Occhiali scuri.

Dopo tre cocktail divento drama setter.
Vai piano non fare il botto quando ritorni alle 8,
forse hai bevuto un pò troppo ed è già domani.
Attento al posto di blocco, magari accosta ma occhio,
non ti scordare mai gli occhiali scuri se
non sai dove dormirai stanotte.

Al liceo mi sono divertita molto. Dal terzo anno ho cominciato ad andare a tutte le feste di diciotto anni dei miei compagni di scuola, non me ne perdevo una. Sono andata a tutte le feste a cui mi invitavano o alle quali ci si poteva imbucare ma mantenendo sempre un equilibrio di fondo. Non ho mai fatto casini, ho sempre bevuto molto poco. In vita mia non mi sono mai ubriacata sul serio. Sono sempre stata una persona equilibrata nel divertimento. Forse perché, nel divertimento, ho sempre cercato il piacere di passare del tempo insieme agli altri e non la volontà di evadere da me stessa. Ho sempre avuto sete di umanità, di capire e fare mie le storie degli altri, di andare al di là degli eventi nudi e crudi, di carpirne il significato. Perché decidiamo di agire in un modo piuttosto che in un altro?
Quando è finita la storia in cui ero l’anno scorso, un mio amico subito dopo mi ha detto: “ora ti butterai a capofitto sul lavoro, vai a ballare e sfogati con il primo che passa” e io da queste parole sono rimasta interdetta. In realtà B. nel dire queste cose, stava proiettando su di me tutta la rabbia che aveva per la sua di storia, finita male. Io gli ho detto che quella era la sua rabbia e non la mia. Io di rabbia per la fine della mia storia non ne ho mai provata, anzi. Ho provato solo del dolore acuto ma è sempre stato solo mio. Ho detto a B. che non sentivo l’esigenza di fuoriuscire da me stessa ma che sentivo invece l’esigenza di prendermi del tempo per me e l’ho fatto. Ho rallentato i miei ritmi per cominciare ad ascoltarmi.
A seguito della fine del rapporto, ho voluto prendermi del tempo per accogliere e per affrontare il mio dolore spirituale e no, non era il dolore derivante dalla fine del rapporto. Il dolore per la fine del rapporto è stato qualcosa di acuto, fisiologico e inevitabile. Quel dolore acuto è stata solo la conseguenza di un evento della vita che mi sono ritrovata ad affrontare. Ma, i dolori acuti, in quanto acuti, come vengono, vanno.
A seguito della fine del rapporto, avevo capito che erano maturati i tempi per affrontare me stessa perché metà della responsabilità per quello che era successo, inevitabilmente, era la mia. Ho quindi deciso che volevo studiarmi e conoscermi in profondità. Volevo del tempo per affrontare il mio di dolore, quel dolore che mi appartiene da sempre in senso viscerale, quel dolore mio e soltanto mio sul quale solo io posso agire, il mio dolore fondante. Parlo di quel dolore costante e sempre presente in ognuno di noi. Quel dolore che è nostro stesso figlio, perché insito in noi stessi. Quella sorta di croce che, in qualche modo, siamo condannati a portarci dentro, quotidianamente.
Nell’affrontare il mio dolore viscerale, ho provato emotivamente altro dolore, quel dolore che discende da una presa di consapevolezza, dal doversi guardare allo specchio e dal dover ammettere di non amare poi troppo l’immagine che lo specchio restituisce. Mi sono presa del tempo per me perché sapevo che le luci, le piste da ballo, l’alcool, i social, l’essere magri, il sesso fugace, non mi avrebbero aiutato, anzi. Sapevo che la ricerca dello svago ossessivo non avrebbero fatto altro che peggiorare e acuire il mio dolore e che rimandare non sarebbe servito. Il dolore era mio ed era lì pronto ad aspettarmi, era lì che chiedeva di essere vissuto.
Mi sono presa del tempo per me e dopo aver affrontato il mio dolore, sono rinata a nuova vita. No, il dolore non è sparito. Ho ancora del dolore ma ora quel dolore fa parte di me. Ho imparato a diventarci amica, a gestirlo. Ho imparato a guardarlo in faccia, a prenderlo per mano e a non lasciarmi sopraffare. Nel capire quel dolore ho imparato che, spesso, i nostri più grandi nemici siamo solo noi stessi e che la felicità e la serenità dipendono solo da noi. Che a volte, il nostro dolore viscerale discende solo da una struttura di pensiero ossessivo e reiterato come se fosse una sorta di cattiva abitudine. Ho però capito che, come tutte le cattive abitudini, può essere superato.
Dopo aver affrontato quel dolore viscerale che mi portavo dietro, ho cominciato a vivere in modo decisamente più vero e puro. Ho veramente imparato a capire e ad apprezzare le piccole cose quotidiane. Una volta mentre correvo mi sono quasi messa a piangere, perché ho pensato a quanto ero fortunata che, non solo riuscivo a camminare ma che riuscivo anche a correre perché ho letto di persone che non hanno neanche la libertà di usare le loro gambe come vogliono. Ho cominciato ad imparare e a praticare l’arte della gratitudine e ho imparato a prendere me stessa e gli eventi che accadono al di fuori di me con grande ironia. Ho imparato a fare sempre un passo indietro, perché l’altro è altro e non possiamo governarlo ma è nostro dovere comprenderlo. In fondo, ognuno di noi ha le sue buone ragioni e le mie non sono più buone di quelle dell’altro.
Mi sento tornata a quell’estate, quella dopo il terzo liceo, dove si usciva il pomeriggio e si tornava la sera tardi, sempre sul motorino di altri. Ora posso uscire solo la sera e anche se sono stanca, esco ugualmente. Ho ricominciato, come facevo da adolescente, a buttarmi nelle situazioni. Ho ritrovato la gioia e il piacere di perdermi nell’umanità e nelle storie degli altri. Ho anche ricominciato a vestirmi come un adolescente, ora spesso porto gli shorts anche se non mi convincono molto, sono veramente troppo short. Ho cominciato ad ascoltare musica di dubbio gusto. L’ascolto perché i testi, anche se non mi appartengono, mi fanno ridere. In fondo la vita è anche questo, a volte si torna indietro, a volte si va per contrasto.

Tutto molto interessante.

Il tuo profilo instagram è molto interessante,
selfie in casa, selfie al mare, selfie al ristorante.
Mi parli dei problemi e della tua vita stressante,
vai in palestra, l’estetista, giornata pesante.

Alcune persone che conosco hanno cominciato a leggere il mio blog. Una di queste mi ha detto, che leggendo, ha percepito della pesantezza. Lì per lì questo commento non sapevo come prenderlo. Poi ci ho riflettuto. Perché spesso sulle cose ho bisogno dei miei tempi, ci devo ragionare. La prima cosa che ho pensato è che, per poter rispondere, avrei bisogno di avere una definizione di “pesantezza”.
Personalmente, ho scelto la scrittura quale mezzo per esorcizzare la parte più intima di me quindi penso che della “pesantezza” sia inevitabile. In fondo, per quanto uno lo vorrebbe, non è che si può sempre ridere, il dolore capita.
Ho scelto la scrittura anche per ragionare in modo più attento sulle cose, per capirle meglio. Quindi per capirle ho bisogno di andare in profondità e allora forse da qui nasce della “pesantezza”.
Una donna che stimo profondamente, di recente mi ha detto: “su facebook metto le foto di quando io e le mie figlie siamo sorridenti e in armonia, non quelle di quando piangono”. Qui, al contrario di facebook, può capitare che io metta le “foto” del mio dolore, della mia sofferenza e dei miei conflitti interiori che sono tanto i miei quanto quelli di tutti.
Così, continuando a pensare mi sono detta: “ma non è che in realtà il problema non è la mia “pesantezza” ma l’incapacità diffusa di non voler affrontare determinate questioni? Di non voler vedere realmente le cose per quello che sono?”
Calvino ci dice che “esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza” e che “la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.
Mi sembra che Calvino, in modo semplice, abbia detto tutto. L’apparire felici e sicuri di sé deve avere la prevalenza su tutto il resto, il dolore non è concesso, soffrire non è lecito. Personalmente, tutta questa frivolezza io la percepisco esattamente come la descrive Calvino, “pesante e opaca”, mi stanca molto e mi logora. Perché questa “frivolezza” è spesso, un qualcosa di vuoto, senza forma e senza contenuti. Si parla, tanto, senza dire niente.
Penso che forse, dovremmo riflettere sulle parole di Calvino e tornare ad una “leggerezza pensosa” che ci restituisca la verità delle cose e che ci permetta di abbandonare la “frivolezza opaca” dentro la quale spesso ci rifugiamo per evitare di affrontare tutto quello che c’è da affrontare. Calvino in fondo ci suggerisce di prendere “la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

Faccio cose, vedo gente, sembra molto divertente.
Aspetta che ti mostro il ca’ che me ne frega.

Le coppie.

A tutti quelli che mi hanno dato il coraggio di condividere quello che scrivo con il mondo,
quindi tutta me stessa.

In particolare grazie a Beatrice, a Barbara e a Simone.

La cosa piú temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché cosí facendo consegniamo la cosa piú preziosa che abbiamo in noi a qualcos’altro.
– Haruki Murakami –

Anche i rapporti, come la moda e i fast-food, sono diventati usa e getta, un giorno ci sono e il giorno dopo chi lo sa. Non so se è stato per farmi sentire meno sola che in questi mesi mi sono arrivati i racconti più disparati di qualcuno che, dopo anni, per motivi futili, se ne va non affrontando quello che resta, perché in fondo scappare è molto più facile che affrontare. Probabilmente, questi racconti sono arrivati per farmi capire che la coppia alla quale appartenevo non era poi così diversa o “migliore” delle altre, perché anche noi, come tutti, siamo caduti nei più classici dei cliché. Tutti i racconti che ho ascoltato, inevitabilmente mi portavano a pensare alla situazione da me vissuta e i parallelismi venivano giù a profusione. C’è dello sconcertante nel vedere che, per quanto ognuno di noi è diverso dall’altro, in fondo siamo tutti quanti uguali.
Ho alle spalle sei anni finiti così, “perché non ti amo più” mi sono sentita dire. A sentire quelle parole ho provato stupidamente vergogna. Quella vergogna stupida che nasce dal sentirsi rifiutate perché noi donne siamo così, subiamo in silenzio e proviamo vergogna per aver subito. Quella vergogna stupida figlia dei nostri tempi, nei quali, in qualche modo, dobbiamo sempre apparire “vincenti”.
Ovviamente, come in tutti i rapporti di anni, anche nel mio rapporto c’erano delle situazioni e delle cose che si sarebbero dovute gestire. Una salute invalidante (non mia, dell’altro), la voglia di emancipazione dai miei genitori con una casa nuova, il mio lavoro e il suo non lavoro, tutto mescolato con il dramma del diventare “grandi”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il fatto che sia finita ma come sia finita. Non c’è stato un dialogo aperto, un vero confronto, si è solo scappati il più lontano possibile chiudendosi in un silenzio profondo e disconoscendo completamente l’altro.
Accanto a questo, dopo la rottura, l’altra parte ha optato non per un percorso di crescita interiore ma per un involuzione estrema. La sensazione che ho avuto è che ci sia stato un totale rifiuto delle proprie responsabilità (compresa quella della rottura) e una totale negazione di se stessi.
Anche il cambiamento, molto spesso, viene usato come scusa per chiudere i rapporti. Il cambiamento è qualcosa di fisiologico e positivo nella vita di tutti noi e non possiamo far altro che accettarlo. Il problema non è il cambiamento in quanto tale ma la nostra incapacità ad affrontarlo, a gestirlo e ad evolverci con lui. Molto spesso la “colpa” è della parte che cambia e non della parte che rimane immobile, curva su se stessa.
Mi viene inoltre da soffermarmi sui sentimenti, questi sconosciuti. Penso che se si è amato veramente, in qualche modo, si ama per sempre. I sentimenti non sono e non possono essere qualcosa di intermittente che accendiamo e spegniamo quando vogliamo. Le questioni, relative al fallimento dei rapporti e dell’amore, per me possono essere tre (ovviamente la mia è una profonda schematizzazione):
1) confondiamo l’amore con la passione fisica, che nel tempo è destinata a morire e spesso non si fonda su un vero sentimento di amore;
2) ci illudiamo di provare amore pur di non stare soli;
3) rifiutiamo i sentimenti per non guardarci dentro, perché amare realmente presuppone una profonda apertura verso l’altro, grande pazienza e voglia di compromesso e non sempre siamo in grado di fare tutto questo. A volte, semplicemente, siamo troppo concentrati su noi stessi e non siamo proprio in grado di amare l’altro.
In tutti i casi però manchiamo di coraggio. Perché nel primo caso dovremmo semplicemente goderci il momento con onestà. Nel secondo, dovremmo inevitabilmente fare un sforzo per imparare a convivere con noi stessi, senza saltare da persona a persona pur di evadere. Il terzo caso, è sicuramente il più complesso, perché comporta una presa di coscienza profondissima. Quanti di noi sono veramente in grado di ammettere candidamente di non essere in grado di amare? Di mettere davanti sempre loro stessi e di non aver alcun grado di apertura verso il prossimo?
La sofferenza, che ho provato per la fine del rapporto, è stata circoscritta a poche settimane perché mi sono resa conto che era l’altra parte ad essere estremamente confusa e, davanti ad un rifiuto così netto nei miei confronti, non potevo far altro che accettare la situazione e scappare via, il prima possibile. Non aveva alcun senso provare del dolore perché non ero io ad esserne intrisa. Era l’altra parte ad avere un dolore profondo dentro di se, sia fisico che spirituale e questo dolore lo ha semplicemente sopraffatto. Era talmente colmo del proprio dolore che non è stato in grado di vedere e cogliere le possibili conseguenze del suo agire. Il dolore, aveva scavato talmente tanto nella sua anima che, ad un certo punto, sentendosi completamente smarrito, aveva bisogno di creare un punto di rottura per provare a rinascere e io semplicemente, in quel momento, ero quel punto di rottura. Il dolore ha annichilito la capacità di amare.
Con il senno di poi, a distanza di tempo e ripensando a tutto quello che è stato, va bene che sia andata così, perché meglio ora che poi. Ancora non si condivideva realmente niente e non ci sono stati grandi danni.
Va bene che sia andata così perché in fondo, nella mia vita, cerco qualcuno che abbia il coraggio di vivere pienamente e chiedo a me stessa di trovare lo stesso coraggio. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di amare e chiedo a me stessa di riuscire a fare altrettanto. Cerco qualcuno che abbia il coraggio di affrontare se stesso senza evadere da se stesso e chiedo a me stessa di trovare il coraggio per affrontare sempre, a viso aperto, le cose. Chiedo inoltre, a me stessa, di trovare il coraggio di crocifiggermi io se non sono all’altezza delle cose ma di non sacrificare mai nessuno al mio posto per provare a ritrovare l’equilibrio perso. Perché, alla fine, chi nasce senza coraggio muore accontentandosi*.

Le coppie si dicono basta e sui social network non sono più amici,
lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare.
Si dicono non rimaniamo estranei o nemici ma non ci riescono quasi mai.
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.

*Grazie a Sergio M. Ottaiano per avermi ispirato con la sua scrittura.

Velleità.

Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

Noi trentenni di oggi siamo una generazione di lacrime e sangue. Siamo completamente accartocciati su noi stessi, non abbiamo alcuna voglia di accogliere l’altro perché diciamocelo, accogliere e capire l’altro è faticoso. Magicamente i giusti siamo sempre noi, gli sbagliati sono sempre gli altri. Lavoriamo troppo o troppo poco e l’unica cosa che ci piace fare è rincorrere le velleità, di qualsiasi tipo. Non abbiamo alcuna apertura verso la vita, verso l’impegno: le responsabilità, queste sconosciute. Facciamo di tutto per prolungare l’adolescenza in modo inesorabile perché crescere in fondo, è doloroso e faticoso.
Così, dopo diciotto anni di rapporto, a trentatré anni lei scopre di non amare più lui perché non sono compatibili e come no. Si prende e si scappa con il primo che passa. Si scappa perché fare una famiglia terrorizza e ci giustifichiamo dicendo che troveremo sicuramente di meglio.
Noi donne trentenni poi. Rimaniamo immobili, disperate, aspettando che arrivi un uomo a salvarci, a definirci, a capirci e non ci amiamo mai da sole. Lasciamo che la vita scorra e non la viviamo, ci lasciamo vivere. Ci sentiamo sempre inadeguate rispetto all’uomo di turno. Noi donne trentenni non capiamo invece, che spesso, quello che abbiamo davanti, è solo un ragazzo confuso che ancora non sa bene cosa fare della sua vita e per coprire queste insicurezze cerca di darsi un tono, come può.
Ma va bene così, se la decadenza deve essere che la decadenza sia. Dieci anni fa ero la regina della decadenza, non mi perdevo neanche una festa, sempre sul motorino di qualcun altro. Mi sento tornata alle origini, ho ventotto anni ma me ne sento diciotto con la libertà di uno stipendio e un posto tutto mio. Mi sento con la testa leggera e la voglia di non capire niente. Ho solo voglia di lasciarmi andare a questo flusso di mancanza di senso che mi circonda. Anche io, come tutti forse, non ho ancora voglia di diventare adulta e di prendermi, con leggerezza, sul serio.

Jep: Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.
– La Grande Bellezza –

Rabbia.

Ed è bellissimo comprendere
che tutto questo ora diventa indispensabile,
e che io posso solo arrendermi e sorridere di te.

Perché è bellissimo convivere
con quello che ora sembra veramente inutile,
perché io posso solo arrendermi e sorridere di te.

Ed ad un certo punto ti senti semplicemente libera. Ti senti libera perché realizzi che stavi continuando ad amare solo un’idea, che la persona che continuavi ad amare in realtà non esiste più perché nascosta sotto strati di rabbia ed egoismo. La sua realtà è diventata totalmente autoreferenziale e in questa nuova realtà è come se tu non fossi mai esistita. Ti senti libera perché sei stanca di continuare a pensare a qualcosa che ormai non esiste più. Ti senti libera perché improvvisamente tutto si allontana da te, perché davanti a chi sceglie se stesso tu non puoi nulla. Perché, davanti a chi ti imbavaglia e ti uccide arroccandosi nelle sue posizioni, tu non puoi parlare perché le tue parole sarebbero solo dei suoni senza senso.
Il tuo egoismo e la tua rabbia mi hanno resa libera, mi hanno reso libera da te.

Tutto frana sotto colpi impercettibili
e i tuoi pensieri ora sono inamovibili.

Le mie colpe sono anche discutibili,
le hai riempite di veleno per nasconderti.

“Con il nostro partner abbiamo certe pretese e diventiamo così irragionevoli perché abbiamo fiducia che la persona in grado di capire i lati più oscuri di noi, di lenire con la sua presenza tanti nostri dolori, debba in qualche modo anche saper risolvere tutto quello che non va nella nostra vita. Ne esageriamo i poteri in una sorta di curioso omaggio – la cui eco si sente nella vita adulta, decenni dopo – alla deferenza con cui i bambini guardano alle capacità apparentemente miracolose dei genitori”.
– Alain De Bottom –

Playing dead.

EVERY OPEN EYE 9

No more excuses and no more playing dead,
there are no silver linings in anything you said.
If you keep on denying and I could stay away,
We could hold up our hands, say we don’t want it, we don’t need it.

No more distractions and no more staying still,
I am chasing the skyline much more than you ever will.
You can keep to your story and I could stick to mine,
We could hold up our hands, say we don’t want it, we don’t need it.

Se volevo uscire preferivo andare in posti affolati con la musica alta dove tutti avevano solo voglia di distrarsi, anche solo per un attimo, dai propri drammi quotidiani. Nessuno aveva realmente voglia di parlare, nessuno aveva realmente voglia di ascoltare. Per questo in realtà non amavo poi così tanto uscire, preferivo raggomitolarmi sulla poltrona e leggere un buon libro. Mi piaceva anche uscire da sola, spesso andavo a fare lunghe passeggiate a Villa P., la mia Villa preferita. Sceglievo il giusto album musicale, mettevo le cuffiette e andavo.
Spesso andavo a camminare nella parte della villa dove con il gruppo di nuoto facevo la preparazione atletica a settembre, un mese di corsa e ginnastica, una specie di tortura. Per l’acqua e il cloro dovevo aspettare ottobre. Quella tortura a Villa P. era però necessaria per rifare il fiato e far ripartire i muscoli dopo la pigrizia estiva. Avevo fatto così anche con te, me ne ero andata da te, dalla persona che più preferivo al mondo per sottopormi volutamente ad una tortura. La tortura dell’incertezza, della lontananza, del silenzio. Una tortura che sapevo mi avrebbe fatto bene ma che mi avrebbe restituito un futuro incerto.
La cosa che più mi stava mancando durante questa tortura era il mio migliore amico, non avevo nessuno con cui parlare realmente, stavo vivendo un paradosso. Avevo voglia invece di chiedere un parere al mio migliore amico, di chiedere che ne pensava, mi sarebbe piaciuto vedere il suo punto di vista. Tu eri il mio migliore amico ed eri l’unica persona con la quale riuscivo veramente a comunicare perché parlavamo la stessa lingua e guardavamo il mondo con gli stessi occhi. Insieme riuscivamo a dare la giusta prospettiva e la giusta profondità alle cose. Profondamente diversi ma profondamente in grado di capire sempre l’altro anche dove l’altro non si capiva. La stessa lingua che ci aveva uniti sin da subito, che ci aveva portati ad aprirci totalmente all’altro quando eravamo ancora due sconosciuti, che ti aveva portato a scrivermi e a raccontarmi tutto di te, ancora prima di vederci.
Quel vestito verde non aveva molto significato era solo io che provavo a chiederti un cenno, anche il più timido perché mi sarebbe bastato solo quello, al resto ci avremmo pensato poi. L’orgoglio, le nostre convinzioni ci avevano lasciato poveri, senza niente. Ci avevano levato tutto.
Ora mi ritrovavo a chiedermi che cosa rimaneva dentro te di me e se saremmo stati in grado di sciogliere quel guscio di silenzio nel quale ci eravamo sigillati e cosa ci avrebbe portato quel guscio nel caso in cui si fosse sciolto. In cuor mio già sapevo che presto, avrei dovuto lasciarti andare, capivo il silenzio e mi stava uccidendo.

Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza: non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione. In ogni amore, ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro. E’ questo che fa percepire l’amore come un capriccio del destino: quello strano e misterioso futuro, impossibile da predire, prevenire o evitare, accellerare o arrestare. Amare significa offrirsi a quel destino, alla più sublime di tutte le condizioni umane, una condizione in cui paura e gioia si fondono in una miscela che non permette più ai suoi ingredienti di scindersi. E offrirsi a quel destino significa, in ultima analisi, l’accettazione della libertà nell’essere: quella libertà che è incarnata nell’altro, il compagno in amore.
L’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato: non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di difficoltà. E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. L’amore è un mutuo ipotecario su un futuro incerto e imprescrutabile.
L’amore può essere, e spesso è, terrificante quanto la morte; solo che, a differenza di questa, maschera tale verità col vortice del desiderio e dell’eccitazione. Avere una relazione significa un mucchio di grattacapi, ma soprattutto vivere nella perpetua incertezza. Non potrai mai essere realmente, pienamente sicuro di cosa fare, ne certo di aver fatto la cosa giusta o di averla fatta al momento giusto.
Amore liquido, Zygmunt Bauman

Afterglow.

EVERY OPEN EYE 4

All of the black and white, all of the contours,
are laid out before me now with all of the light and shape.

We take up our own space, I’ll find my own way back,
back to the past tense.

Mi infastidivo se dovevo lavorare sul treno. Volevo godermi il viaggio e guardare fuori dal finestrino. In qualche modo mi stavo sempre più allontanando dal lavoro. Volevo andare via dalla confusione, prendermi del tempo, godere del tempo. Le riunioni diventavano sempre più noiose e lunghe, a volte non ne capivo il senso e a volte provavo un profondo senso di estraniazione. Il mio era un lavoro da decadenti ma nonostante questo, pensavo o semplicemente speravo di essere utile ad altre persone. Nello stesso tempo però stavo facendo un passo indietro, non volevo più essere il mio lavoro. Stavo mettendo da parte il lavoro per ridare nuovo spazio a me stessa, per ritrovarmi.
Mentre guardavo fuori dal finestrino mi sono ritrovata a riflettere a come spesso distruggiamo noi stessi e gli altri. Spesso ci fermiamo in superficie, all’apparenza delle cose dimenticandoci di essere empatici con l’altro, dimenticando di perdonare l’altro. Tutti dovrebbero agire secondo il nostro approccio, non il loro. In questo senso, spesso cominciamo una battaglia senza fine verso l’altro cominciandogli ad attribuire mancanze e colpe infinite. Noi siamo i giusti, lo sbagliato sta sempre altrove. L’apparenza delle cose mi aveva fatto male, mi aveva colpita come uno schiaffo dato in piena faccia.
Ad un certo punto però ho deciso di fermarmi a riflettere e poco alla volta tutto ha avuto un senso, gli angoli più bui si erano rivelati in tutta la loro luce, avevo capito le tue fragilità e le tue motivazioni e avevo capito le mie fragilità e le mie motivazioni.
Con te non ci sono stati momenti negativi, momenti belli o meno belli. Con te ci siamo stati noi insieme e in tutto il tempo passato insieme risiede la nostra bellezza. La bellezza risiede anche là dove non ci siamo capiti o quando non ci siamo sentiti all’altezza dell’altro. Il disaccordo fa parte di tutta l’esistenza, di tutti i rapporti umani. Tramite l’empatia però il disaccordo può essere superato per creare degli equilibri comuni.
Stavo sviluppando nuove forme di empatia. Sentivo di capire profondamente quello che eri stato chiamato ad affrontare, al di là delle problematiche fisiche. Era come se tu, senza parlare, mi raccontassi tutte le tue difficoltà, le tue paure, le tue speranze. Forse era proprio questo il segreto della vera empatia, il trascendere da ogni cosa.
Penso che non si possa spacchettare la vita in cose da dimenticare e cose da ricordare. Il passato penso che vada usato come una maestra che ci da dei consigli per il presente ma va poi lasciato andare, tutto. Ricordi cosa ti avevo chiesto di promettermi? Ti avevo chiesto di promettermi che ti saresti ricordato di dimenticare.

Life is too short to be mad.
– The Good Wife –


When the pain cuts you deep,
when the night keeps you from sleeping,
just look and you will see,
that I will be your remedy.
When the world seems so cruel,
and your heart makes you feel like a fool,
I promise you will see,
that I will be, I will be your remedy.
– Adele –