fissare.
Avrei voluto dirti che non era successo nulla, che tutto andava bene e che tutto sarebbe andato bene. Che tu presto saresti stato meglio e che saresti tornato a splendere come avevi sempre fatto, che la tua brillantezza c’era sempre, era solo nascosta da qualche parte. Avrei voluto dirti che non dovevi avere paura di nulla, che avresti superato tutto, che avevi più forza di quanto realmente credevi, che l’avevi sempre avuta. Che prendersi un periodo di riposo dal mondo se si era stanchi era necessario, che non c’era niente di male. Avrei voluto dirti che io stavo bene e che ci saremmo sempre stati l’uno per l’altra. Avrei voluto dirti che questo intero album era il mio regalo per te. Poi avrei voluto dirti tanto altro o probabilmente avrei solo voluto sedermi accanto a te e rimanere in silenzio. Avrei voluto ma non avevo il coraggio, avrei voluto ma l’ultima canzone era arrivata e così anche il mio tempo.

Calde lacrime gli salirono agli occhi. Non aveva ma provato nulla di simile per nessuna donna ma sapeva che quel sentimento doveva essere l’amore. Le lacrime gli si accumularono più fitte sugli occhi e nella semioscurità immaginò di vedere la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli stavano accanto. La sua anima si era avvicinata a quella regione in cui dimorano le vaste schiere dei morti. Era conscio della loro vacillante e illusoria esistenza ma non riusciva ad afferrarla. Persino la sua identità pareva perdersi in un mondo grigio e impalpabile: e il mondo stesso, così solido, in cui quei morti avevano creato e vissuto, si dissolveva e svaniva.
Un leggero picchiettio ai vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Guardò insonnolito i fiocchi, scuri e argentei, che scendevano obliquamente contro il lampione. Era venuto per lui il momento di andare ad ovest. Si, i giornali avevano ragione: nevicava su tutta l’Irlanda. Cadeva la neve in ogni parte della scura pianura centrale, cadeva soffice sulla torbiera di Allan e soffice cadeva più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shannon. E cadeva anche su ogni punto del solitario cimitero sulla collina in cui giaceva il corpo di Michael Furey. S’ammucchiava fitta sulle croci piegate e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto e sui roveti spogli. E pian piano l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti.
– James Joyce –

Playing dead.

EVERY OPEN EYE 9

No more excuses and no more playing dead,
there are no silver linings in anything you said.
If you keep on denying and I could stay away,
We could hold up our hands, say we don’t want it, we don’t need it.

No more distractions and no more staying still,
I am chasing the skyline much more than you ever will.
You can keep to your story and I could stick to mine,
We could hold up our hands, say we don’t want it, we don’t need it.

Se volevo uscire preferivo andare in posti affolati con la musica alta dove tutti avevano solo voglia di distrarsi, anche solo per un attimo, dai propri drammi quotidiani. Nessuno aveva realmente voglia di parlare, nessuno aveva realmente voglia di ascoltare. Per questo in realtà non amavo poi così tanto uscire, preferivo raggomitolarmi sulla poltrona e leggere un buon libro. Mi piaceva anche uscire da sola, spesso andavo a fare lunghe passeggiate a Villa P., la mia Villa preferita. Sceglievo il giusto album musicale, mettevo le cuffiette e andavo.
Spesso andavo a camminare nella parte della villa dove con il gruppo di nuoto facevo la preparazione atletica a settembre, un mese di corsa e ginnastica, una specie di tortura. Per l’acqua e il cloro dovevo aspettare ottobre. Quella tortura a Villa P. era però necessaria per rifare il fiato e far ripartire i muscoli dopo la pigrizia estiva. Avevo fatto così anche con te, me ne ero andata da te, dalla persona che più preferivo al mondo per sottopormi volutamente ad una tortura. La tortura dell’incertezza, della lontananza, del silenzio. Una tortura che sapevo mi avrebbe fatto bene ma che mi avrebbe restituito un futuro incerto.
La cosa che più mi stava mancando durante questa tortura era il mio migliore amico, non avevo nessuno con cui parlare realmente, stavo vivendo un paradosso. Avevo voglia invece di chiedere un parere al mio migliore amico, di chiedere che ne pensava, mi sarebbe piaciuto vedere il suo punto di vista. Tu eri il mio migliore amico ed eri l’unica persona con la quale riuscivo veramente a comunicare perché parlavamo la stessa lingua e guardavamo il mondo con gli stessi occhi. Insieme riuscivamo a dare la giusta prospettiva e la giusta profondità alle cose. Profondamente diversi ma profondamente in grado di capire sempre l’altro anche dove l’altro non si capiva. La stessa lingua che ci aveva uniti sin da subito, che ci aveva portati ad aprirci totalmente all’altro quando eravamo ancora due sconosciuti, che ti aveva portato a scrivermi e a raccontarmi tutto di te, ancora prima di vederci.
Quel vestito verde non aveva molto significato era solo io che provavo a chiederti un cenno, anche il più timido perché mi sarebbe bastato solo quello, al resto ci avremmo pensato poi. L’orgoglio, le nostre convinzioni ci avevano lasciato poveri, senza niente. Ci avevano levato tutto.
Ora mi ritrovavo a chiedermi che cosa rimaneva dentro te di me e se saremmo stati in grado di sciogliere quel guscio di silenzio nel quale ci eravamo sigillati e cosa ci avrebbe portato quel guscio nel caso in cui si fosse sciolto. In cuor mio già sapevo che presto, avrei dovuto lasciarti andare, capivo il silenzio e mi stava uccidendo.

Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza: non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione. In ogni amore, ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro. E’ questo che fa percepire l’amore come un capriccio del destino: quello strano e misterioso futuro, impossibile da predire, prevenire o evitare, accellerare o arrestare. Amare significa offrirsi a quel destino, alla più sublime di tutte le condizioni umane, una condizione in cui paura e gioia si fondono in una miscela che non permette più ai suoi ingredienti di scindersi. E offrirsi a quel destino significa, in ultima analisi, l’accettazione della libertà nell’essere: quella libertà che è incarnata nell’altro, il compagno in amore.
L’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato: non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di difficoltà. E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. L’amore è un mutuo ipotecario su un futuro incerto e imprescrutabile.
L’amore può essere, e spesso è, terrificante quanto la morte; solo che, a differenza di questa, maschera tale verità col vortice del desiderio e dell’eccitazione. Avere una relazione significa un mucchio di grattacapi, ma soprattutto vivere nella perpetua incertezza. Non potrai mai essere realmente, pienamente sicuro di cosa fare, ne certo di aver fatto la cosa giusta o di averla fatta al momento giusto.
Amore liquido, Zygmunt Bauman

Bury it.

EVERY OPEN EYE 8

I never promised you anything I couldn’t do,
You never promised me you were seeing differently.
Bury it and rise above.

All’una di notte mi ero alzata ed ero andata a farmi una doccia. Ero stata per tre giorni seppellita nel letto in preda alla febbre alta. Ormai la febbre era diventata una mia compagna, pronta a ricordarmi che forse non potevo più sostenere a lungo quello stile di vita e pronta a venirmi in soccorso quando avevo bisogno di una pausa dal mondo.
Ultimamente avevo cominciato a rifugiarmi sotto la doccia, lasciavo che l’acqua mi scorresse addosso. Intanto che l’acqua scorreva mi mettevo a riflettere e ogni tanto scrivevo parole chiave sul vetro appannato. A volte le scrivevo al contrario, come a voler lasciare una testimonianza postuma. Quella notte mi ero messa a riflettere sulla stagione dei matrimoni che poco alla volta incalzava. Solitari che valevano quanto sei mesi del mio stipendio e liste di invitati infinite. Tutta questa opulenza, tutto questo sfarzo non li avevo mai capiti fino in fondo, mi sembrava che cozzassero completamente con il matrimonio, forse semplicemente perché ne avevo un’idea romantica. Per me il matrimonio era qualcosa di semplice, era celebrare due persone che avevano deciso di scegliersi e di prendersi il tutto dell’altro, al di là di qualsiasi sovrastruttura e apparenza.
Inevitabilmente poi il mio pensiero si era spostato a noi. In quella stagione di matrimoni non vedevo amore, vedevo interessi legittimi, i più vari ma non c’era amore. Noi invece ci eravamo sempre scelti per amore, a nessuno dei due interessava la posizione ricoperta dall’altro all’interno della società, quello che l’altro possedeva o come l’altro veniva percepito dall’esterno.
Più riflettevo e più alcune cose non mi tornavano. Forse era stato tutto troppo assurdo e troppo affrettato, non c’era stato il tempo per capire e analizzare. La parola che ad un certo punto ho scritto sul vetro appannato è stata “paura”. Paura di mettersi in discussione, paura delle possibili accuse dell’altro, paura di esporsi, paura di donarsi nuovamente all’altro, paura di un possibile impegno, paura di riscoprirsi o di scoprire qualcosa di nuovo al di là degli schemi già conosciuti. La paura aveva causato una gran confusione che a sua volta aveva generato degli stati d’animo ancora più confusi e incerti. Ma dopo la confusione, c’era un modo per uscire dalla confusione? Secondo me si ma in fondo, che ne potevo sapere io? Fosse stato per me, io mi sarei sposata in tailleurniente velo, niente strascico, niente pizzi.

In una società se non proprio opulenta, l’amore può sganciarsi dalla necessità economica. Non so dire quali possono essere nel bene e nel male le conseguenze a livello di organizzazione e struttura sociale. Provo a considerare quali possono essere le conseguenze dal punto di vista psicologico, soprattutto in ordine alla natura del sentimento che è un evento culturale che il soggetto apprende, elabora, modifica, incrementa, affina grazie alla relazione con l’altro. Perché è l’altro che ci modifica facendoci conoscere l’altra parte di noi stessi, a cui noi possiamo accedere grazie alla fiducia che abbiamo riposto nell’altro.
Anche il single incontra l’altro, anzi non di rado molti altri, spesso su base passionale e emotiva, raramente su base sentimentale, perché per accedere al sentimento è necessario che l’altro che si incontra non lo si percepisca come funzionale al proprio io proteso alla tutela di sé, alla propria gratificazione narcisistica o al proprio riscatto dall’anonimato sociale. Perché in questi casi non si esce dalla propria solitudine e tanto meno dalla propria impermeabilità, che non concede al single di mettere in gioco la sua autosufficienza e di aprire un varco o anche una ferita alla sua identità protetta, in una sorta di rottura di sé perché l’altro lo possa raggiungere.
Il single vive l’estetica dell’amore come ci ricorda Kierkegaard nel Diario del Seduttore. Ma l’estetica sfiora il sentimento ma non lo alimenta, non lo fa crescere, non lo affina. Innanzitutto perché il single tende a concepire la libertà come revocabilità di tutte le scelte e, passando da fiore in fiore, non si concede il tempo di essere attraversato dall’altro, e quindi di provare la vertigine di uscire in qualche modo da sé, attratto da quella trascendenza, da quella eccedenza, da quell’ulteriorità che consente di avvertire, oltre se stesso, l’altro da sé. Questo infatti è possibile, solo se l’altro mi altera, mi modifica, mi sottrae a quell’impianto di difese al cui interno si è arrocato il nostro io, terrorizzato di consegnarsi a un’alterità che incrina la sua identità. Condizione, questa, necessaria per aprirsi a ciò che noi non siamo, a quel nulla di noi, che è poi la scoperta del mondo, a cui il sentimento ci accompagna quando non si rapptrappisce in uno sterile amore di sé.
– Umberto Galimberti –

Empty Threat.

EVERY OPEN EYE 7

Tore a line in the sun,
Like there’s nothing to regret and nothing to prove.

Mi ero ritrovata a pensare alla mia storia con M. e alla sua fine. Gli ultimi mesi insieme mi avevano messa a dura prova e ad un certo punto me ne ero semplicemente andata. Mi aveva costretta a delle liti profonde, una volta eravamo finiti ad urlare sotto casa sua. L’avevo così odiato perché mi aveva spinta ad urlare, non era nel mio stile, nel mio modo di essere. Aveva poi provato a recuperare, in fondo non era successo nulla o in fondo era successo semplicemente che non lo avevo mai amato, per me era stata solo una compagnia.
Stavo provando a fare dei parallelismi anche se era stupido farne. Si poteva dire che, anche in questo caso, ero io ad essermene andata da te, la mancanza di dialogo e di apertura da entrambe le parti mi aveva logorato.
Tutte le volte che ero andata via, avevo sempre provato un profondo senso di sollievo. Questa volta però sapevo che il sollievo non sarebbe arrivato, perché in fondo il mio era stato solo un bluff. Speravo che il bluff ci rendesse consapevoli e ci restituisse all’altro rinnovati e ritrovati. Avevo creato un punto di rottura per provare a ricreare unione. Passavano le giornate ma il pensiero di noi non mi abbandonava mai, era quasi estenuante. Come mi ha aveva detto saggiamente qualcuno, avevamo peccato di ingenuità e di inesperienza. L’insicurezza, la stanchezza, il non sapere come affrontare le cose in modo semplice insieme aveva creato uno stato di profonda paura e quando la paura prende il sopravvento, il resto va da se.
Nella casa nuova probabilmente non ti eri mai sentito a casa tua perché io non ti ci avevo mai fatto sentire, avevo preso possesso di tutti gli armadi e negli anni avevo sempre cercato di preservare me stessa, non capendo che il solo fatto di amarti mi esponeva completamente a te. Le mie conquiste dell’ultimo anno impallidivano completamente davanti alla tua assenza, le portavo avanti con onore ma sembravano così poco importanti.

When does the path we walk on lock around our feet?
When does the road become a river with only one destination?
Death waits for us all in Samarra but can Samarra be avoided?
– Sherlock Holmes –

Never ending circles.

EVERY OPEN EYE 6

I will tell you no lies,
at least I am not so cold.

You give me everything I never deserved,
here’s to taking what you came for,
and here’s to running off the pain.

Ad un certo punto avevo smesso di parlare, di parlarti. Il confronto, l’apertura verso l’altro è faticosa, a volte dolorosa. Ti costringe a metterti in discussione, a fare i conti con l’idea che l’altro ha di te e questa idea può non essere lusinghiera. Parlare apertamente con l’altro vuol dire esporsi alla rottura. A volte l’altro può essere in grado di vederci per quello che veramente siamo. Per questo avevamo smesso di parlarci, non volevamo che l’altro ci mettesse davanti ai nostri limiti, ci sentivamo forti delle nostre convinzioni e non eravamo disposti a lasciarle andare. Abbiamo preferito le nostre convinzioni, abbiamo scelto le nostre posizioni invece di scegliere l’altro.
Sono una persona che spesso riesce a cogliere l’animo degli altri, che riesce a percepire le loro verità scomode, quello che non si dicono perché probabilmente farebbe troppo male il dover affrontare. Tendenzialmente, capisco le loro difficoltà perché sono anche le mie. Come tutti, non vorrei vedere le mie verità nascoste e in questa precisa situazione avevo deciso di ignorarle completamente.
Ad un certo punto però la verità mi ha chiamato, chiedeva di essere affrontata. Chiedeva di essere affrontata perché era l’unico mezzo che avevo per poter crescere, evolvermi e capire cosa stava succedendo. Mi rendo conto ora che ad un certo punto ero come bloccata, intrappolata e vittima di me stessa. L’affrontare la verità celata mi ha restituita a nuova vita, mi ha fatto capire che tante mie paure, mie convinzioni, miei limiti non avevano alcuna ragion d’essere, erano solo il frutto di un immobilismo e di una presunzione totale. Queste verità mi hanno profondamente scossa, mi hanno portato a mettermi in discussione radicalmente, a distruggermi e a ricostruirmi nuovamente. Mi hanno fatto capire che l’altro va sempre accolto, che a volte basterebbe solo un gesto, una parola e che in fondo, basta veramente poco. Mi hanno fatto capire che a volte ci vuole coraggio, incoscienza e che nella vita bisogna provare a fare un salto nel vuoto giusto per capire cosa può succedere. Mi hanno fatto capire che nella vita ci vuole calma, pazienza e apertura. Mi hanno fatto capire che le uniche cose che contano in fondo, sono veramente poche. Ero tornata all’essenziale.

I don’t have nothing. I don’t have my apartment, I have zero money, I have no prospects. I am my own messed-up person with my own messed-up problems.
You have been making choices out of desperation for too long, that much is obvious. You are backing yourself into a corner. Break the pattern, take control of your life. The instant you take control, interesting things will happen. I guarantee.
You know what? No. I don’t want to hear all that from you right now.

– Dirk Gently –

Down side of me.

EVERY OPEN EYE 5

Maybe I,
Tell you that it’s no big deal.

Maybe I can aim this high,
Or maybe I could eat my words.

Ero stata risucchiata dal tuo dolore insieme a te. Sei stato chiamato in giovane età ad affrontare qualcosa di molto più grande di te, qualcosa di impensabile che mai nessuno dovrebbe affrontare. Questo lo avevo sempre saputo ma non capito fino in fondo. Come si può dire ad una persona di rinnegare se stessa per un qualcosa che non ha chiesto lei? Entrambi avevamo provato a dare un senso di normalità alle cose. Io non lo avevo voluto accettare fino in fondo perché volevo vivere, crescere insieme a te, volevo andare avanti e non dover rinunciare ad un noi insieme. Vivevo con la speranza che sarebbe arrivata la soluzione, che da li a poco la situazione sarebbe migliorata. Io andavo avanti vivendo di speranza, tu rimanevi indietro e non per scelta tua. Ti guardavo spesso con ammirazione per la tua grande determinazione, sapevi quello che volevi, quello che ti piaceva e non eri intimorito, poco alla volta però la tua volontà non è riuscita più a combattere come prima.
Dovrei chiederti scusa per non averti voluto credere fino in fondo. Il problema non era non crederti, il problema era che la verità che mi chiedevi di accettare era troppo dolorosa per me. Ti stavi sgretolando davanti a me e io non sapevo come raccoglierti, non vedevo vie di uscita. Avevo cominciato a telefonare al mondo intero sperando che qualcuno fosse in grado di darmi, darti una risposta. Era più semplice non crederti fino in fondo, era un pensiero più accettabile per me. Ho visto tutto il tuo impegno, l’ho visto tutti i giorni. Tutti i giorni ci hai provato e so che continui a farlo. Tra le lacrime, con poca voce in gola avevi provato a dirmelo che non ce la facevi più, che eri costretto ad andartene da me perché non potevi fare altro, perché le poche energie che avevi le dovevi riservare all’essenziale. Probabilmente non ero stata in grado di accoglierti o probabilmente lo ero ma non in modo intimo come avresti voluto. Avevo ridotto il tuo dolore ad un qualcosa da risolvere e da gestire, il mio pragmatismo aveva preso il sopravvento. Il tuo dolore invece meritava di essere accolto totalmente. Perdonami se puoi.

It’s always darkest before the dawn.
– Florence & The Machine –

Afterglow.

EVERY OPEN EYE 4

All of the black and white, all of the contours,
are laid out before me now with all of the light and shape.

We take up our own space, I’ll find my own way back,
back to the past tense.

Mi infastidivo se dovevo lavorare sul treno. Volevo godermi il viaggio e guardare fuori dal finestrino. In qualche modo mi stavo sempre più allontanando dal lavoro. Volevo andare via dalla confusione, prendermi del tempo, godere del tempo. Le riunioni diventavano sempre più noiose e lunghe, a volte non ne capivo il senso e a volte provavo un profondo senso di estraniazione. Il mio era un lavoro da decadenti ma nonostante questo, pensavo o semplicemente speravo di essere utile ad altre persone. Nello stesso tempo però stavo facendo un passo indietro, non volevo più essere il mio lavoro. Stavo mettendo da parte il lavoro per ridare nuovo spazio a me stessa, per ritrovarmi.
Mentre guardavo fuori dal finestrino mi sono ritrovata a riflettere a come spesso distruggiamo noi stessi e gli altri. Spesso ci fermiamo in superficie, all’apparenza delle cose dimenticandoci di essere empatici con l’altro, dimenticando di perdonare l’altro. Tutti dovrebbero agire secondo il nostro approccio, non il loro. In questo senso, spesso cominciamo una battaglia senza fine verso l’altro cominciandogli ad attribuire mancanze e colpe infinite. Noi siamo i giusti, lo sbagliato sta sempre altrove. L’apparenza delle cose mi aveva fatto male, mi aveva colpita come uno schiaffo dato in piena faccia.
Ad un certo punto però ho deciso di fermarmi a riflettere e poco alla volta tutto ha avuto un senso, gli angoli più bui si erano rivelati in tutta la loro luce, avevo capito le tue fragilità e le tue motivazioni e avevo capito le mie fragilità e le mie motivazioni.
Con te non ci sono stati momenti negativi, momenti belli o meno belli. Con te ci siamo stati noi insieme e in tutto il tempo passato insieme risiede la nostra bellezza. La bellezza risiede anche là dove non ci siamo capiti o quando non ci siamo sentiti all’altezza dell’altro. Il disaccordo fa parte di tutta l’esistenza, di tutti i rapporti umani. Tramite l’empatia però il disaccordo può essere superato per creare degli equilibri comuni.
Stavo sviluppando nuove forme di empatia. Sentivo di capire profondamente quello che eri stato chiamato ad affrontare, al di là delle problematiche fisiche. Era come se tu, senza parlare, mi raccontassi tutte le tue difficoltà, le tue paure, le tue speranze. Forse era proprio questo il segreto della vera empatia, il trascendere da ogni cosa.
Penso che non si possa spacchettare la vita in cose da dimenticare e cose da ricordare. Il passato penso che vada usato come una maestra che ci da dei consigli per il presente ma va poi lasciato andare, tutto. Ricordi cosa ti avevo chiesto di promettermi? Ti avevo chiesto di promettermi che ti saresti ricordato di dimenticare.

Life is too short to be mad.
– The Good Wife –


When the pain cuts you deep,
when the night keeps you from sleeping,
just look and you will see,
that I will be your remedy.
When the world seems so cruel,
and your heart makes you feel like a fool,
I promise you will see,
that I will be, I will be your remedy.
– Adele –