Far and beyond.

Sul cambiamento e sulla rinuncia a parti di sé.

Di recente, ho avuto una conversazione molto interessante con una mia amica, mi spiegava di essersi sentita sempre troppo sensibile rispetto al mondo circostante e di aver sofferto per questo. Di conseguenza, date le sue esperienze pregresse, ad un certo punto ha deciso di provare ad abbandonare parte di quella che lei chiama “sensibilità”.
Ecco, a me ha fatto molto riflettere la motivazione che ha spinto la mia amica a voler cambiare. Lei ha deciso di mettere da parte un pezzo di se stessa, non per scelta personale ma in qualche modo, per scelta degli altri.
Secondo me il cambiamento, di qualsiasi tipo, non può essere qualcosa di imposto dagli eventi che inevitabilmente, a volte, subiamo. L’evento di per sé può essere uno stimolo a mettersi in discussione, una sorta di miccia che da avvio ad un processo di rivisitazione di se stessi ma non può influenzarci a tal punto da portarci, non alla messa in discussione ma alla degradazione e alla rinuncia di parti di sé.
Ci sarà sempre qualcuno che in qualche modo ci farà del “male”. Ma se decidiamo di rinunciare a parti di noi per la sofferenza subita, diamo secondo me all’evento e al “carnefice” un potere immenso. In fondo, siamo tutti carnefici e vittime nello stesso tempo.
Molto spesso chi fa del male non lo fa di proposito e non vorrebbe farlo, è semplicemente un’altra persona che, a sua volta, ha dei conflitti e che in qualche modo non sa affrontarli e spesso, senza neanche rendersene conto, finisce per fare del male a chi gli sta accanto. Il male è banale ma quasi mai voluto.
A seguito poi dell’annichilimento della parti di sé spesso si viene a creare anche un sentimento di odio e di malessere per la parte che ci ha fatto del male. Quel sentimento più che al carnefice fa male a noi, perché siamo noi a portarlo dentro. Quell’odio strisciante ci avvelena e ci “incancrenisce”. Tutto questo aumenta enormemente i poteri e le conseguenze dell’evento doloroso.
Penso che invece, nel momento in cui qualcuno ci sta causando del dolore, dovremmo cercare il più possibile di prendere le distanze e di razionalizzare cosa sta accadendo. Capire che, molto spesso, la colpa per quello che accade, non è di nessuno, tanto meno la nostra. Se guardiamo attentamente, le motivazioni per quello che sta accadendo sono davanti a noi, spesso non sono esplicitate ma sono comunque palesi. Se capiamo quelle motivazioni, in qualche modo possiamo liberarci dall’evento doloroso e possiamo lasciar andare tutto l’accaduto. Ci dobbiamo abbandonare totalmente al perdono dell’altro. Solo il perdono dell’altro ci permette di far pace con il nostro passato e di superarlo totalmente. Se invece ci annichiliamo in noi stessi e nell’odio che proviamo, rimaniamo totalmente intrappolati in quel passato che ad intervalli più o meno regolari, continua a riproporsi. Senza neanche rendercene conto continuiamo a vivere in funzione di quel passato e di quell’evento doloroso che ci ha colpiti. Perché le azioni che mettiamo in atto, inconsciamente, sono mosse dalla volontà di non ricadere in quel dolore.
Questa però è una spirale del tutto autolesionista: subiamo l’evento doloroso e rispondiamo a quell’evento mettendo in atto azioni per evitare che questo si ripeta, mutando noi stessi in funzione del torto subito. Il punto è che nessuno sa come andrà il nostro futuro e se ci fermiamo a riflettere, non ha alcun senso mettere in atto degli atteggiamenti per “evitare”. Evitare semplicemente non è possibile, le cose capitano. In quel cercare ossessivo di evitare c’è poi la dimostrazione di non essere stati in grado di superare il nostro passato.
Troppo spesso ho sentito frasi del tipo “gli eventi della vita ti cambiano” ma con questa frase sono d’accordo solo in parte. In frasi di questo tipo c’è la rinuncia di se stessi e della propria volontà, c’è passività ed un’accettazione rassegnata. Come gli eventi ci cambiano siamo noi a deciderlo. Dobbiamo essere sempre in grado di andare al di là dell’evento e della percezione negativa che ne discende. Spesso il dolore ci può aprire nuovi orizzonti, nuove opportunità, nuovi modi di vivere.
Secondo me il cambiamento, per essere veramente cambiamento e non rinuncia di sé, dovrebbe essere qualcosa di ragionato e che viene fuori da se stessi. Gli eventi che ci capitano, positivi e negativi (secondo la nostra percezione perché poi a volte, diventa un puro problema di percezione) ci devono far riflettere e meditare ma non devono cambiarci, piegarci a qualcosa che altrimenti non ci apparterrebbe. Dobbiamo attuare il cambiamento perché quello che vediamo in noi non ci piace, perché vogliamo provare ad essere altro, perché vogliamo sperimentare e conoscere nuove parti di noi. Dobbiamo attuare il cambiamento in noi consapevoli di non essere il nostro passato ma proiettati sempre verso il nostro presente e futuro. Il passato, per definizione, è qualcosa che non esiste più, è ombra di qualcosa di non più afferrabile. Solo nel presente e nel futuro si cela la luce e la bellezza della vita.

P.S. Consiglio questo post di Matrimonio Cristiano sulla capacità di perdonare e di non “annotare il male” ricevuto.

Occhiali scuri.

Dopo tre cocktail divento drama setter.
Vai piano non fare il botto quando ritorni alle 8,
forse hai bevuto un pò troppo ed è già domani.
Attento al posto di blocco, magari accosta ma occhio,
non ti scordare mai gli occhiali scuri se
non sai dove dormirai stanotte.

Al liceo mi sono divertita molto. Dal terzo anno ho cominciato ad andare a tutte le feste di diciotto anni dei miei compagni di scuola, non me ne perdevo una. Sono andata a tutte le feste a cui mi invitavano o alle quali ci si poteva imbucare ma mantenendo sempre un equilibrio di fondo. Non ho mai fatto casini, ho sempre bevuto molto poco. In vita mia non mi sono mai ubriacata sul serio. Sono sempre stata una persona equilibrata nel divertimento. Forse perché, nel divertimento, ho sempre cercato il piacere di passare del tempo insieme agli altri e non la volontà di evadere da me stessa. Ho sempre avuto sete di umanità, di capire e fare mie le storie degli altri, di andare al di là degli eventi nudi e crudi, di carpirne il significato. Perché decidiamo di agire in un modo piuttosto che in un altro?
Quando è finita la storia in cui ero l’anno scorso, un mio amico subito dopo mi ha detto: “ora ti butterai a capofitto sul lavoro, vai a ballare e sfogati con il primo che passa” e io da queste parole sono rimasta interdetta. In realtà B. nel dire queste cose, stava proiettando su di me tutta la rabbia che aveva per la sua di storia, finita male. Io gli ho detto che quella era la sua rabbia e non la mia. Io di rabbia per la fine della mia storia non ne ho mai provata, anzi. Ho provato solo del dolore acuto ma è sempre stato solo mio. Ho detto a B. che non sentivo l’esigenza di fuoriuscire da me stessa ma che sentivo invece l’esigenza di prendermi del tempo per me e l’ho fatto. Ho rallentato i miei ritmi per cominciare ad ascoltarmi.
A seguito della fine del rapporto, ho voluto prendermi del tempo per accogliere e per affrontare il mio dolore spirituale e no, non era il dolore derivante dalla fine del rapporto. Il dolore per la fine del rapporto è stato qualcosa di acuto, fisiologico e inevitabile. Quel dolore acuto è stata solo la conseguenza di un evento della vita che mi sono ritrovata ad affrontare. Ma, i dolori acuti, in quanto acuti, come vengono, vanno.
A seguito della fine del rapporto, avevo capito che erano maturati i tempi per affrontare me stessa perché metà della responsabilità per quello che era successo, inevitabilmente, era la mia. Ho quindi deciso che volevo studiarmi e conoscermi in profondità. Volevo del tempo per affrontare il mio di dolore, quel dolore che mi appartiene da sempre in senso viscerale, quel dolore mio e soltanto mio sul quale solo io posso agire, il mio dolore fondante. Parlo di quel dolore costante e sempre presente in ognuno di noi. Quel dolore che è nostro stesso figlio, perché insito in noi stessi. Quella sorta di croce che, in qualche modo, siamo condannati a portarci dentro, quotidianamente.
Nell’affrontare il mio dolore viscerale, ho provato emotivamente altro dolore, quel dolore che discende da una presa di consapevolezza, dal doversi guardare allo specchio e dal dover ammettere di non amare poi troppo l’immagine che lo specchio restituisce. Mi sono presa del tempo per me perché sapevo che le luci, le piste da ballo, l’alcool, i social, l’essere magri, il sesso fugace, non mi avrebbero aiutato, anzi. Sapevo che la ricerca dello svago ossessivo non avrebbero fatto altro che peggiorare e acuire il mio dolore e che rimandare non sarebbe servito. Il dolore era mio ed era lì pronto ad aspettarmi, era lì che chiedeva di essere vissuto.
Mi sono presa del tempo per me e dopo aver affrontato il mio dolore, sono rinata a nuova vita. No, il dolore non è sparito. Ho ancora del dolore ma ora quel dolore fa parte di me. Ho imparato a diventarci amica, a gestirlo. Ho imparato a guardarlo in faccia, a prenderlo per mano e a non lasciarmi sopraffare. Nel capire quel dolore ho imparato che, spesso, i nostri più grandi nemici siamo solo noi stessi e che la felicità e la serenità dipendono solo da noi. Che a volte, il nostro dolore viscerale discende solo da una struttura di pensiero ossessivo e reiterato come se fosse una sorta di cattiva abitudine. Ho però capito che, come tutte le cattive abitudini, può essere superato.
Dopo aver affrontato quel dolore viscerale che mi portavo dietro, ho cominciato a vivere in modo decisamente più vero e puro. Ho veramente imparato a capire e ad apprezzare le piccole cose quotidiane. Una volta mentre correvo mi sono quasi messa a piangere, perché ho pensato a quanto ero fortunata che, non solo riuscivo a camminare ma che riuscivo anche a correre perché ho letto di persone che non hanno neanche la libertà di usare le loro gambe come vogliono. Ho cominciato ad imparare e a praticare l’arte della gratitudine e ho imparato a prendere me stessa e gli eventi che accadono al di fuori di me con grande ironia. Ho imparato a fare sempre un passo indietro, perché l’altro è altro e non possiamo governarlo ma è nostro dovere comprenderlo. In fondo, ognuno di noi ha le sue buone ragioni e le mie non sono più buone di quelle dell’altro.
Mi sento tornata a quell’estate, quella dopo il terzo liceo, dove si usciva il pomeriggio e si tornava la sera tardi, sempre sul motorino di altri. Ora posso uscire solo la sera e anche se sono stanca, esco ugualmente. Ho ricominciato, come facevo da adolescente, a buttarmi nelle situazioni. Ho ritrovato la gioia e il piacere di perdermi nell’umanità e nelle storie degli altri. Ho anche ricominciato a vestirmi come un adolescente, ora spesso porto gli shorts anche se non mi convincono molto, sono veramente troppo short. Ho cominciato ad ascoltare musica di dubbio gusto. L’ascolto perché i testi, anche se non mi appartengono, mi fanno ridere. In fondo la vita è anche questo, a volte si torna indietro, a volte si va per contrasto.

Ci vuole molto coraggio.

“Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente
e immaginare il nuovo che rompe le abitudini”.
Willyco

Qualcuno leggendo quello che ho scritto qui ha commentato dicendo che forse mi stavo colpevolizzando. No, non mi stavo colpevolizzando, il senso di colpa non mi è mai appartenuto. Non mi è mai appartenuto perché non vedo il senso del senso di colpa, per me è qualcosa totalmente privo di significato. Siamo umani e non divini e nel nostro essere umani, semplicemente, facciamo ogni giorno degli errori e si, a volte facciamo del male alle persone che ci sono intorno, spesso proprio a quelle a cui siamo più legati. Non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo, lo sappiamo tutti che la natura umana funziona così.
Allora mi chiedo: ma se sappiamo che funzioniamo così, non avrebbe molto più senso concentrare le proprie energie sul chiedere scusa piuttosto che arrovellarci dentro noi stessi, facendoci mangiare da quel senso di colpa? Per chiedere scusa ci vuole coraggio, perché è necessario prima affrontare noi stessi e poi affrontare l’altro. Anche il chiedere scusa richiede un percorso di consapevolezza e non è sempre detto che l’altro sarà disposto ad accogliere le nostre scuse. Ma nel non sapere accogliere le scuse, il problema poi diventa dell’altro. Perché non accogliere le scuse e non concedere il perdono, è anche quello un gesto di chiusura, di rifiuto della natura umana. Anche chi è stato ferito, a sua volta avrà ferito. Siamo tutti, nello stesso tempo, carnefici e vittime. Di conseguenza, per me, non ha molto senso rifiutare una spirale che definisco virtuosa, quella del ricevere e del chiedere scusa.
La spirale del chiedere e del saper accogliere le scuse dell’altro la definisco virtuosa perché, secondo me, permette ad entrambe le parti in causa di evolversi, di imparare dal proprio passato e di lasciar andare qualsiasi cosa debba essere lasciata andare.
Il senso di colpa e il non accettare le scuse, semplicemente, bloccano questa spirale, bloccano entrambe le parti in una staticità che si contrappone all’essenza primaria della vita: quella del divenire. Si rimane immobili, senza andare avanti, non riuscendo ad abbandonare del tutto quel passato che, a volte, può tornare a tormentare tramite proprio quel senso di colpa mai superato o magari tramite quelle scuse mai ricevute.
Non vedo il senso del senso di colpa, davvero. Io chiedo scusa a quel dolore per non essere sempre stata all’altezza della situazione, per non averlo accolto come meritava e le motivazioni per cui non ci sono riuscita erano tante o forse una sola, mancavo di consapevolezza rispetto a quel dolore. Mi scuso con quel dolore ma, nello stesso tempo, amo la me stessa del passato e la me stessa di oggi perché ero sempre io. Oggi ne so più di quanto ne sapevo ieri, domani ne saprò più di quanto ne so oggi ed è anche questa la natura umana e anche qui non sto scrivendo niente di interessante e niente di nuovo.
Non sarò e nessuno di noi sarà mai all’altezza di quello che ci capita, soprattutto quando quello che ci capita è totalmente inaspettato. Forse avrei potuto fare di più e forse avrei dovuto fare di meno ma con il senno di poi, saremmo tutti dei fenomeni* e il senno di poi, come il senso di colpa, non ha per me una sua ragion d’essere.
Oltre al chiedere scusa a quel dolore, perdono totalmente me stessa. Mi perdono perché ho sempre agito in buona fede e spinta da un amore grande anche se, a volte, tramite i miei gesti, non sono stata in grado di dimostrarlo o forse l’altro non è stato in grado di comprenderlo. D’altronde, anche le incomprensioni fanno parte del quotidiano di ognuno di noi, sono fisiologiche.
Ad oggi, prendendo il buono dalla scarsa consapevolezza che avevo, guardo al mio presente vedendo tutto il bello che mi sta regalando. Questa mia esperienza di vita mi sta dando l’opportunità di mettermi in contatto con persone che conoscono bene il dolore cronico perché lo vivono ogni giorno e che hanno qualcosa di importante da insegnarmi. Le parole che leggo nei loro blog, senza il mio passato, non avrebbero il valore che hanno oggi. Grazie a loro, sto imparando ad apprezzare sempre di più la bellezza delle piccole cose e il rifiuto delle sovrastrutture che tanto ci confondono le idee, che tanto ci fanno perdere il senso della vita.
Sto imparando ad amare i sentimenti che mi porto dentro, custodendoli gelosamente. Custodendoli ma rivelandoli quando è giusto farlo, perché non ha senso provare amore senza dimostrarlo. Perché, anche se a volte ci fa paura e anche se soffriremo, l’unica cosa che possiamo continuare a fare è amare. Amare al nostro meglio cercando di amare consapevolmente, non tralasciando il piano pratico dell’amore. Perché l’amore è passionalità, sentimento e irrazionalità ma l’amore vive all’interno della quotidianità e in quella quotidianità deve essere in grado di trovare la sua forma di espressione.
Il mio passato mi ha permesso di rigenerarmi completamente, senza quel vissuto non sarei la consapevolezza che sono ora. Molte persone intorno a me mi hanno detto di vedere oggi una me molto differente, più serena e più felice. Ribadisco, differente e non migliore, perché l’essere migliori implicherebbe fare dei paragoni ma non mi piace l’idea di fare un confronto tra la me stessa di oggi e quella del mio passato.
Dico grazie al mio passato e alla consapevolezza che sono stata in grado di acquisire perché grazie a chi ero e a cosa sono diventata, questo giugno mi sta portando tanta stanchezza ma una stanchezza bella, con la pace nel cuore. Quando mi fermo ad ascoltarmi, mi percepisco calma, di una calma che non avevo mai sperimentato. Di una calma che mi fa pensare al mare nelle sue giornate di quiete, dove sembra un’immensa tavola di acqua, totalmente immobile eppure sempre mutevole.

Ci vuole molto coraggio ad avere coraggio.
Ci vuole molto coraggio, per reggere il giorno e sopportare la notte.
Ci vuole molto coraggio, per fermarsi un attimo a nuotare nel profondo.
Ci vuole molto coraggio per tornare indietro quando è necessario.
Ci vuole molto coraggio per guardarsi allo specchio con un bel sorriso.

Ci vuole molto coraggio, per studiare legge e fare l’operaio.
Ci vuole molto coraggio, il calzino bianco con il mocassino.
Ci vuole molto coraggio per votare lega in qualunque caso.
Ci vuole molto coraggio per guardare Sanremo fino in fondo.

Tutto è qui. Non cercare fuori da te. Tutto quello che potrai trovare fuori è per sua natura mutevole, impermanente. Ti puoi illudere di trovare stabilità nella ricchezza, poi quella finisce. Puoi pensare di trovarla nell’amore di una persona, che poi se ne va. O nel potere, che facilmente cambia mano. Puoi affidare la tua vita a un guru e quello muore. No, niente di ciò che è fuori ti appagherà mai. La sola stabilità che può aiutarti davvero è quella interiore.**
Tiziano Terzani

*Citando liberamente un commento ricevuto da Marco Toracchi.
**Citazione gentilmente presa da Nosce Sauton.

La nostra pelle.

A volte vorrei lasciarmi ma non saprei con chi altro andare,
a volte m’innamoro di me e ritorno a ballare.

Anche se tra te e te non c’è comprensione,
anche se non hai tempo di starti ad ascoltare,
anche se una soluzione non ce l’hai,
tu non tradirti mai.

Ho riflettuto su questo mio modo di scrivere che ho adottato di recente, questi tagli chirurgici che faccio con le parole. In realtà, se si vuole vedere la mia parte emotiva basta leggere la categoria Every Open Eye, lì c’è tutta la mia emotività invernale ma a me, quell’emotività non piace. Quell’emotività non sono io e non si tratta di non saper provare niente. Il punto è che non mi piace farmi travolgere da quello che provo. Se ripenso alla me emotiva percepisco solo confusione e disordine e la mancanza di ordine non mi è mai piaciuta. C’è chi si lascia trasportare dalle emozioni e riesce a fare le scelte migliori, io faccio le scelte peggiori. Ho bisogno di analizzare con un taglio pulito e netto le cose per capire cosa voglio fare, la confusione non è cosa mia. L’emotività non mi ha mai aiutato a capire quello che stava succedendo o a fare chiarezza sulle cose, anzi. Quell’emotività provata in inverno mi ha solo fatto del male, mi sono sentita fuoriuscita da me stessa, come se non fossi io a parlare, a pensare, a muovermi. Quell’emotività provata e assecondata mi ha fatto fare cose prive di logica e io, senza logica, non so stare. Forse per questo a me i quadri di Lucio Fontana sono sempre piaciuti.
Una mia amica mi ha detto: “è come se tu avessi tutte le tue emozioni come vestiti, appesi in un armadio. Ogni tanto apri il tuo armadio e osservi e studi le tue emozioni. Sai che stanno lì, sai che sono cosa tua ma rimangono dentro l’armadio. Non sono d’accordo con chi ti definisce anaffettiva o fredda. Tu hai grande profondità di sentimenti ma non sei emotiva. Forse sei consapevole che spesso l’emotività può essere un boomerang”.
Forse, oltre a non amare l’emotività e il caos che ne può discendere, è che sono una persona timida, riservata e poco superficiale. Il mostrare quello che provo mi ha sempre messo a disagio. Sento di avere quella “grande profondità” di sentimenti ma forse, proprio perché li percepisco come profondi, penso che debbano essere accuditi e tutelati, non possono essere esposti e rivelati così, d’emblée. Forse per questo amo molto, oltre quei tagli puliti di Lucio Fontana, il protagonista delle “Conseguenze dell’amore”, Titta di Girolamo. Titta di frivolo ha solo il nome ed è una persona che, davanti all’amore provato, mette a repentaglio la sua intera esistenza.
All’apparenza sono una sfinge e mi è stato anche detto una volta, tempo fa, da un mio capo. Si, ad un approccio superficiale sono una sfinge e cosa provo? Nessuno lo sa o forse basterebbe solo osservarmi in modo più attento, andando al di là di quei tagli sulla tela.

E scoprire che sei proprio tu la persona che ti ha fatto ridere di più,
E scoprire che sei proprio tu la persona che ti ha fatto piangere di più,
Un buon amico, lo stronzo che ti ha mentito.

Un giorno buffo di cielo assolato ci ritroveremo con un bel sorriso,
per aver capito poco di questo nostro cervello
e dell’intero mondo così complesso, così spericolato.

Dobbiamo smettere di pensarci a partire dall’animalità come pretende la nostra cultura quando ci definisce “animali ragionevoli”. Imprigionati da questa definizione, guardiamo le nostre passioni come gli animali guardano alla loro fame e alla loro sete, pure esigenze da soddisfare. Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.
Cos’altro significa infatti essere “ragionevoli”? Non essere ostinati, adattarsi alla realtà così com’è, controllare le emozioni profonde, guardarsi dagli amori passionali non meno che dagli odi. La ragione è misura, e chi non vi si attiene ospita quel desiderio “fuori misura”, che lo colloca fuori dalla ragione.
Ma il desiderio rimanda alle stelle (de-sidera), allo struggimento delle passioni. In mezzo l’immenso vuoto che separa l’abisso delle passioni dall’altezza del cielo.
Umberto Galimberti, l’ospite inquietante*

*Citazione gentilmente presa da Nosce Sauton.

Fix you.

Sul dolore cronico, parte terza.

“Il modo in cui ci opponiamo al dolore determina il nostro grado di sofferenza”.
Stardust Mamy

Ho cominciato a parlare di dolore a seguito della mia conoscenza con una blogger (Stardust Mamy) che, da vent’anni, combatte con l’artrite reumatoide. Grazie a lei, ho cominciato a riflettere sulla mia esperienza indiretta con il dolore cronico e ne ho cominciato a scrivere, liberandomi di questa oscurità che mi ha accompagnato per qualche anno della mia vita.
Nel riflettere rispetto al rapporto che ho avuto con il dolore dell’altro, ho riflettuto molto anche sul ruolo che i medici hanno avuto in questa faccenda. Nella mia esperienza, ho conosciuto tanti medici, con differenti specializzazioni e differenti approcci. Tutti hanno cercato di dare, per quello che hanno potuto, una risposta pratica alla patologia presentata. Tutti hanno cercato di dare delle risposte ma nessuno si è interessato delle ripercussioni psicologiche che quel dolore si è portato dietro e che, hanno colpito il paziente e tutta la sua famiglia. Forse perché nella nostra epoca, a qualsiasi tipo di problematica, dobbiamo e siamo in grado di rispondere solo con risposte pratiche, tralasciando spesso il lato umano delle vicende.
Solo un dottore ha cercato di rimanere “vigile” su quel dolore e di trasmettere l’importanza che l’aspetto psicologico assume quando ci si trova ad affrontare situazioni del genere. Questo medico illuminato, che ho avuto la fortuna di incontrare, è stata l’unica persona che ha cercato di porre l’attenzione sulla centralità del paziente e sulla sua sfera emotiva, al di là del “danno” fisico e del dolore provato. Perché quando si prova dolore fisico, quel dolore supera la “fisicità” diventando anche psicologico, portandosi dietro tutta una serie di implicazioni non facilmente visibili e “quantificabili”.
La frase con cui ho aperto questo post è emblematica e su questa frase ci sarebbe da meditare a lungo. Il dolore viene scatenato dal nostro corpo per “informarci” che qualcosa non va. Il dolore è una sorta di allarme. A seguito però di questo allarme, se quel dolore non rimane circoscritto in uno spazio temporale breve, può farci perdere il senno e la prospettiva delle cose.
Trovo che davanti al dolore in generale, che sia esso fisico o spirituale, alla fine si hanno due uniche e possibili strade: o ci si lascia travolgere da quel dolore o si trova un modo per accettarlo, per comprenderlo e per accoglierlo.
Penso che, in un primo momento, lasciarsi travolgere dal dolore sia del tutto fisiologico e normale. Il dolore arriva e ci colpisce con tutta la sua oscurità. Il dolore arriva, ci fa soffrire e ci spaventa, soprattutto quando non sappiamo quanto durerà. Il dolore è qualcosa che ci travolge perché solitamente non lo si conosce, nessuno in fondo ne parla mai (e d’altronde, perché si dovrebbe?). Questa “novità”, in quanto poi dolorosa, ci spaventa molto e ci tira fuori dei sentimenti di rabbia e di impotenza creando una spirale autolesionista nella quale il dolore si autoalimenta.
A seguito però di quel tumulto iniziale o ci abbandoniamo al dolore e ci lasciamo travolgere, oppure decidiamo di accoglierlo. L’accoglienza di quel dolore penso che sia l’unica strada per la salvezza, l’unica strada per continuare a vivere e a non lasciarci vivere da quel dolore. Anche se è una prova disumana che siamo chiamati ad affrontare, non ci sono altre alternative possibili, abbiamo o l’annichilimento di noi stessi o l’accettazione.
Quando penso al dolore e all’accettazione di esso, mi viene in mente il concetto del “porgere l’altra guancia”. Perché il dolore è oscurità, è malessere, è perdita di se stessi, è perdita della propria identità di individuo. Se vogliamo evitare che quel dolore ci faccia perdere l’unica vita che abbiamo, dobbiamo accoglierlo e farlo nostro. Il dolore proverà ogni giorno a metterci in croce, sta poi a noi decidere se soccombere o risorgere da quella croce. Non a caso, alcune persone che soffrono di dolore cronico, parlano di una rinascita nel momento dell’accettazione, di un cambio di prospettiva rispetto alla propria vita e al mondo circostante.
Tutto questo lo sto capendo ora, rivivendo in modo postumo quel dolore vissuto ma mai palesemente dichiarato e affrontato. Io stessa ero la prima a rifiutare l’accettazione del dolore perché, se ci si pensa per un attimo, è qualcosa di profondamente paradossale. Come possiamo noi accettare e accogliere qualcosa che in realtà ci fa del male? Qualcosa che ci priva del nostro fisico, delle nostre attività quotidiane, della nostra mente e infine della nostra vita? Io stessa, quando quel medico di cui parlavo prima, cercava di trasmettermi questi concetti, lo guardavo molto stranita e in parte, verso di lui, provavo della rabbia. Lui cercava di trasmettermi questi concetti e in questi concetti io non vedevo la risposta alla mia domanda. Io chiedevo una soluzione al dolore per la persona che mi stava accanto, perché era una sofferenza troppo grande vedere un ragazzo così giovane privato della sua spensieratezza e dei suoi anni migliori. Io volevo una soluzione “pratica”, il dolore doveva sparire subito, non stavo chiedendo un modo per convivere con quel dolore. Nel mio chiedere in modo “ossessivo” una soluzione, non riuscivo a capire e a vedere che la risposta pratica al dolore doveva comunque essere cercata ma che, mentre si cercava, bisogna trovare un modo per continuare a vivere, perché il dolore non può farci rinunciare a noi stessi, a quelli che siamo e ai nostri progetti.
La vita è un divenire a prescindere da quanta sofferenza ci portiamo dentro, il fiume di Eraclito continua a scorrere e non possiamo fare niente. Davanti al divenire della nostra vita non possiamo fare niente ma possiamo scegliere noi come vivere quel divenire. Possiamo scegliere di interrompere quella spirale distruttiva che la presenza del dolore fisico avvia. Perché il dolore, nella sua spirale, genera altro dolore, è come se si moltiplicasse. Nel generare altro dolore, diventa sempre più potente e più spaventoso, fino a diventare un mostro non più domabile. L’unica via per interrompere questa spirale crescente di oscurità è quella di reagire e di scegliere di accettare quello che è capitato. Di accettare e di trovare un modo degno di vivere. Nessuno merita quell’oscurità ma per quanto possibile, non dobbiamo lasciarci travolgere da quel mostro.
Non so qual’è il modo migliore per reagire, però possiamo provare a prendere spunto da chi combatte con quel dolore da due decadi, da chi ha deciso che la bellezza delle piccole cose, come un giro in bici, può rendere quel dolore più sopportabile. Da chi ha deciso che, per una bella giornata e per la presenza degli affetti cari intorno, vale la pena alzarsi la mattina e accogliere quel mostro che è sempre lì in agguato*. Il dolore rifiutato genera altro dolore, l’accoglienza di quel dolore genera amore e speranza.

When you try your best but you don’t succeed,
when you get what you want but not what you need,
when you feel so tired but you can’t sleep.
Stuck in reverse.

And the tears come streaming down your face,
when you lose something you can’t replace.

Lights will guide you home
and ignite your bones
and I will try to fix you.

*Challenge 30 days of gratitude.

4 Impromptus D. 935.

Sul dolore cronico, parte seconda.

Il post precedente, in cui ho raccontato della mia esperienza con il dolore cronico, è stata un’occasione per “vomitare” tutto fuori. Non mi sono dovuta sforzare, le cose venivano fuori così, una parola dopo l’altra, quasi come se fosse qualcun’altro a scrivere. Probabilmente ho trasmesso pesantezza a quelli che hanno letto ma nello scrivere, mi sono sentita profondamente sollevata. Mi sono detta a “voce alta” cose che mai, in questi anni, avevo detto a me stessa.
Dopo aver scritto quel post ho cominciato a ragionare molto sul rapporto che ho avuto con quel dolore. In questi mesi, ho ragionato tanto su me stessa e su tutti gli aspetti della mia vita ma non mi ero mai soffermata a riflettere su quella parte importante del mio vissuto forse per le implicazioni che questo dolore si è portato dietro.
Ho sempre gestito il dolore dell’altro come un problema che doveva essere affrontato e risolto, a tutti i costi. Quel dolore in parte l’ho vissuto come un intralcio, come un ostacolo ai miei progetti, un ostacolo alla relazione. In realtà non ho realizzato che nel provare a combatterlo, quel dolore mi ha completamente travolto.
Ho sempre pensato che l’unico modo per rispondere a quel dolore fosse trovare una soluzione, non ho mai pensato che, forse, la soluzione poteva essere anche differente. Non ho mai pensato che, mentre si cercava una “risposta pratica”, bisognava trovare un modo per conviverci.
Ho adottato un atteggiamento che si potrebbe definire “negazionista”, in qualche modo quel dolore non poteva essere reale e doveva sparire. Nell’approccio “negazionista” che ho scelto mi sono ritrovata ad essere completamente inadeguata. Perché quell’approccio non mi ha permesso di riflettere sulla situazione, non mi ha dato capacità di “movimento”, capacità di “leggermi” e di evolvermi rispetto ad una situazione che chiedeva di essere vissuta e non negata. Ostentavo della sicurezza, ero convinta della strada da me intrapresa, “perché questa situazione va risolta”. Spesso però dietro ad un eccessiva sicurezza, trovo che si nasconda della “stupidità” e dell’immobilismo. Ero talmente sicura di me che non mi sono fermata a riflettere sulla strada da me intrapresa. Forse invece, avrei dovuto alzare la mano e farmi venire degli scrupoli. Avrei dovuto alzare la mano per ammettere candidamente di sentirmi inadeguata, di non capire fino in fondo la situazione e di non sapere cosa fare e come affrontare.
Forse, ripensandoci ora, la risposta a quel dolore è sempre stata davanti ai miei occhi ma non sono mai stata in grado di capirla perché non era la risposta pratica che cercavo disperatamente. Forse, l’unica risposta che avrei potuto dare era quella “dell’amore” e dell’accettazione. Avrei dovuto trovare un modo per “amare” quel dolore, per accoglierlo e farlo mio.
Amando e accettando quel dolore avrei reso la sua spirale distruttiva meno “potente”, avrei alleggerito la morsa dentro la quale mi stava stringendo. Mi sono invece ritrovata ad essere una Don Chisciotte contro i mulini a vento che, armata di lancia, voleva delle soluzioni, ritrovandomi a combattere a vuoto.
A volte, in passato, mi sono sentita una donna atipica. Mi sono sentita atipica perché quando mi relazionavo con le altre donne non vedevo in me il senso di “maternità” che le altre avevano. Stupidamente pensavo che dimostrare il mio amore mi avrebbe reso una persona fragile. Ho poi capito che il dimostrare quello che ci si porta dentro non è fragilità ma presa di coscienza. Ho anche capito che, l’amore, quello vero, è “potenza assoluta” e travolge di luce ogni cosa che tocca.
Con il senno di poi mi dico che forse, per vivere meglio quel dolore, avrei dovuto prendere tutto l’amore di cui ero capace e diventare “madre” di quell’oscurità, accoglierlo come si fa con un figlio. In questo modo avrei reso quel dolore, che tanto mi ha spaventato per la sua disumanità, più umano e più accettabile.

All’apparir del vero,
tu misera cadesti.
A Silvia, Giacomo Leopardi

P.S. Riporto il link a questo nuovo post di Stardust Mamy in cui parla di come la bellezza delle piccole cose ci salva.

4 Impromptus D. 889.

Sul dolore cronico, parte prima.

Stardust Mamy* ha condiviso un mio post nel quale, ricollegandomi al concetto di “leggerezza” di Calvino, riflettevo sul modo migliore per parlare del dolore e sul fatto che, a volte, non sappiamo come affrontarlo. Dopo aver letto il mio post, lei ha scritto a sua volta, parlando del suo vissuto e della sua esperienza con il dolore cronico. Mentre leggevo quello che ha scritto, mi è scesa qualche lacrima perché ho ripensato alla mia di esperienza. Non soffro e non ho sofferto di dolore cronico ma per sei anni della mia vita, ho avuto accanto una persona che ci ha combattuto.
Il suo dolore non è legato ad una patologia particolare ma ad una articolazione operata più volte che ha deciso di non concedere pace. L’evento scatenante è avvenuto durante la nostra prima vacanza, il primo anno in cui eravamo insieme. La problematica era già presente ma per tanti anni è stata poco capita e mal gestita.
Questo evento scatenante ha portato un’infinità di dottori, di visite mediche e qualche intervento chirurgico (di dubbio successo). Si è entrati in un vortice senza via di uscita, nel quale, invece di trovare sollievo, si andava sempre più giù. La situazione, con il passare del tempo, non è mai migliorata.
Quel dolore, a furia di martellare, non è più stato un dolore solo fisico ma è diventato un dolore anche psicologico. Perché se stai male fisicamente, tutto il tuo mondo e la percezione che hai della tua vita cambia. Impari a leggere la realtà che ti circonda con altri occhi, non con gli occhi della speranza ma con gli occhi della disperazione. L’unica cosa che vuoi veramente è stare bene, l’unica cosa che vuoi fare è uscirne in qualche modo, a tutti i costi. Sei totalmente schiavo del tuo dolore che diventa un compagno di vita, un’ombra nera che sta sempre lì con te, giorno dopo giorno. Non riesci a vedere il tuo futuro, ad avere dei progetti perché, nel tuo futuro, vedi solo dolore.
La domanda che più di tutte mi veniva fatta era: “E. ma alla fine starò bene? Ma questo è il percorso giusto? Ma ne uscirò?” Io mi ritrovavo a dire di si ma dentro di me ero la prima a non esserne convinta. Perché anche io, come lui, ero dentro la spirale del dolore, e anche io, come lui, non sapevo come gestire gli eventi e la situazione e spesso avevo come la sensazione che veramente non ci fosse via di uscita. Nonostante tutto, si provava comunque a vivere di piccole speranze “perché oggi sono stato meglio”.
In questi anni, entrambi abbiamo provato a portare avanti la nostra vita come potevamo. Io dopo la laurea ho cominciato a lavorare, un lavoro che mi porta a stare cinque giorni a settimana, dalla mattina alla sera, fuori casa (spesso fuori Roma, a volte su altri fusi orari). Io andavo a lavorare e mi sentivo in colpa per non essere presente alle visite mediche. A volte, mentre ero a lavoro, mi chiamava perché si sentiva male e io ero costretta a dirgli che, in quel momento, non potevo parlare. A volte, presa da me stessa, qualche visita me la sono pure scordata, perché era un continuo di dottori e non sempre riuscivo a ricordarmi tutto.
A volte di quel dolore non ne potevo proprio più, volevo solo che scomparisse e come lui, anche io sono arrivata ad esserne sopraffatta. Perché, dopo il mio lavoro, cominciava il momento del dolore, anche io ero chiamata ad affrontarlo giorno dopo giorno. Il tempo libero non era mai veramente libero, era il dolore a decidere cosa si poteva fare. Il dolore decideva anche cosa lui (e quindi io) potevamo mangiare.
Nessuno ti insegna quale sia il modo migliore per stare accanto ad una persona che soffre di dolore cronico, non è una cosa che impari sui libri di scuola. Nessuno ti insegna a quanta parte di te è giusto che tu rinunci per aiutare l’altro a rimanere a galla. Nessuno ti insegna a quanta parte di te invece non puoi rinunciare, perché in qualche modo, la tua vita la devi portare avanti. Perché il dolore non può fermare te, l’altro e il mondo.
Una delle cose che mi ha sempre mandato “ai matti” è stata la mia totale impotenza davanti a quel dolore. Sono una persona pratica, davanti ai problemi voglio trovare una soluzione. Quel dolore però mi ha completamente immobilizzato, io non avevo alcun potere e non ero in grado di fare nulla.
A volte ho fatto finta che quel dolore non ci fosse, che non esistesse realmente perché la voragine del dolore è scura e profonda e fa troppo male anche solo guardarla. Quando dormivo da sola, mi ritrovavo spesso a pensare a quel dolore e vedevo solo un grande buco nero. Avvertivo la sofferenza dell’altro, la sentivo sotto la mia pelle come un brivido ghiacciato. Quel brivido era così forte, nero e profondo che cercavo di eliminare subito quell’immagine dalla mia testa, non poteva essere vero, non doveva essere vero. Quando dormivamo insieme, a volte mi mettevo ad osservare l’altro, il suo profilo. Mi sembrava che l’unico momento di pace che gli fosse concesso era quando riusciva a dormire.
Il dolore è doloroso da accettare. Ti costringe a subire in silenzio e in quel subire non c’è giustizia. Spesso mi chiedeva: “E. ma perché è capitato proprio a me?” e io che ho sempre una risposta per tutto, rimanevo a bocca aperta, non riuscendo a dire niente. Ho assistito impotente alla degenerazione dell’altro nel fisico e nei pensieri, alla mia degenerazione, alla degenerazione dei nostri sogni.
Nell’ultimo periodo passato insieme ho provato, nel mio piccolo, ad aiutare in modo “pratico”, ero stanca, logora e arrabbiata con quel dolore. Avevo cercato di costruire un dialogo utile con i suoi medici e i suoi parenti, volevo dare vita ad una “rete umana di protezione” perché io non potevo essere sempre presente e volevo delle risposte valide e concrete, non si poteva continuare a soffrire in quel modo.
Mentre lui soffriva e io e la sua famiglia con lui, tutti i suoi medici gli dicevano, che, nonostante il dolore provato, non poteva rinunciare a se stesso e non poteva lasciarsi andare. Doveva sforzarsi di mantenere la sua normalità fatta di abitudini e di cose che gli piaceva fare. Io ero d’accordo con questa visione, bisognava sempre combattere ed essere più forti di quel dolore. Però mi rendevo conto che, ad un ragazzo che si sveglia la mattina e che non sa come andrà la sua giornata perché “anche stanotte non ho dormito, mi ha fatto molto male”, come fai a dirgli di continuare a fare quello che ha sempre fatto? Glielo dici comunque ma ci credi poco anche tu.
Del suo dolore se n’è sempre parlato in modo “pratico” ma non abbiamo mai avuto il coraggio di parlare del mio rapporto con il suo dolore e del suo rapporto con il suo dolore. Forse, semplicemente, non ne abbiamo mai parlato perché quando le cose le dici ad alta voce, le rendi reali e dalla realtà non c’è via di fuga. Forse, semplicemente, ne eravamo terrorizzati entrambi.
Mi ricordo che negli ultimi mesi passati insieme, spesso mi diceva che gli animali, quando soffrono così, vengono soppressi. Io gli rispondevo che, per amore, se proprio non se ne fosse usciti in alcun modo, sarei stata disposta a portarlo in Svizzera. Lo avrei fatto veramente, lo avrei portato in Svizzera perché il dolore fisico e cronico ti consuma l’anima e il corpo e vivere così è disumano.

*Ringrazio Stardust Mamy per avermi aiutato a tirar fuori tutto questo.
P.S. Aggiungo anche il link al blog di Alina che ha tanto da insegnare.