4 Impromptus D. 889.

Sul dolore cronico, parte prima.

Stardust Mamy* ha condiviso un mio post nel quale, ricollegandomi al concetto di “leggerezza” di Calvino, riflettevo sul modo migliore per parlare del dolore e sul fatto che, a volte, non sappiamo come affrontarlo. Dopo aver letto il mio post, lei ha scritto a sua volta, parlando del suo vissuto e della sua esperienza con il dolore cronico. Mentre leggevo quello che ha scritto, mi è scesa qualche lacrima perché ho ripensato alla mia di esperienza. Non soffro e non ho sofferto di dolore cronico ma per sei anni della mia vita, ho avuto accanto una persona che ci ha combattuto.
Il suo dolore non è legato ad una patologia particolare ma ad una articolazione operata più volte che ha deciso di non concedere pace. L’evento scatenante è avvenuto durante la nostra prima vacanza, il primo anno in cui eravamo insieme. La problematica era già presente ma per tanti anni è stata poco capita e mal gestita.
Questo evento scatenante ha portato un’infinità di dottori, di visite mediche e qualche intervento chirurgico (di dubbio successo). Si è entrati in un vortice senza via di uscita, nel quale, invece di trovare sollievo, si andava sempre più giù. La situazione, con il passare del tempo, non è mai migliorata.
Quel dolore, a furia di martellare, non è più stato un dolore solo fisico ma è diventato un dolore anche psicologico. Perché se stai male fisicamente, tutto il tuo mondo e la percezione che hai della tua vita cambia. Impari a leggere la realtà che ti circonda con altri occhi, non con gli occhi della speranza ma con gli occhi della disperazione. L’unica cosa che vuoi veramente è stare bene, l’unica cosa che vuoi fare è uscirne in qualche modo, a tutti i costi. Sei totalmente schiavo del tuo dolore che diventa un compagno di vita, un’ombra nera che sta sempre lì con te, giorno dopo giorno. Non riesci a vedere il tuo futuro, ad avere dei progetti perché, nel tuo futuro, vedi solo dolore.
La domanda che più di tutte mi veniva fatta era: “E. ma alla fine starò bene? Ma questo è il percorso giusto? Ma ne uscirò?” Io mi ritrovavo a dire di si ma dentro di me ero la prima a non esserne convinta. Perché anche io, come lui, ero dentro la spirale del dolore, e anche io, come lui, non sapevo come gestire gli eventi e la situazione e spesso avevo come la sensazione che veramente non ci fosse via di uscita. Nonostante tutto, si provava comunque a vivere di piccole speranze “perché oggi sono stato meglio”.
In questi anni, entrambi abbiamo provato a portare avanti la nostra vita come potevamo. Io dopo la laurea ho cominciato a lavorare, un lavoro che mi porta a stare cinque giorni a settimana, dalla mattina alla sera, fuori casa (spesso fuori Roma, a volte su altri fusi orari). Io andavo a lavorare e mi sentivo in colpa per non essere presente alle visite mediche. A volte, mentre ero a lavoro, mi chiamava perché si sentiva male e io ero costretta a dirgli che, in quel momento, non potevo parlare. A volte, presa da me stessa, qualche visita me la sono pure scordata, perché era un continuo di dottori e non sempre riuscivo a ricordarmi tutto.
A volte di quel dolore non ne potevo proprio più, volevo solo che scomparisse e come lui, anche io sono arrivata ad esserne sopraffatta. Perché, dopo il mio lavoro, cominciava il momento del dolore, anche io ero chiamata ad affrontarlo giorno dopo giorno. Il tempo libero non era mai veramente libero, era il dolore a decidere cosa si poteva fare. Il dolore decideva anche cosa lui (e quindi io) potevamo mangiare.
Nessuno ti insegna quale sia il modo migliore per stare accanto ad una persona che soffre di dolore cronico, non è una cosa che impari sui libri di scuola. Nessuno ti insegna a quanta parte di te è giusto che tu rinunci per aiutare l’altro a rimanere a galla. Nessuno ti insegna a quanta parte di te invece non puoi rinunciare, perché in qualche modo, la tua vita la devi portare avanti. Perché il dolore non può fermare te, l’altro e il mondo.
Una delle cose che mi ha sempre mandato “ai matti” è stata la mia totale impotenza davanti a quel dolore. Sono una persona pratica, davanti ai problemi voglio trovare una soluzione. Quel dolore però mi ha completamente immobilizzato, io non avevo alcun potere e non ero in grado di fare nulla.
A volte ho fatto finta che quel dolore non ci fosse, che non esistesse realmente perché la voragine del dolore è scura e profonda e fa troppo male anche solo guardarla. Quando dormivo da sola, mi ritrovavo spesso a pensare a quel dolore e vedevo solo un grande buco nero. Avvertivo la sofferenza dell’altro, la sentivo sotto la mia pelle come un brivido ghiacciato. Quel brivido era così forte, nero e profondo che cercavo di eliminare subito quell’immagine dalla mia testa, non poteva essere vero, non doveva essere vero. Quando dormivamo insieme, a volte mi mettevo ad osservare l’altro, il suo profilo. Mi sembrava che l’unico momento di pace che gli fosse concesso era quando riusciva a dormire.
Il dolore è doloroso da accettare. Ti costringe a subire in silenzio e in quel subire non c’è giustizia. Spesso mi chiedeva: “E. ma perché è capitato proprio a me?” e io che ho sempre una risposta per tutto, rimanevo a bocca aperta, non riuscendo a dire niente. Ho assistito impotente alla degenerazione dell’altro nel fisico e nei pensieri, alla mia degenerazione, alla degenerazione dei nostri sogni.
Nell’ultimo periodo passato insieme ho provato, nel mio piccolo, ad aiutare in modo “pratico”, ero stanca, logora e arrabbiata con quel dolore. Avevo cercato di costruire un dialogo utile con i suoi medici e i suoi parenti, volevo dare vita ad una “rete umana di protezione” perché io non potevo essere sempre presente e volevo delle risposte valide e concrete, non si poteva continuare a soffrire in quel modo.
Mentre lui soffriva e io e la sua famiglia con lui, tutti i suoi medici gli dicevano, che, nonostante il dolore provato, non poteva rinunciare a se stesso e non poteva lasciarsi andare. Doveva sforzarsi di mantenere la sua normalità fatta di abitudini e di cose che gli piaceva fare. Io ero d’accordo con questa visione, bisognava sempre combattere ed essere più forti di quel dolore. Però mi rendevo conto che, ad un ragazzo che si sveglia la mattina e che non sa come andrà la sua giornata perché “anche stanotte non ho dormito, mi ha fatto molto male”, come fai a dirgli di continuare a fare quello che ha sempre fatto? Glielo dici comunque ma ci credi poco anche tu.
Del suo dolore se n’è sempre parlato in modo “pratico” ma non abbiamo mai avuto il coraggio di parlare del mio rapporto con il suo dolore e del suo rapporto con il suo dolore. Forse, semplicemente, non ne abbiamo mai parlato perché quando le cose le dici ad alta voce, le rendi reali e dalla realtà non c’è via di fuga. Forse, semplicemente, ne eravamo terrorizzati entrambi.
Mi ricordo che negli ultimi mesi passati insieme, spesso mi diceva che gli animali, quando soffrono così, vengono soppressi. Io gli rispondevo che, per amore, se proprio non se ne fosse usciti in alcun modo, sarei stata disposta a portarlo in Svizzera. Lo avrei fatto veramente, lo avrei portato in Svizzera perché il dolore fisico e cronico ti consuma l’anima e il corpo e vivere così è disumano.

*Ringrazio Stardust Mamy per avermi aiutato a tirar fuori tutto questo.
P.S. Aggiungo anche il link al blog di Alina che ha tanto da insegnare.
Annunci

58 pensieri su “4 Impromptus D. 889.

    • Non c’è da dispiacersi. Nessuno ha “colpe” per il dolore fisico e non, è la vita. “Vomitare” fuori tutto è sempre un bene, mi sta facendo assumere più consapevolezza sul rapporto che ho avuto con quel dolore.

      Liked by 2 people

  1. metto il like per segnalare che ho letto… ma non può procurarmi piacere questa scrittura sincera e struggente… la domanda è qual è la soglia di sopportazione del dolore altrui? Fino a quando siamo disposti a farlo nostro? Non v’è un’etica generale, solo chi attraversa questa cosa può capirlo… un abbraccio, davvero un abbraccio.

    Mi piace

    • Grazie mille per il tuo commento, hai colto nel segno. Nella vita in generale non abbiamo delle istruzioni da seguire ma certe situazioni sono più difficili di altre. Forse io l’ho fatto mio solo in parte quel dolore, ero troppo giovane e inconsapevole. Forse pensavo che accettarlo totalmente sarebbe stata una sconfitta, o una mancata realizzazione dei propri progetti.

      Liked by 2 people

      • Bisogna avere forza e coraggio anche per scelte come la tua… c’è un filo sottile tra compassione e pietà compassionevole… se si cade in quest’ultima si fa solo male all’altro… un abbraccio

        Mi piace

      • Hai colto nel segno anche qui. Non volevo arrendermi totalmente a quel dolore e alla sconfitta dell’altro, quindi forse a volte, sbagliando nei modi, ho cercato di dare appoggio ma di non commiserare.
        Perché nella commiserazione in generale non vedo crescita, evoluzione.
        Dato il dolore, data la “sfiga” colossale capitata, tocca comunque trovare una soluzione, un modo per accettare la realtà delle cose e conviverci. Se ci si arrende a quel dolore lo si rende ancora più “forte”.

        Liked by 1 persona

      • Questa tua domanda non è inutile, è fighissima! Nel senso che è un trip senza fine a cui non ho risposta.
        Forse di getto, mi viene solo da dire che il diventare “peggiori” può portare all’auto-distruzione e non so se distruggersi ha un senso.
        Grazie per i tuoi commenti illuminati, su questa tua domanda rifletterò penso per giorni…
        (Che poi migliori o peggiori ma rispetto a cosa? Davanti a certe cose tutto diventa relativo penso)

        Liked by 1 persona

      • Si, E. tutto diventa relativo… ma credo che la qualità umana più degna sia l’autoconservazione, se ci si distrugge ci si annulla anche per gli altri… è una strada difficile e nel mio vissuto la attraverso continuamente… bello poterne parlare senza ipocrisia… un abbraccio

        Liked by 1 persona

      • Ho visto davanti a me l’altro schiantarsi e ho provato ad evitare lo schianto. Ognuno però deve affrontare i propri schianti, io non posso vivere al posto di altri e gli altri non possono sostituirsi a me. Ognuno ha se stesso con cui fare i conti.
        Bello riflettere insieme, parlando apertamente.
        Un abbraccio a te!

        Liked by 1 persona

    • Il dolore fisico è sempre di chi lo prova, il dolore che discende da quello fisico è di chi lo prova e di chi gli sta intorno. In primis io ho sottovalutato l'”impatto” che quel dolore ha avuto su di me e poi sugli altri. Forse semplicemente non ero pronta ad accettarlo fino in fondo. Ricercavo stupidamente una vita “normale” quando il dolore ti impone di trovare delle nuove dimensioni di “normale”. Bisogna costruire una quotidianità fatta in modo differente.

      Mi piace

      • Vero! Mi perdono per non essere stata sempre all’altezza delle cose perché ero forse troppo giovane, forse troppo poco preparata, forse troppo presa dal raggiungere i miei obiettivi. A volte come fai fai male e bene nello stesso tempo, non c’è una cosa giusta o sbagliata. Io avevo anche proposto una “terapia di coppia”, qualcuno che ci aiutasse a capire meglio come potevamo gestire il dolore e gestire noi stessi. Perché ad un certo punto ho capito che la cosa stava sfuggendo di mano.
        La cosa che più mi ha fatto male è che è capitata ad un ragazzo giovane di età, che ha tutta la vita davanti. Come si fa a dirgli “vai, vivi e cerca di essere felice?”

        Mi piace

      • Non si può, sarebbe una presa in giro, l’unica cosa è cercare di insegnarli a gestirlo nel modo migliore questo dolore, soprattutto imparando ad accettarlo, altrimenti è sempre peggio

        Mi piace

      • Secondo me è stata anche una questione di “età”. Se fosse capitato più avanti con gli anni, l’accettazione sarebbe stata più semplice.
        Penso che entrambi l’abbiamo rifiutato e combattuto perché eravamo (e siamo) giovani. Eravamo rimasti alle idee di futuro che tutti i giovani hanno non capendo che quelle idee sul futuro, andavano riviste.
        Quel combattere contro i mulini a vento forse è stato l’errore che entrambi abbiamo commesso. Su di lui il combattere ha fatto in modo che il dolore picchiasse ancora più forte e a me non ha fatto capire tante cose. A volte avrei dovuto fare un passo indietro e capire che là dove non c’è una risposta concreta, l’amore in parte, doveva essere la risposta.

        Mi piace

      • Hai ragione anche tu! No colpe no, sto in una fase di amore e accettazione di me stessa e del mio passato. In tutte le situazioni che ho affrontato ho cercato di fare del mio meglio e va bene così.

        Liked by 1 persona

    • Penso che sia più che lecito chiedere di non soffrire più. Penso che, come tutte le cose, anche la sofferenza fisica debba avere e ha un suo limite, oltre il quale diventa semplicemente inaccettabile.
      Io verso quel dolore ho provato “pura rabbia” e a volte, stupidamente, mi sono scagliata contro i dottori e nella mia testa, contro lo stesso dolore. Non si può vivere soffrendo.
      Forse l’unica cosa che può aiutare l’altra persona è quella di ricevere amore e affetto dai propri cari. Il dolore, davanti all’amore, “allenta” la sua presenza.

      Liked by 1 persona

  2. “il dolore è doloroso da accettare”, in questa frase, che può sembrare ovvia e non lo è, hai condensato l’essenza del mal-essere cronico per chi lo vive sul proprio corpo e per chi vi sta accanto quotidianamente. Sei stata lucida e sensibile nel descrivere questa marea che sale in modo lento e inarrestabile fino a sommergere ogni altra cosa, ogni anelito di vita. Ho sempre visto il dolore dall’altra parte della barricata e il tuo brano mi è lezione ed emozione.
    ml

    Liked by 1 persona

    • Mi sono resa conto che quando si parla di dolore, si parla troppo spesso solo dell’aspetto pratico, di trovare un modo per risolverlo. Si tralascia tutto il resto, le emozioni che la parte che soffre prova, le emozioni di chi lo circonda. Tutto quel provato non affrontato, poi in qualche modo si presenta e a volte nel peggiore dei modi perché distrugge. Invece di unire, separa. Ho imparato che bisogna trovare una dimensione “umana” alla disumanità del dolore.

      Mi piace

  3. (credevo che la sigla del titolo si riferisse a un antidolorifico non ancora in commercio, sono andato a controllare e mi sono trovato davanti Schubert! che bella cosa le connessioni che fa la mente umana e, lasciamelo dire, che bello anche il mio stupore)
    ml

    Mi piace

    • Ultimamente sto ascoltando le improvvisazioni di Schubert mentre leggo. Questa improvvisazione è dolce, impetuosa, gentile con un pizzico di “malinconia arrabbiata” e l’ho trovata molto adatta per questo post. Davanti al dolore comunque non possiamo fermarci.
      Poi il concetto di “improvvisazione” mi ha fatto pensare a come io ho dovuto improvvisare nella situazione e ripensandoci, con il senno di poi, ne sono stata poco all’altezza perché quel dolore l’ho sempre rifiutato. Forse accogliendolo sarei stata più in grado di “gestirlo”.

      Liked by 1 persona

    • Ciao Marco, grazie per il pensiero. Secondo me, non ci sono consigli “validi” come in tutte le cose della vita. Come fai, fai bene e male nello stesso tempo.
      Io sono consapevole del fatto di aver trattato la situazione come un “problema” da risolvere a tutti i costi, accettandolo poco. Forse avrei dovuto accettarlo? Forse avrei dovuto agire diversamente? Forse si, forse no. Come ha commentato Franz mi viene da dire: “Perché la vita ci deve rendere “migliori” attraverso prove al limite del sopportabile?” A me forse ha reso una persona peggiore?
      In realtà poi ho scritto questo post perché mi è venuta voglia di dare un punto di vista differente sul dolore cronico.
      Spesso ci si concentra sulla patologia dimenticando il lato umano e le implicazioni psicologiche della persona malata e delle persone che gli sono intorno.

      Mi piace

  4. sono tre giorni che non so se rispondere e non credo che lo farò come vorrei, come mi verebbe naturale farlo….perchè questo è uno spazio tuo ed è sacro ❤ Ti dico solo che persino i miei genitori, che non sono giovani come tu dici di essere stata all'epoca, e nemmeno sprovveduti, ci hanno messo 20 anni a trovare un modo accettabile per tutti per andare avanti. Per restare in piedi LORO, per far restare in piedi ME….. il dolore cronico è un casino totale….. non c'è UNA via sola e giusta per tutti e per sempre. Posso solo dirti che in un periodo lungo (2 anni e mezzo) in cui la cura funzionava e quindi mi pareva di essere completamente sana e guarita, stavo con un ragazzo che amavo tantissimo, con un problema simile al mio ma un atteggiamento di disperazione e depressione che io per fortuna non ho mai avuto. Abbiamo passato giorni in camera da letto, a finestre chiuse in piena estate, io seduta a guardarlo piangere per ore……quindi capisco me….e capisco te ❤ avere a che fare colo dolore, comunque la metti, è una battaglia disumana ❤

    Mi piace

    • La chiusura del rapporto con questa persona è di circa sei mesi fa, in qualche modo recente.
      Io devo ringraziare te perché mi stai dando l’opportunità di ragionare su come io ho affrontato quel dolore, cosa che non avevo mai fatto prima.
      Sicuramente è fondamentale il modo in cui la persona che soffre di dolore lo affronta. Ribadisco che in qualche modo tocca trovare un modo per conviverci, per accettarlo e per non lasciarsi sconfiggere.
      Io stessa devo ammettere di essermi sentita “fottuta” da quel dolore, l’ho combattuto come una “pazza” ma non nel senso buono. Non sono stata in grado di accettarlo e di trovare un modo per conviverci.
      Poi la cosa che mi ha fregato è che non era legato ad una patologia che causa dolore cronico ma ad una situazione un pò particolare. Quindi sono sempre andata avanti pensando che prima o poi la situazione si “doveva” risolvere. Vivevo sospesa, in attesa che il dolore andasse via.
      Rimane il lato disumano del dolore cronico, tocca poi capire come rendere più umano quel disumano per una convivenza “accettabile”.

      Liked by 1 persona

      • certo…..ma non credere……che se è “cronico” uno si possa mai adattare 😉 la mia unica fortuna è il carattere ma quello è un dono….me lo sono ritrovato e basta 🙂 E comunque giornate a letto a piangere ne ho avute anche io…..dipende da tante cose… mi hanno detto un giorno, un PRIMARIO “è meglio che abbandoni l’università e ti concentri sulla malattia”….. non ti dico altro…. mi ci sono concentrata comunque 😉 e non ho mai accettato il fatto che sia cronica e che non migliorerà mai….sono quasi al ventesimo anno 😉

        Mi piace

      • No ma sono d’accordo con te, accettarlo totalmente non è possibile. Però diciamo che forse avrei dovuto “combatterlo” sicuramente di meno. Poi tanto fa la persona che ne soffre, dalle tue parole io sento la grinta e la volontà di non mollare, nonostante i giorni in cui inevitabilmente uno si sente sopraffatto.

        Liked by 1 persona

      • già….io ho fatto finta di non averla per più di 10 anni ed è stata la lotta più estenuante. In questi gg il polso destro sembra che si stia staccando.. è tutt’uno con il polso come saldato non si muove di un millimetro – ma questo da ormai un annetto temo – è caldo…..mi fa un male boia e sto scrivendo coi ditini alti sembro un cartone animato ma sai cosa? Fanculo 🙂 adesso prendo lampo e vado a camminare finchè posso, finchè non mi faranno male le anche o i piedi, di nuovo, e allora leggerò. 🙂 ❤

        Mi piace

      • Parlo proprio di questo. Tocca trovare un modo per non lasciarsi sopraffare. A me la cosa che è dispiaciuta molto è che ho visto la parte che soffriva lasciarsi andare. Ha combattuto però ad un certo punto aveva deciso che non ne valeva più la pena e quel dolore ha travolto tutto, soprattutto lui stesso.

        Liked by 1 persona

  5. E’ una storia molto triste, ed è bello che tu lo abbia voluto condividere attraverso un post dove ti apri narrando una cosa così personale. Chi ha a che fare con il dolore vive per me due vite, la sua e quella del dolore che quasi diventa una seconda identità, conoscevo una donna che per anni aveva avuto dolori cronici per via di una malattia (scoperta dopo molto tempo) invalidante. Lei però sorrideva sempre, pettinava i capelli alle sue sorelle e gioiva degli attimi, è morta giovane e sua sorella (conosco anche lei) dice sempre che era di passaggio, un angelo che ha attraversato la terra per soli 25 anni, io imparai tanto da questa donna, il suo modo di affrontare quel malessere mi colpì profondamente e grazie al tuo post ho potuto condividere questa cosa. Non voglio fare quella che rompe le uova nel paniere ma dico solamente che anche cose così brutte possono essere affrontate in molti modi diversi, non emetto giudizi in tal senso ma ci tenevo a dire la mia su questo aspetto dell’esistenza riallacciandomi al tuo post.
    Ciao E.

    Liked by 1 persona

    • Grazie RossaSciamana. Per me scrivere questo post è stato molto terapeutico, ho detto ad “alta voce” cose che in realtà non mi ero mai detta.
      Quello che tu dici è per me vero, il dolore assume una sua forma ed una sua “potenza”. Diventa un compagno di vita che è sempre lì con te, giorno dopo giorno. La sua presenza però non è positiva, è qualcosa di logorante, come una goccia di un rubinetto che non si chiude bene e che continua a scendere.
      Ho visto purtroppo me stessa, la persona colpita dal dolore e la sua famiglia essere risucchiati da questo dolore.
      Ad un certo punto però mi rendo conto che bisogna trovare il modo per “rispondere” a quel dolore, per convivere con quel logorio costante. Questo lo dico innanzitutto a me stessa, non sono stata in grado di individuare la chiave di lettura di quel dolore.
      Sono però molto grata a Stadust Mamy perché tramite il suo post mi ha dato uno stimolo per ragionare su questo aspetto del mio passato che per molto tempo ho ignorato e rifiutato. Sto già scrivendo un altro post al riguardo, sono in un momento di “assunzione di consapevolezza” di quel dolore vissuto indirettamente.

      Liked by 1 persona

  6. Giusto che ognuno trovi il suo modo per gestire il dolore, come vale per altre cose, l’importante è poi capire che ruolo si intende avere dinanzi al dolore proprio e altrui e anche fare ciò è un percorso credo 🙂 buona giornata e ora mi vado a leggere il post di Stadust Mamy

    Liked by 1 persona

  7. Ne so qualcosa del vivere accanto a una persona e dover affrontare il suo dolore, anche se qui si tratta di dolore psicologico e non fisico. Non potrei mai allontanarmi, neanche se volessi, e non voglio, perché parlo di uno dei miei figli e spero solo che sia una cosa temporanea. Ma è vero quello che dici, a volte è difficilissimo “accogliere” il dolore dell’altro, capire senza compatire o giustificare, ed è difficile anche il “nostro” rapporto col “suo” dolore, non si sa mai se scuoterlo, confortarlo, a volte tutto sembra sbagliato. A volte bisogna comunque allontanarsi, in senso stretto o anche solo con la testa. E’ necessario per tutti. Io ho cercato una via che è quella di ritagliarmi un mio spazio (la scrittura e non solo) e comunque anch’io ho scelto di avere ogni tanto un sostegno psicologico, proprio per non fare in modo che il dolore annulli il resto, per fortuna non è costante e lui ha così tante risorse che questo aiuta molto, però a volte non riesci a “vederle”, temi che non basteranno e questo fa molto male. Mi chiedo se sarei stata capace di trovare questa forza e pazienza da più giovane e non so darmi una risposta. Sto imparando giorno per giorno. Credo che tu abbia avuto molto coraggio e abbia fatto molto bene a esprimere scrivendo quelle cose che sicuramente era quasi impossibile vedere con chiarezza “prima”, e che avrebbero rischiato di restare dentro e ingigantirsi. Affrontarle è un modo di dar loro il giusto peso nella costruzione di quel percorso di cui dicevi.

    Liked by 1 persona

    • Mi soffermo su queste tue parole: “non si sa mai se scuoterlo, confortarlo, a volte tutto sembra sbagliato”. Trasmettono il senso di profonda impotenza che io ho vissuto. Vorresti quasi viverlo al posto dell’altro quel dolore per sollevarlo, anche solo per un attimo.
      Sull’ultima parte del tuo commento: devo veramente ringraziare Stardust Mamy. Ero al lavoro e in un momento di pausa ho dato un occhiata al suo post e mi sono praticamente sciolta. Leggere le sue parole mi ha sbloccato qualcosa dentro e come un fiume in piena ho scritto, ci avrò messo neanche dieci minuti.
      Ho voluto condividerlo perché penso che (almeno così è stato nel mio caso) quando si parla di dolore cronico, ci si concentra solo sulla causa di quel dolore perdendo di vista tutte le implicazioni che questo dolore ha a livello di persona colpita e di chi gli sta incontro. Anche a livello di medici, è raro incontrare qualcuno che abbia questo tipo di attenzione.
      Tornerò a parlare del mio percorso di consapevolezza anche in relazione a questo dolore. Questo dolore “mi ha vissuto” e io non l’ho mai veramente capito.
      Mi sto prendendo del tempo per rifletterci e per meditare.

      Liked by 1 persona

  8. Per un anno e mezzo ho sofferto della nevralgia del trigemino.Per dirla tutta: “sono stata la nevralgia del trigemino”. Poi fortunatamente è passato il dolore. Riesco a immaginare quanto ha vissuto il tuo compagno e quanto hai vissuto tu. Il tuo post è stato come un pugno nello stomaco e mi ha riportato alla memoria quel periodo.

    Liked by 1 persona

    • Ho vomitato fuori della pesantezza per “regalarmi leggerezza”.
      Capisco quando dici di essere stata “la nevralgia del trigemino”. Il mio ex, io e la sua famiglia siamo diventati quel dolore. Penso che forse è inevitabile finire per identificarsi con il dolore, è qualcosa di oscuro che ti mangia, poco alla volta, giorno dopo giorno.

      Mi piace

  9. Pingback: 4 Impromptus D. 935. |

    • Grazie mille per la tua empatia. Il “vomitare” in questo e nei post precedenti mi ha permesso di alleggerirmi molto.
      A perdonarmi mi sono perdonata, era una situazione difficile e confusa alla quale nessuno mi aveva preparato. Ho cercato di fare quello che ho potuto.
      Forse mi mancava il capire e il prendere consapevolezza su questa parte del mio vissuto per potermi levare questo peso dal cuore. Mi sento già profondamente più serena, questo giugno e questa nuova consapevolezza mi stanno regalando una calma profonda, bella e forse mai provata.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...