Fix you.

Sul dolore cronico, parte terza.

“Il modo in cui ci opponiamo al dolore determina il nostro grado di sofferenza”.
Stardust Mamy

Ho cominciato a parlare di dolore a seguito della mia conoscenza con una blogger (Stardust Mamy) che, da vent’anni, combatte con l’artrite reumatoide. Grazie a lei, ho cominciato a riflettere sulla mia esperienza indiretta con il dolore cronico e ne ho cominciato a scrivere, liberandomi di questa oscurità che mi ha accompagnato per qualche anno della mia vita.
Nel riflettere rispetto al rapporto che ho avuto con il dolore dell’altro, ho riflettuto molto anche sul ruolo che i medici hanno avuto in questa faccenda. Nella mia esperienza, ho conosciuto tanti medici, con differenti specializzazioni e differenti approcci. Tutti hanno cercato di dare, per quello che hanno potuto, una risposta pratica alla patologia presentata. Tutti hanno cercato di dare delle risposte ma nessuno si è interessato delle ripercussioni psicologiche che quel dolore si è portato dietro e che, hanno colpito il paziente e tutta la sua famiglia. Forse perché nella nostra epoca, a qualsiasi tipo di problematica, dobbiamo e siamo in grado di rispondere solo con risposte pratiche, tralasciando spesso il lato umano delle vicende.
Solo un dottore ha cercato di rimanere “vigile” su quel dolore e di trasmettere l’importanza che l’aspetto psicologico assume quando ci si trova ad affrontare situazioni del genere. Questo medico illuminato, che ho avuto la fortuna di incontrare, è stata l’unica persona che ha cercato di porre l’attenzione sulla centralità del paziente e sulla sua sfera emotiva, al di là del “danno” fisico e del dolore provato. Perché quando si prova dolore fisico, quel dolore supera la “fisicità” diventando anche psicologico, portandosi dietro tutta una serie di implicazioni non facilmente visibili e “quantificabili”.
La frase con cui ho aperto questo post è emblematica e su questa frase ci sarebbe da meditare a lungo. Il dolore viene scatenato dal nostro corpo per “informarci” che qualcosa non va. Il dolore è una sorta di allarme. A seguito però di questo allarme, se quel dolore non rimane circoscritto in uno spazio temporale breve, può farci perdere il senno e la prospettiva delle cose.
Trovo che davanti al dolore in generale, che sia esso fisico o spirituale, alla fine si hanno due uniche e possibili strade: o ci si lascia travolgere da quel dolore o si trova un modo per accettarlo, per comprenderlo e per accoglierlo.
Penso che, in un primo momento, lasciarsi travolgere dal dolore sia del tutto fisiologico e normale. Il dolore arriva e ci colpisce con tutta la sua oscurità. Il dolore arriva, ci fa soffrire e ci spaventa, soprattutto quando non sappiamo quanto durerà. Il dolore è qualcosa che ci travolge perché solitamente non lo si conosce, nessuno in fondo ne parla mai (e d’altronde, perché si dovrebbe?). Questa “novità”, in quanto poi dolorosa, ci spaventa molto e ci tira fuori dei sentimenti di rabbia e di impotenza creando una spirale autolesionista nella quale il dolore si autoalimenta.
A seguito però di quel tumulto iniziale o ci abbandoniamo al dolore e ci lasciamo travolgere, oppure decidiamo di accoglierlo. L’accoglienza di quel dolore penso che sia l’unica strada per la salvezza, l’unica strada per continuare a vivere e a non lasciarci vivere da quel dolore. Anche se è una prova disumana che siamo chiamati ad affrontare, non ci sono altre alternative possibili, abbiamo o l’annichilimento di noi stessi o l’accettazione.
Quando penso al dolore e all’accettazione di esso, mi viene in mente il concetto del “porgere l’altra guancia”. Perché il dolore è oscurità, è malessere, è perdita di se stessi, è perdita della propria identità di individuo. Se vogliamo evitare che quel dolore ci faccia perdere l’unica vita che abbiamo, dobbiamo accoglierlo e farlo nostro. Il dolore proverà ogni giorno a metterci in croce, sta poi a noi decidere se soccombere o risorgere da quella croce. Non a caso, alcune persone che soffrono di dolore cronico, parlano di una rinascita nel momento dell’accettazione, di un cambio di prospettiva rispetto alla propria vita e al mondo circostante.
Tutto questo lo sto capendo ora, rivivendo in modo postumo quel dolore vissuto ma mai palesemente dichiarato e affrontato. Io stessa ero la prima a rifiutare l’accettazione del dolore perché, se ci si pensa per un attimo, è qualcosa di profondamente paradossale. Come possiamo noi accettare e accogliere qualcosa che in realtà ci fa del male? Qualcosa che ci priva del nostro fisico, delle nostre attività quotidiane, della nostra mente e infine della nostra vita? Io stessa, quando quel medico di cui parlavo prima, cercava di trasmettermi questi concetti, lo guardavo molto stranita e in parte, verso di lui, provavo della rabbia. Lui cercava di trasmettermi questi concetti e in questi concetti io non vedevo la risposta alla mia domanda. Io chiedevo una soluzione al dolore per la persona che mi stava accanto, perché era una sofferenza troppo grande vedere un ragazzo così giovane privato della sua spensieratezza e dei suoi anni migliori. Io volevo una soluzione “pratica”, il dolore doveva sparire subito, non stavo chiedendo un modo per convivere con quel dolore. Nel mio chiedere in modo “ossessivo” una soluzione, non riuscivo a capire e a vedere che la risposta pratica al dolore doveva comunque essere cercata ma che, mentre si cercava, bisogna trovare un modo per continuare a vivere, perché il dolore non può farci rinunciare a noi stessi, a quelli che siamo e ai nostri progetti.
La vita è un divenire a prescindere da quanta sofferenza ci portiamo dentro, il fiume di Eraclito continua a scorrere e non possiamo fare niente. Davanti al divenire della nostra vita non possiamo fare niente ma possiamo scegliere noi come vivere quel divenire. Possiamo scegliere di interrompere quella spirale distruttiva che la presenza del dolore fisico avvia. Perché il dolore, nella sua spirale, genera altro dolore, è come se si moltiplicasse. Nel generare altro dolore, diventa sempre più potente e più spaventoso, fino a diventare un mostro non più domabile. L’unica via per interrompere questa spirale crescente di oscurità è quella di reagire e di scegliere di accettare quello che è capitato. Di accettare e di trovare un modo degno di vivere. Nessuno merita quell’oscurità ma per quanto possibile, non dobbiamo lasciarci travolgere da quel mostro.
Non so qual’è il modo migliore per reagire, però possiamo provare a prendere spunto da chi combatte con quel dolore da due decadi, da chi ha deciso che la bellezza delle piccole cose, come un giro in bici, può rendere quel dolore più sopportabile. Da chi ha deciso che, per una bella giornata e per la presenza degli affetti cari intorno, vale la pena alzarsi la mattina e accogliere quel mostro che è sempre lì in agguato*. Il dolore rifiutato genera altro dolore, l’accoglienza di quel dolore genera amore e speranza.

When you try your best but you don’t succeed,
when you get what you want but not what you need,
when you feel so tired but you can’t sleep.
Stuck in reverse.

And the tears come streaming down your face,
when you lose something you can’t replace.

Lights will guide you home
and ignite your bones
and I will try to fix you.

*Challenge 30 days of gratitude.
Annunci

42 pensieri su “Fix you.

    • Concordo con te, è un discorso che secondo me si può applicare a qualsiasi tipo di dolore, anche al dolore “spirituale”.
      Sullo scivolare negli abissi: penso tu abbia ragione. A volte dobbiamo sbatterci il muso per bene e da soli sulle cose. In fondo io ho realizzato e sto realizzando ora, dopo sei mesi di conclusione dal rapporto con la persona che aveva dolore cronico. Forse avrà anche inciso sulla conclusione di quel rapporto il mio modo di viverlo quel dolore. Non lo so, ormai mi sono anche perdonata per tutto quello che sono stata e voglio bene anche alla me stessa del mio passato che, a suo modo, ci ha provato ad essere utile.

      Liked by 3 people

      • è una cosa bellissima questa. E non facile. Quindi sii orgogliosa di te stessa ❤ L'altro gg ho detto a mia mamma che dovrebbe avere l'artrite per 24 ore per capire veramente…..eppure è mia mamma cedo che cerci di capire con ogni fibra di sè…..

        Liked by 2 people

      • Io sono convinta che solo chi ha patologie simili riesce veramente a capirsi. Anche io per quanto mi possa sforzare, non potrò mai avere idea di quello che vivi ogni giorno. Sono anche convinta che se non avessi avuto questa esperienza nel mio passato, probabilmente non capirei niente di quello che scrivi. Leggerei a vuoto non capendo neanche un pò.

        Liked by 1 persona

  1. anche io odiavo chi mi diceva di accettare…forse perchè “accettare” mi sapeva di resa. Abbracciare e accogliere mi sono sembrati, col tempo, più adatti a me come termini. Cambia poco la sostanza comunque….è un casino 🙂

    Liked by 2 people

    • Accettare “te fa incazza” quando te lo dicono. Perché tu stai chiedendo altro e non è quella la risposta che vorresti.
      Io pensavo: “ma guarda questo, uno gli dice che sta male e lui fa il metafisico ma voglio vedere lui in quella situazione” e giù a trovare modi per prendertela con il medico, l’unico che provava “concretamente” a dare una mano. Si comunque, come la metti la metti, è un bordello perché sono tanti i sentimenti e gli stati d’animo che si manifestano e mettere ordine in quel marasma è veramente difficile.

      Mi piace

  2. Ne avevo parlato anche io. Il dolore ha una funzione. Non è una malattia è un allarme. Qualcosa nn va. E vale sia per il dolore fisico che per quello più subdolo interiore. Per combatterlo va indagato. L’aspetto psicologico su quello fisico è fondamentale. Sempre interessante leggerti

    Liked by 2 people

    • Grazie! Il problema di quello fisico è che crea una spirale potenzialmente distruttiva: il dolore fisico diventa psicologico e quello psicologico si ripercuote su quello fisico a volte aggravandolo. Si va così avanti senza fine. Ci vuole una grandissima volontà, una grandissima forza per interrompere la spirale.
      Che poi in fondo questa spirale (ora che ci penso) si può creare anche con quello interiore. Possiamo noi stessi aggravare il dolore che proviamo.
      Ma che ne so! Come la metti, metti è sempre un bordello!
      Però dalla mia esperienza sia con il dolore fisico (dell’altro), sia con il dolore interiore ho capito che questa spirale può essere interrotta, con un pò di consapevolezza, con un pò di buona volontà e con l’amore verso noi stessi o verso il prossimo.
      Devo passare da te, ho letto ma mi sono scordata di commentare. Questo giugno mi sta mettendo confusione! 🙂

      Liked by 2 people

  3. Anche io penso tu abbia espresso con delle bellissime parole delle considerazioni profonde e meditate nel tempo, metabolizzato. Credo che ognuno di noi abbia timore di provare dolore, se pensiamo infatti alla morte, non ci fa paura l’eventuale sofferenza per affrontarla piuttosto che la morte stessa che dovrebbe essere l’assenza sì di tutto ma, soprattutto, del dolore sia fisico sia spirituale? Sono convinta, avendo avuto la fortuna di avere tra le mie amicizie una psicologa con una grande esperienza alle spalle, che un medico dovrebbe “lavorare” a stretto contatto con un terapeuta proprio per cambiare l’approccio alla cura e il rapporto con il proprio paziente, collaborazione che permetterebbe al paziente di avvalersi di un supporto psicologico. Spesso ci sono resistenze da parte dei medici, ma anche dai pazienti, erroneamente si pensa allo psicologo come ad uno “strizzacervelli”

    Liked by 1 persona

    • La cosa che ho imparato in questi mesi di lavoro profondo che ho fatto su me stessa è quanto sia importante la dimensione umana di ognuno di noi e di quanto spesso la dimentichiamo quando ci rapportiamo con gli altri. Io non lavoro con la sanità ma con persone. Beh, quando ho acquisito l’importanza dell’aspetto umano dell’altro i miei rapporti con tutti sono migliorati moltissimo. Perché prima ancora di essere lavoro la persona che ho davanti è appunto, una persona e ognuna ha i propri dubbi e i propri tormenti.
      Sul supporto psicologico: se fatto bene, io ci credo profondamente. Fa bene secondo me a tutti ma soprattutto a chi affronta situazioni difficili. Nel mio caso specifico avevo infatti spinto perché ci si affidasse ad un terapeuta, in certe situazioni un aiuto è necessario e “giusto”. Penso che un terapeuta avrebbe aiutato anche me nell’affrontare e nello stare accanto all’altro. Certe situazioni sono decisamente troppo “grandi” da affrontare da soli.

      Liked by 2 people

  4. Mi sono emozionata leggendo questo post, dice bene Stardust Mami con le sue parole: “Scivolare nell’abisso” è un concetto che ho imparato a vivere e che per me comporta una morte e una rinascita, io la metto sul piano sciamanico ma in generale sono parole che apprezzo poi le definizioni possono variare ma il succo è quello. E’ stato un piacere leggervi, ribadisco, un emozione.

    Liked by 3 people

    • Sono contenta che ti abbiamo trasmesso emozione. Penso che Stardust Mamy abbia ragione. In fondo io stessa ho dovuto toccare il “fondo” prima di riuscire a capire tante cose. Parlo in generale, al di là di questo aspetto del dolore. Toccando il “fondo” sono riuscita ad andare alle origine delle cose, a levare tutto il superfluo e le cazzate in cui mi perdevo. In questo giugno sto finalmente sentendo una profonda pace del cuore.

      Liked by 1 persona

  5. Mi sono commossa.
    Per il coraggio. Sì, il grande coraggio nell’affrontare e raccontare la sofferenza.
    E per l’insegnamento che dai a me. Per come stare vicino alle persone. Cosa dire e cosa mettere in atto per ” accogliere”.
    Ne farò tesoro!
    Grazie ancora.

    Liked by 1 persona

    • Tu hai commosso me con questo messaggio. Sono contenta se l’esperienza da me vissuta ti sarà utile. Niente di quello che si fa viene sprecato, tutto si può trasformare sempre in qualcosa di nuovo e bello.

      Mi piace

  6. Sì, servono eccome. Servono emozioni, punti di vista diversi che ci fanno comprendere meglio quello che siamo e quello “in cui siamo”. Come ho già scritto altrove, io non ho dolori cronici (anche se ora, con la rizoartrosi, effettivamente…) ma due condizioni degenerative che riguardano l’udito e la vista, per cui niente guarigione e niente cura. Ho accettato e a dirti la verità probabilmente senza rendermene bene conto, che accettavo. Non sentire più gli uccellini se non in sogno, cioè veramente di notte quando dormo, per capirci, è la cosa che mi ha dato più dolore (amo le tortore perché, insieme ai gabbiani, sono gli unici suoni di uccelli che mi sono rimasti, le rondini ormai sono solo memoria, quindi figurati gli altri). Non posso fare altro che accettare e dopo aver accettato anche cambiare i miei punti di vista, i miei sensi di riferimento. Ascolto con gli occhi, mi aiuto a comprendere i discorsi leggendo il labiale…certo, ho una distrofia corneale che m’impedisce di vedere nitide le linee, me le sdoppia, specialmente nel leggere le parole scritte. Ma quando mi abbandono, accettandomi così come sono e come so che diventerò, perché non esiste miglioramento,anzi, allora trovo in me la forza e persino altre strade, altri modi di vedere e di ascoltare. Lo so, mi dirai che non ho dolori reali, fisici, ma posso dirti che quando l’anima soffre il dolore è davvero grande, a volte mi sembra di precipitare in un senso di perdita immenso, simile alla linea in caduta libera del mio tracciato audiometrico e sento che potrei addirittura perdermi, ma poi, nell’accettazione, trovo una grande forza..e allora canto ancora e faccio foto e scrivo. Scusami per la lunghezza. Non so se questo è un altro modo per dirti grazie, ma l’intenzione è quella. 🙂 ❤

    Liked by 1 persona

    • Grazie per le tue parole e per aver trovato del tempo da dedicarmi.
      Penso che quello che ho scritto valga per qualsiasi tipo di “dolore” e di “disagio”, sia esso fisico, spirituale.
      L’accettazione trovo che sia un concetto universale da una parte e liberatorio dall’altra, ci libera da tutto quello che non va, da tutto quello che non riusciamo a comprendere.
      Sei stata fortunata se in qualche modo sei riuscita ad accettare, io probabilmente penso di essermi opposta e di esserci arrivata di recente all’accettazione. Ad accettare quel dolore che non sono stata in grado di comprendere, all’accettazione del mio passato e all’accettazione di me stessa.
      Non so se è un caso ma questa accettazione è come se mi avesse permesso una sorta di “esplosione” in senso positivo. Ho smesso di combattere qualsiasi cosa stessi combattendo. Ho smesso, ho accettato e ora mi sento una grande pace e calma nel cuore. Una calma che mai avevo sperimentato prima. Forse, proprio perché non avevo mai capito cosa volesse dire “accettare”.
      Molto spesso le cose più importanti della vita nessuno ce le insegna e siamo noi a doverle capire da soli.
      Ora sorrido molto di più, spesso anche quando sono sola. Sorrido e mi godo la pace che l’accettare mi ha concesso.
      Ciò non toglie che per quanto si possa accettare, il momento di sconforto ci sarà sempre. Tutto sta nel capire e “accettare” anche quel momento di sconforto, la giornata “no” che ci capita.
      A volte veramente combattiamo senza sapere bene cosa e chi, molto spesso la battaglia che portiamo avanti è verso noi stessi proprio perché non riusciamo ad accettarci per quello che siamo, vorremmo sempre essere altro. Se solo fossimo in grado di mettere giù la spada e lo scudo, saremmo in grado di vedere la verità e di tornare all’origine delle cose, concentrandoci solo sul bello della vita. ❤ 🙂

      Liked by 1 persona

  7. Certe volte la lettura di un post come il tuo può essere più terapeutica di molte cure mediche. Lo dico da “sofferente” della stessa patologia di Stardust più o meno dallo stesso tempo. Io ho accolto quel dolore che ogni tanto si ripresenta forte malgrado i farmaci lo tengano abbastanza sotto controllo…del resto non ci sono altre strade per sopravvivere… 😉 Ed è vero che solo chi ci è dentro o ci è passato può comprendere…

    Liked by 1 persona

    • Ciao! Sono molto felice del fatto che trovi “terapeutico” il mio post.
      Concordo con te, solo chi ci è passato dentro certe cose lo comprende. Io sono consapevole che il dolore cronico che ho vissuto indirettamente non sarò mai del tutto in grado di comprenderlo come anche non sarò mai del tutto in grado di capire voi.
      Sicuramente però la mia esperienza personale mi ha dato la possibilità di sviluppare un certo grado di empatia e di diventare più “sensibile” a certe tematiche.
      Qui ho parlato di dolore cronico ma secondo me certe cose sono valide in modo universale, anche per i dolori e le sofferenze spirituali che ci portiamo dentro.
      Nel mio piccolo, per quello che posso, cercherò di essere utile e di aiutare a sensibilizzare gli altri sul tema del dolore cronico. Pochi ne parlano, pochi se ne occupano.
      Già con il mio blog ho conosciuto almeno quattro persone che hanno problemi di salute “strutturali” e questa cosa l’ho presa un pò come un segno…
      La vita non è un selfie su instagram (e sono la prima che pubblica selfie), cerchiamo di riprendere la dimensione di noi stessi e di fare qualcosa di utile. Quindi con il mio scrivere o in modi più pratici cercherò di dare il mio apporto! 😉

      Liked by 1 persona

      • Sicuramente chi ha sperimentato certe difficoltà ha una marcia in più che può utilizzare per aiutare gli altri a combattere e non arrendersi…perchè so che a volte vien voglia di farlo. Ed il tuo apporto è molto prezioso… 😉

        Liked by 1 persona

      • 🙂 😉 ! C’è il medico di cui parlo nel post che sta provando a costruire un centro per organizzare attività e progetti dedicati a questi aspetti. Gli ho dato la mia disponibilità a collaborare, magari si riescono ad organizzare cose interessanti e magari coinvolgo anche chi di voi vuole partecipare!

        Liked by 1 persona

  8. Io, al momento, non soffro personalmente di situazioni dolorose, ma ho vicino chi le sta passando e il mio pensiero è questo: per accettare un dolore e conviverci è necessaria una grande forza interiore, un carattere forte e una gran voglia di vivere. Sono doti rare, ma spesso le abbiamo dentro e non sappiamo tirarle fuori. Qui entrano in gioco le persone che ci stanno vicine, che col loro aiuto ci spingono a vedere il tutto con occhi diversi dal peggio.

    Liked by 1 persona

    • Sull’ultima parte sono d’accordo ma solo in parte e qui entra in gioco la prima parte del tuo commento.
      Mi spiego meglio: come appunto dici tu, la persona che soffre di dolore deve avere una grande forza e una grande volontà di vivere, non arrendersi e trovare un modo per accettare quel dolore. A questo aggiungo che se il dolore è molto grande e fa molta “paura”, per quanto le persone vicine possano cercare di aiutarti, è la persona che soffre che in primis deve trovare la forza.
      Se la persona che soffre vuole l’aiuto allora questo può essere efficace e veramente valido. Se c’è un rifiuto strutturale della persona coinvolta rispetto a quel dolore, qualsiasi tipo di aiuto esterno cade nel vuoto e anzi, può essere percepito in senso negativo.
      Proprio ieri sera a cena con una persona illuminata si discuteva di dolore in generale e lui, partendo da una sua esperienza di vita vissuta, metteva in luce proprio il nostro tendenziale “rifiuto del dolore” e quanto a volte siamo diabolici in questo. Siamo disposti a tutto pur di scappare da quel dolore e così forse, ci facciamo ancora più del male.

      Mi piace

      • Per essi, si spera che trovino la via per l’accettazione! Stardust dice di aver capito come gestire il dolore dopo aver toccato il fondo. Forse nei casi di dolore più “tragico” quel fondo va toccato per poi risalire.
        Che poi, anche chiedere aiuto non è banale, tocca saperlo fare. Anche il chiedere aiuto richiedere una certa dose di consapevolezza del problema. 🙂

        Mi piace

      • alla fine ogni caso va letto e affrontato singolarmente. PECCATO CHE LE MENTI ILLUMINANTI SI CHIAMINO TALI PERCHE’ FACILMENTE INDIVIDUABILI IN UN BUIO GENERALE… (e se m’è venuto maiuscolo per errore, alla fine c’è un motivo anche per questo…)

        Liked by 1 persona

      • Ahahahaha! Spero di essere almeno un pò illuminata e si, di “luce” in giro ne vediamo poca però non dobbiamo disperare. Ognuno, nel suo piccolo, come può!

        Mi piace

  9. probabilmente non si ha piena cognizione del dolore se non lo si prova! Dire come comportarsi senza conoscere appieno il senso di quello che si andrà a dire potrebbe sembrare solo un modo per essere vicini non entrando profondamente, però, in quell’ottica, in quel male assoluto! Da parte mia ti posso dire che già parlarne è un dono grande, una dimostrazione di accettazione e di reazione notevole. Già scriverne probabilmente aiuta a stigmatizzarne gli effetti, magari provando emozione nel farlo, già proprio emozione! E non credo di dire astrusità affermando ciò! L’emozione è, per quanto mi riguarda, sempre positiva, foriera di cose belle, provoca conforto, sprona a non demordere mai! Soprattutto quando l’emozione è per le cose “piccole”. Ti abbraccio emozionato! Ciao

    Liked by 1 persona

    • Ciao Sarino, è sempre bello ricevere commenti da te e ricambio l’abbraccio! Non ti nascondo che ho pianto molto mentre scrivevo il primo post sul dolore cronico. Dopo averlo scritto di getto, nel rileggerlo varie volte (rileggo molto prima di pubblicare…) ho continuato a piangere. L’ho pubblicato solo dopo aver tirato fuori tutte le lacrime che avevo. Erano lacrime buone però di profonda gioia e liberazione.
      Dopo tanto tempo sono riuscita ad arrivare al nucleo di quel dolore, al suo significato e alla sua interpretazione.
      Arrivare a capire le cose è sempre profondamente liberatorio. Ne ho scritto per me stessa e per gli altri, perché davvero il mio cammino con quel dolore non è stato facile e volevo poter dare, nel mio piccolo, un contributo.
      D’altronde l’ho preso anche come un “segno divino”. In questo anno ho lavorato duramente su me stessa, ho lavorato talmente tanto da sentirmi esausta a volte e questo del dolore cronico, era l’ultimo tassello che mi mancava.
      So che non smetterò mai di lavorare su di me ma diciamo che questi sono stati mesi particolarmente intensi. Ora, dopo il duro lavoro, mi riscopro serena e felice. Ho dentro di me una calma profonda che non mi aspettavo di raggiungere. Una calma che mi emoziona!
      A presto, E.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...