4 Impromptus D. 935.

Sul dolore cronico, parte seconda.

Il post precedente, in cui ho raccontato della mia esperienza con il dolore cronico, è stata un’occasione per “vomitare” tutto fuori. Non mi sono dovuta sforzare, le cose venivano fuori così, una parola dopo l’altra, quasi come se fosse qualcun’altro a scrivere. Probabilmente ho trasmesso pesantezza a quelli che hanno letto ma nello scrivere, mi sono sentita profondamente sollevata. Mi sono detta a “voce alta” cose che mai, in questi anni, avevo detto a me stessa.
Dopo aver scritto quel post ho cominciato a ragionare molto sul rapporto che ho avuto con quel dolore. In questi mesi, ho ragionato tanto su me stessa e su tutti gli aspetti della mia vita ma non mi ero mai soffermata a riflettere su quella parte importante del mio vissuto forse per le implicazioni che questo dolore si è portato dietro.
Ho sempre gestito il dolore dell’altro come un problema che doveva essere affrontato e risolto, a tutti i costi. Quel dolore in parte l’ho vissuto come un intralcio, come un ostacolo ai miei progetti, un ostacolo alla relazione. In realtà non ho realizzato che nel provare a combatterlo, quel dolore mi ha completamente travolto.
Ho sempre pensato che l’unico modo per rispondere a quel dolore fosse trovare una soluzione, non ho mai pensato che, forse, la soluzione poteva essere anche differente. Non ho mai pensato che, mentre si cercava una “risposta pratica”, bisognava trovare un modo per conviverci.
Ho adottato un atteggiamento che si potrebbe definire “negazionista”, in qualche modo quel dolore non poteva essere reale e doveva sparire. Nell’approccio “negazionista” che ho scelto mi sono ritrovata ad essere completamente inadeguata. Perché quell’approccio non mi ha permesso di riflettere sulla situazione, non mi ha dato capacità di “movimento”, capacità di “leggermi” e di evolvermi rispetto ad una situazione che chiedeva di essere vissuta e non negata. Ostentavo della sicurezza, ero convinta della strada da me intrapresa, “perché questa situazione va risolta”. Spesso però dietro ad un eccessiva sicurezza, trovo che si nasconda della “stupidità” e dell’immobilismo. Ero talmente sicura di me che non mi sono fermata a riflettere sulla strada da me intrapresa. Forse invece, avrei dovuto alzare la mano e farmi venire degli scrupoli. Avrei dovuto alzare la mano per ammettere candidamente di sentirmi inadeguata, di non capire fino in fondo la situazione e di non sapere cosa fare e come affrontare.
Forse, ripensandoci ora, la risposta a quel dolore è sempre stata davanti ai miei occhi ma non sono mai stata in grado di capirla perché non era la risposta pratica che cercavo disperatamente. Forse, l’unica risposta che avrei potuto dare era quella “dell’amore” e dell’accettazione. Avrei dovuto trovare un modo per “amare” quel dolore, per accoglierlo e farlo mio.
Amando e accettando quel dolore avrei reso la sua spirale distruttiva meno “potente”, avrei alleggerito la morsa dentro la quale mi stava stringendo. Mi sono invece ritrovata ad essere una Don Chisciotte contro i mulini a vento che, armata di lancia, voleva delle soluzioni, ritrovandomi a combattere a vuoto.
A volte, in passato, mi sono sentita una donna atipica. Mi sono sentita atipica perché quando mi relazionavo con le altre donne non vedevo in me il senso di “maternità” che le altre avevano. Stupidamente pensavo che dimostrare il mio amore mi avrebbe reso una persona fragile. Ho poi capito che il dimostrare quello che ci si porta dentro non è fragilità ma presa di coscienza. Ho anche capito che, l’amore, quello vero, è “potenza assoluta” e travolge di luce ogni cosa che tocca.
Con il senno di poi mi dico che forse, per vivere meglio quel dolore, avrei dovuto prendere tutto l’amore di cui ero capace e diventare “madre” di quell’oscurità, accoglierlo come si fa con un figlio. In questo modo avrei reso quel dolore, che tanto mi ha spaventato per la sua disumanità, più umano e più accettabile.

All’apparir del vero,
tu misera cadesti.
A Silvia, Giacomo Leopardi

P.S. Riporto il link a questo nuovo post di Stardust Mamy in cui parla di come la bellezza delle piccole cose ci salva.
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33 pensieri su “4 Impromptus D. 935.

  1. Quello che facciamo è giusto per quel momento, altrimenti non sbaglieremo mai, e sempre nei rapporti amorosi ci accompagna un senso di onnipotenza. Cioè la sensazione che facendo qualcosa si farà stare bene come nessuno potrebbe mai l’altro. Eravate in due In quel dolore, ed era naturale pensare che chi lo prova volesse uscirne. Aggiungo che solo lui poteva accettarlo e convincere te che quella era la strada e neppure così sarebbe stato facile. Il dolore disarma ogni arma fuorché la rabbia. Parti da come sei ora E.e accetta che hai fatto tutto quello che ti sembrava giusto.

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    • Ciao Willyco, sottoscrivo ogni tua parola.
      Sicuramente era lui la prima persona che avrebbe dovuto continuare ad amare se stesso e ad accettare in qualche modo quel dolore.
      Il mio è e rimane un puro esercizio di “stile” e di assunzione di consapevolezza, fine a se stesso.
      Nella mia inadeguatezza, penso di aver fatto tutto quello che in quel momento potevo fare, tutto quello che mi sembrava giusto fare e rispetto a questo sono molto serena.
      Si sa che con il senno del poi non si va da nessuna parte. Capire meglio il proprio passato è però sempre utile. In fondo, il passato è un maestro di vita.

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  2. due giorni di discesa all’inferno, se mi avessero proposto di tagliare il polso giuro, lo giuro avrei detto si….pensavo che sarei svenuta dal male….mi metto a letto, apro la mail, vedo il titolo del tuo articolo e penso….sono onesta… “oddio no….ancora…”perchè avevo paura. Paura di dover leggere forse qualcosa che mi avrebbe costretta a reagire o non so….giuro non so perchè ma temevo…invece l’ho letto e ad ogni riga mi commuovevo…. ❤ ed ero felice, perchè col mio articolo ho mosso qualcosa e probabilmente facendo quello che stai facendo potrai guarire questa ferita, perdonarti semmai ce ne fosse bisogno, ed andare avanti ❤ GRAZIE

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    • Mando pensieri positivi e grande affetto al tuo polso.
      Penso che ti sarò sempre grata per avermi “sbloccata” rispetto a questa parte del mio vissuto. Perdonarmi l’ho già fatto, tanto tempo fa. Penso di aver fatto tutto quello che era in mio potere fare, ho aiutato per quello che ho potuto.
      Tu, come altre persone che soffrono di dolore, mi state insegnando come sia importante e centrale il modo in cui l’individuo colpito dal dolore, vive quel dolore. Mia madre spesso dice “aiutati che Dio ti aiuta”. Se non siamo noi i primi ad aiutare noi stessi e a reagire di fronte a quello che ci capita, nessuno potrà mai realmente aiutarci.
      Mando tanti pensieri positivi e tanto affetto a te e a quel ragazzo colpito dal dolore. Spero che trovi un suo modo di conviverci e di accettarlo, spero che viva il suo dolore e che non si lasci vivere.
      Io, da parte mia, posso acquisire una maggiore consapevolezza del mio passato. Fare del mio passato un maestro di vita da utilizzare per il mio futuro. Ho capito che in generale, al dolore e al male che capita, l’unica risposta possibile e utile sia quella dell'”amore” e del mantenersi aperti alla vita.
      E’ inutile rispondere al “male” con altro “male”, al “massacro” con altro “massacro” perché in questo modo si crea solo una spirale distruttiva. L’amore è l’unica cosa in grado di tagliare questo circolo vizioso perverso.

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      • Porca miseria quanta verità in queste parole: “il modo in cui ci opponiamo al dolore determina il grado di sofferenza”.
        Conta che grazie a questa assunzione di consapevolezza, sto capendo ora delle parole dell’unico medico illuminato che penso abbia avuto il mio ex.
        Insisteva nel dire che non bisognava identificarsi con il dolore e che bisognava fare attenzione tra il dolore percepito e il dolore reale e effettivo. A volte nella mia testa pensavo: “ma questo che sta a dì” e ora mi viene da dirti “porca miseria”. Porca miseria perché io lì per lì mi incazzavo perché pensavo “ma questo ragazzo soffre e tu mi vuoi sfottere con queste cose new age…”. Ora capisco e comprendo il suo punto di vista. Comprendo molto ora l’importanza che lui dava al piano psicologico. Mi rendo conto ora invece, di averlo in passato quasi del tutto rifiutato.
        Ho provato ad abbozzare un post sul rapporto medico/paziente, su quanto a volte anche gli stessi medici tralasciano completamente il dolore “psicologico” che discende da situazioni del genere. Probabilmente lo pubblicherò, non lo so. Sto capendo se ho cose sensate da scrivere oppure no.
        Bisognerebbe parlare in modo più “aperto” di dolore per esorcizzarlo e per capirlo meglio e anche i medici dovrebbero stare più attenti a questa tematica. Però mi rendo conto che siamo la “società” del pratico e del tutto e subito. Dobbiamo risolvere il problema in qualche modo e stop, non ci fermiamo a riflettere.

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      • ❤ parole sante, tu blogga 😉 io rispondo con quello che ho imparato, non per niente ci ho scritto un libro ….. è stato un tale lavoro su di me in questi 20 anni che a volte mi rendo conto che sono esausta, e non sono più quella che ero. Questa malattia mi ha cambiata, in meglio, ma prima ho dovuto toccare il fondo..

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      • Ho visto il tuo libro e l’ho messo nell’elenco delle letture che sicuramente farò. Alla fine, come spesso accade nella vita, tocca sempre sbatterci il muso sulle cose per capirle. Spesso sbatterci il muso vuol dire toccare il fondo. Aggiungo pure che quel muso tocca che lo sbattiamo da soli, che per quanto gli altri ci possono dire le cose, siamo sempre noi a dover assumere consapevolezza.
        Certi eventi della vita ti insegnano tanto, ti insegnano ad eliminare tutto il superfluo e a concentrarti sulle cose veramente importanti. In questi mesi ho capito in quante cazzate mi perdevo prima.

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  3. Pingback: #Challenge 30 days of gratitude – Polvere di stelle -Artrite reumatoide e non solo –

  4. premesso che ragiono col senno di poi, dall’esterno e senza nessun titolo al riguardo, vorrei dirti le suggestioni suscitate dalle tue parole: hai usato un termine, “maternità” che mi ha colpito, perchè forse poteva essere quella la modalità d’approccio. Ho incontrato tante mamme alle prese con gravi malattie dei figli. ognuna naturalmente reagiva a modo suo ma se c’era un tratto comune era il tentativo di contenimento, contenevano nello stesso abbraccio, nelle stesse parole confortanti, negli stessi atteggiamenti fintamente allegri, il proprio figlio e il suo dolore.
    ml

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    • Ne sono convinta che l’approccio avrebbe dovuto essere quello di una madre, l’ho capito ora. Penso di essere riuscita solo in parte ad avere quell’approccio.
      C’è anche da dire che una madre può aiutare solo se l’altro è disposto ad accogliere quell’aiuto e forse la cosa che io non ho visto è stata quella volontà di farsi aiutare. Inizialmente ho percepito grande impegno nel reagire. Poi, ad un certo punto, ho percepito solo la volontà di lasciarsi distruggere da quel dolore e di lasciarsi andare. Quel dolore ha distrutto lui e in parte anche il rapporto che avevamo (certo c’era anche dell’altro).

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  5. Pingback: Ci vuole molto coraggio. |

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