Far and beyond.

Sul cambiamento e sulla rinuncia a parti di sé.

Di recente, ho avuto una conversazione molto interessante con una mia amica, mi spiegava di essersi sentita sempre troppo sensibile rispetto al mondo circostante e di aver sofferto per questo. Di conseguenza, date le sue esperienze pregresse, ad un certo punto ha deciso di provare ad abbandonare parte di quella che lei chiama “sensibilità”.
Ecco, a me ha fatto molto riflettere la motivazione che ha spinto la mia amica a voler cambiare. Lei ha deciso di mettere da parte un pezzo di se stessa, non per scelta personale ma in qualche modo, per scelta degli altri.
Secondo me il cambiamento, di qualsiasi tipo, non può essere qualcosa di imposto dagli eventi che inevitabilmente, a volte, subiamo. L’evento di per sé può essere uno stimolo a mettersi in discussione, una sorta di miccia che da avvio ad un processo di rivisitazione di se stessi ma non può influenzarci a tal punto da portarci, non alla messa in discussione ma alla degradazione e alla rinuncia di parti di sé.
Ci sarà sempre qualcuno che in qualche modo ci farà del “male”. Ma se decidiamo di rinunciare a parti di noi per la sofferenza subita, diamo secondo me all’evento e al “carnefice” un potere immenso. In fondo, siamo tutti carnefici e vittime nello stesso tempo.
Molto spesso chi fa del male non lo fa di proposito e non vorrebbe farlo, è semplicemente un’altra persona che, a sua volta, ha dei conflitti e che in qualche modo non sa affrontarli e spesso, senza neanche rendersene conto, finisce per fare del male a chi gli sta accanto. Il male è banale ma quasi mai voluto.
A seguito poi dell’annichilimento della parti di sé spesso si viene a creare anche un sentimento di odio e di malessere per la parte che ci ha fatto del male. Quel sentimento più che al carnefice fa male a noi, perché siamo noi a portarlo dentro. Quell’odio strisciante ci avvelena e ci “incancrenisce”. Tutto questo aumenta enormemente i poteri e le conseguenze dell’evento doloroso.
Penso che invece, nel momento in cui qualcuno ci sta causando del dolore, dovremmo cercare il più possibile di prendere le distanze e di razionalizzare cosa sta accadendo. Capire che, molto spesso, la colpa per quello che accade, non è di nessuno, tanto meno la nostra. Se guardiamo attentamente, le motivazioni per quello che sta accadendo sono davanti a noi, spesso non sono esplicitate ma sono comunque palesi. Se capiamo quelle motivazioni, in qualche modo possiamo liberarci dall’evento doloroso e possiamo lasciar andare tutto l’accaduto. Ci dobbiamo abbandonare totalmente al perdono dell’altro. Solo il perdono dell’altro ci permette di far pace con il nostro passato e di superarlo totalmente. Se invece ci annichiliamo in noi stessi e nell’odio che proviamo, rimaniamo totalmente intrappolati in quel passato che ad intervalli più o meno regolari, continua a riproporsi. Senza neanche rendercene conto continuiamo a vivere in funzione di quel passato e di quell’evento doloroso che ci ha colpiti. Perché le azioni che mettiamo in atto, inconsciamente, sono mosse dalla volontà di non ricadere in quel dolore.
Questa però è una spirale del tutto autolesionista: subiamo l’evento doloroso e rispondiamo a quell’evento mettendo in atto azioni per evitare che questo si ripeta, mutando noi stessi in funzione del torto subito. Il punto è che nessuno sa come andrà il nostro futuro e se ci fermiamo a riflettere, non ha alcun senso mettere in atto degli atteggiamenti per “evitare”. Evitare semplicemente non è possibile, le cose capitano. In quel cercare ossessivo di evitare c’è poi la dimostrazione di non essere stati in grado di superare il nostro passato.
Troppo spesso ho sentito frasi del tipo “gli eventi della vita ti cambiano” ma con questa frase sono d’accordo solo in parte. In frasi di questo tipo c’è la rinuncia di se stessi e della propria volontà, c’è passività ed un’accettazione rassegnata. Come gli eventi ci cambiano siamo noi a deciderlo. Dobbiamo essere sempre in grado di andare al di là dell’evento e della percezione negativa che ne discende. Spesso il dolore ci può aprire nuovi orizzonti, nuove opportunità, nuovi modi di vivere.
Secondo me il cambiamento, per essere veramente cambiamento e non rinuncia di sé, dovrebbe essere qualcosa di ragionato e che viene fuori da se stessi. Gli eventi che ci capitano, positivi e negativi (secondo la nostra percezione perché poi a volte, diventa un puro problema di percezione) ci devono far riflettere e meditare ma non devono cambiarci, piegarci a qualcosa che altrimenti non ci apparterrebbe. Dobbiamo attuare il cambiamento perché quello che vediamo in noi non ci piace, perché vogliamo provare ad essere altro, perché vogliamo sperimentare e conoscere nuove parti di noi. Dobbiamo attuare il cambiamento in noi consapevoli di non essere il nostro passato ma proiettati sempre verso il nostro presente e futuro. Il passato, per definizione, è qualcosa che non esiste più, è ombra di qualcosa di non più afferrabile. Solo nel presente e nel futuro si cela la luce e la bellezza della vita.

P.S. Consiglio questo post di Matrimonio Cristiano sulla capacità di perdonare e di non “annotare il male” ricevuto.
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46 pensieri su “Far and beyond.

  1. Queste tue riflessioni aprono la porta a tutta un’altra serie di pensieri e considerazioni, offrono lo spunto ad una rilettura di quanto può essere la nostra esperienza personale. Mi ha colpito la frase della tua amica, non credo che realmente possa abbandonare quella parte di sé più sensibile per evitare ulteriori e future sofferenze. Non è possibile anestetizzarsi al dolore. La sofferenza esiste. Semmai dovremmo imparare ad allontanarci da coloro che consapevolmente o inconsapevolmente (fino a che punto?) ci fanno del male, senza rinunciare a ciò che siamo e a come siamo. Non so se i fatti della vita ci cambiano fino in fondo o, invece, non ci costringano ad un percorso che ci porterà ad essere quello che saremo…che vogliamo essere…o che è scritto… nel destino?

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    • Sono d’accordo su quanto dici rispetto alla mia amica. Le ho infatti spiegato che, secondo me, facendosi piegare dagli eventi lei non è diventata meno sensibile ma semplicemente ha deciso di reprimere quella parte che invece le appartiene.
      Sugli altri che ci fanno del male: io penso che il più delle volte sia inconsapevole il male. Ci si scaglia sugli altri per non guardare se stessi. Detto questo, non voglio giustificare, anzi. Credo che ognuno debba sempre assumersi le proprie responsabilità e non divagare.
      Per me i fatti della vita devono essere uno spunto di riflessione e di crescita, almeno io cerco di viverli in questo senso. Non voglio farmi influenzare nel presente da qualcosa successo in passato, voglio la consapevolezza di me, voglio rispondere solo a me stessa e non al mio passato. Il passato, in quanto passato, diventa inevitabilmente altro da noi.

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      • Considerato che non sono più una giovinetta, spesso mi ritrovo a fare riflessioni sul “passato”. Certamente non deve condizionare totalmente il nostro presente, ma non possiamo ignorarlo, dirò di più, non dobbiamo; non perchè esso debba cambiare totalmente la nostra natura, ma perchè è anche il nostro passato a farci crescere e a renderci più consapevoli. Sul male inconsapevole, probabilmente hai ragione, ma forse perchè gli anni mi hanno portato a guardare ai fatti della vita e alle persone in modo diverso, non credo toralmente a questa tesi, il male si fa anche consapevolmente e anche spesso, ma ci si trincera dietro varie motivazioni aspettandosi che giustificazioni o eventuali scuse tardive possano risolversi in un perdono. Il perdono è un cammino, ci vuole senso di responsabilità, espiazione, deve essere meritato. Se passato e presente, se senso di responsabilità e accettazione degli errori non trovano nell’uomo un equilibrio, temo che il futuro sarà sempre più difficile

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      • Sicuramente il passato è grande maestro di vita e dobbiamo farne tesoro ma va anche lasciato andare (secondo la mia visione).
        Sul perdono forse ho una visione differente. Nel senso che, secondo me, una persona innanzitutto si deve perdonare da sola, alla fine rispondiamo a noi stessi e solo a noi stessi. Poi ognuno rispetto all’altro fa le proprie valutazioni: se stare vicino a qualcuno procura del male, trovo che sia giusto che prenda le distanze.
        Penso che in qualche modo quando si fa del “male” all’altro, innanzitutto si fa male a se stessi.
        Certo è che se l’altro si rende conto del male fatto e vuole chiedere scusa è comunque un fatto positivo e che aiuta tutte le parti in causa. Il discorso, dal mio punto di vista, è che ognuno deve prendere coscienza di se stesso. Non sono io a dover dire all’altro che sta sbagliando perché in quello ci metto la mia prospettiva che, a sua volta, può essere sbagliata. E’ l’altro che deve assumere consapevolezza del proprio comportamento.
        Il dialogo e il confronto continuo e costante, se pur stancanti, penso che siano l’unica alternativa valida per costruire dei rapporti basati sulla luce, sulla positività e sull’affetto reciproco.

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      • Sì il passato va poi lasciato andare, certamente, ma va comunque analizzato e metabolizzato. E’ vero anche che chi fa del male a qualcuno lo fa anche a se stesso e che le scuse fanno parte di un percorso ma occorre fare attenzione, c’è chi gioca e approfitta della disponibilità altrui. Sicuramente è difficile tracciare una linea comune, un decalogo di buon comportamento, dire questo è bene e questo è male perché potremmo continuare a parlarne per ore senza trovare una soluzione. Credo nella necessità di arrivare ad essere consapevoli (ne avevamo parlato infatti in un mio post). Sono d’accordo con te che sia necessario il dialogo, ma se vediamo sofferenza in un’altra persona non possiamo crearci alibi, il male ha degli effetti inequivocabili

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      • Secondo me quanto ci fa male quel male in parte siamo noi a deciderlo. Lo so che sembra un concetto un pò strano, però trovo che davanti a chi ci fa del male, possiamo prendere le distanze e allontanarci per evitare che il male ci colpisca così tanto.

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    • Grazie Franz! Post “sofferto” nel senso che è scaturito dal confronto con una mia amica e c’è qualche tensione. Lei sosteneva che gli eventi inevitabilmente ti cambiano. Con il passare dei giorni, lei è tornata sull’argomento, accogliendo la mia visione. Mi ha detto di averla trovata inaspettata e che, in qualche modo, le aveva fatto male perché era come ammettere di non essere stata padrona di se stessa e di essersi lasciata travolgere. Prima della pubblicazione, ho voluto condividere con lei il post.

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      • Non sai quanto davvero mi ha colpito. Una cosa quella che dici che attraversiamo nelle nostre vite senza riuscire a spiegarcela davvero come un’onda anomala che ci travolge… senti dire “sono cambiata” “sono cambiato”… e tu quasi ti senti in colpa se chi te lo dice ha avuto con te un vissuto intenso… ti chiedi che ruolo hai avuto..dove hai sbagliato dove hai ferito…e magari l’altro si sta solo facendo del male, una sorta di aauto punizione che travolge anche te… vero E. bisogna imparare a perdonare e a perdonarsi… e così ci si rinnova ritrovando se stessi… quelli davvero vivi. :*

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      • Esattamente, ci si auto-flagella perché magari pensiamo che quella parte di noi abbia causato l’evento doloroso oppure perché è stata più volte oggetto di rimprovero da parte dell’altro. Poi successivamente ci comportiamo in modo opposto o diverso ma per pura compensazione rispetto all’evento doloroso e secondo me, facendo così, riviviamo come Sisifo quel dolore.
        L’unica via per la pace è il perdono di se stessi e dell’altro, un perdono che deve essere totale, non può lasciare spazio neanche alla più piccola recriminazione.
        Dopo il perdono totale, se lo si vuole fare, ci si guarda allo specchio per capire se ci piacciamo oppure no.
        Nell’imparare a scindere questi due piani c’è presa di coscienza e libertà dal passato e gioia di essere quelli che si è, altrimenti vedo solo del massacro.

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      • Ahaha! Sono laureata in economia e faccio la consulente aziendale. Però spesso mi diverto a fare da psicologa ai miei clienti oppure ai miei amici!
        Mi viene automatico andare oltre all’evento e cercare di coglierne la vera essenza. Oltre agli eventi studio le persone, le osservo molto.
        Comunque tante persone che mi conoscono mi dicono questa cosa, sento di aver ereditato questa capacità da mia madre e da mia nonna.

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      • Lo capisco, anche io a volte mi sento in difficoltà. Perché spesso mi capita di vedere quello che gli altri non si dicono e non so mai quanto spingermi a svelargli le loro verità celate o a lasciar stare. Solitamente rivelo solo se sono molto in confidenza e se capisco che l’altro è disposto ad accogliere. La cosa inquietante è che raramente mi sbaglio.

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      • Ahahah! Franz sei un mito! Allora sono una maga sfiziosa! No dai poi sembra che me la tiro troppo. Comunque nella mia famiglia la vera maga era mia nonna, la sua saggezza le faceva “predire” il futuro!

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  2. non dobbiamo dimenticare chi siamo e da dove -in qualche modo- veniamo, il passato è parte di noi, una parte che sebbene passata rimane dentro! Amo il mio passato -che non è stato tutto rose e fiori-, è ben definito e mi ha “cresciuto” anche con la sua nostalgia. Sinonimo di vita non è una porta chiusa ma un balcone dal quale mi affaccio spesso. Anche il dolore è qualcosa al quale non ci si può negare purtroppo e dici bene quando scrivi che può in qualche modo insegnarci qualcosa! Penso alla tua amica e alla sua sensibilità che è una qualità non un difetto, direi una grandissima dote che non tutti possiedono! Dille pure di non rinunciare ad essa ma di rinunciare a chi non apprezza la sua capacità di essere così com’è. So che non è facile, la vita a volte è un agone in cui vincere non è propriamente una passeggiata. Ma provarci e soprattutto accettarsi alla fine paga.
    Ciao

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    • Sottoscrivo quello che dici. Il passato è nostro maestro di vita ma non dobbiamo piegarci ad esso, non deve farci rinunciare a noi. Dobbiamo essere in grado di guardarlo con affetto e con un pizzico di distacco per capirlo, farlo nostro, conviverci e nello stesso tempo, lasciarlo andare.

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  3. mah, sono perplesso.
    I mutamenti che ci possiamo imporre riguardano più i comportamenti, gli atteggiamenti esteriori che non il carattere: se uno per carattere è introverso, timido, insicuro, potrà decidere di apparire più aperto, si potrà sforzare di esprimere il proprio parere in ogni occasione, ma non potrà modificare il modo tra il dubbioso e l’autocritico con cui tende a vivere se stesso.
    ml

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    • Non so se ho capito bene quello che dici e non so se ho capito bene la tua perplessità.
      Concordo nel dire (come diceva mio nonno…) che chi nasce quadro non muore tondo, la natura che abbiamo quella è. Detto questo, volevo mettere in luce degli atteggiamenti repressivi che inconsciamente operiamo su di noi nella misura in cui ci sentiamo feriti in quella specifica parte di noi. Repressivi e quindi in parte direi deleteri. Che poi si riducono in un mero provare a diventare altro da se perché tanto questo non può accadere.
      Accanto a questo dico anche che, cambiare l’atteggiamento in realtà fa tanto: gli atteggiamenti sono modi di agire che utilizziamo nel quotidiano per agire e relazionarci con gli altri, alla fine è tanta roba.

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      • Concordiamo piu’ di quel che mi sembrava alla prima lettura. Ovvio che la tua amica, per riprendere il tuo esempio, che tenta di “amputare” un aspetto del proprio carattere per andare incontro alle aspettative degli altri, in realta’ continuera’ a essere “sensibile”, ma con una sensibilita’ appena più nascosta, repressa.

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      • Ma il discorso è proprio questo. Io le ho detto di “rinunciare” alla sua sensibilità nella misura in cui è una cosa che non piace a lei. Non può rinunciare a parti di se per soddisfare l’altro. Che poi la sensibilità è tanto una bella cosa, perché ci si dovrebbe rinunciare?!
        Volevo riportare l’attenzione su una forma di agire consapevole, sul mettere in atto dei cambiamenti per il proprio benessere e non per quello altrui.

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  4. Una volta avevo persino paura del cambiamento, perché con quel termine mi immaginavo che cambiare volesse dire “diventare il contrario”…specie quando te lo chiedono gli altri “dovresti cambiare…ecc…” Ora ho finalmente compreso che il vero cambiamento è crescere e migliorare, non amputare parti di se stessi per essere accettati da tutti (che tanto se gli dai un dito poi pretendono tutto il braccio) ma accrescere quello che c’è di buono in noi. 🙂

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    • Ti dirò che secondo me il cambiamento è poi diventare altro. Migliori forse è un concetto che non mi piace troppo, mi piace più l’idea di provare a sperimentare, fare qualcosa di diverso dal solito, buttarsi e vedere come va. Siamo molto le nostre abitudini e a volte ci rifugiamo in esse per ricercare delle certezze che per definizione non esistono. Ultimamente sto molto sperimentando su di me e mi piace molto, mi diverte provare su di me cose nuove! 🙂

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  5. Una persona sensibile rimane sensibile. Se, ferita, può mettersi la maschera da insensibile, ma è solo uno scudo una difesa.
    Ho appena terminato il libro di Massimo Pigliuzzi riguardante lo stoicismo. Per chi fosse interessato i temi del tuo post sono ampliamente trattati e approfonditi.
    È vero che spesso non è tanto una persona o gli avvenimenti che ci irritano, quanto l’idea che ci facciamo. Rimane il fatto che una persona sensibile fa più fatica a sopportare e non reagire a soprusi prepotenza e arroganza.
    Io oggi ho messo in piedi una nuova tecnica di risposta: di fronte alla assoluta mancanza di gratitudine ho deciso di non fare più un gesto, un servizio alla persona ingrata. Magari servirà più di mille parole.
    Eletta

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    • Ciao, ho messo il libro di Massimo Pigliuzzi nella lista delle letture da fare! 🙂
      A me la cosa che più mi ha illuminato è capire che l’altro rimarrà sempre altro da noi e il comportamento altrui può solo essere accettato. In qualche modo essere sempre in grado di mantenere un certo grado di distacco rispetto alle azioni messe in atto dall’altro, “non ti curar di loro ma guarda e passa”.
      Ognuno deve rimanere concentrato su se stesso e agire su se stesso, non si può fare altro (in mia opinione).

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