Four Dimensions.

C’è un mondo che nascondo anche a me stessa, fatto di un intensa fragilità. A volte è molto difficile comprendermi e lasciarmi comprendere perché risulto ambivalente, contorta, biunivoca e contraddittoria. Riesco ad essere di tutto, eppure a volte non riesco ad essere niente o non riesco ad essere quella che vorrei essere. Chi lo ha detto che la fragilità è una cosa da cui scappare e di cui vergognarsi? Chi lo ha detto che è la forza una cosa di cui andare fieri? E poi, cosa vuol dire fragilità o cosa vuol dire forza? Sono solo delle etichette, che cominciano con la stessa lettera ma in quanto etichette sono qualcosa di vacuo e intangibile. Forse la mia forza è sempre stata quella di considerarmi meno di quello che in parte sono. Considerandomi meno riesco a stupirmi di me stessa e a riscoprirmi migliore di quella che credevo. In qualche modo sottovalutarmi porta poi a rivalutarmi.
Che poi tutto questo fa nascere un quesito: che vuol dire non essere stati all’altezza delle situazioni? Non c’è un modo di comportarsi giusto o sbagliato. Allora, di conseguenza, tutto assume i toni della relatività e tutto forse diventa concesso.
Visto che però non siamo in grado di vivere nella relatività assoluta ci costringiamo ad incastrarci in convenzioni ed aspettative e sono proprio queste a distruggerci. Pensiamo che le convenzioni ci aiuteranno a semplificare la nostra complessità non rendendoci conto che in realtà, per rispondere alle convenzioni e alle aspettative auto-imposte, perdiamo la nostra essenza composta dalle nostre reali volontà.
Le aspettative auto-imposte, a loro volta, ci forzano a chiuderci in un inganno se non ci sentiamo all’altezza delle cose perché il mondo ci impone di essere sempre all’altezza di quello che ci circonda. In questo modo finiamo all’interno di un circolo vizioso contorto e apparentemente senza fine nel quale perdiamo completamente di vista la verità delle cose.
L’unico modo per uscire dalle trappole delle aspettative auto-imposte penso che sia quello di sforzarci e di raccontare sempre a noi stessi la verità delle cose anche là dove è troppo doloroso farlo e anche là dove il fallimento ci è sembrato troppo grande. Perché, in fondo, anche il fallimento è una convenzione, una nostra chiusura, una nostra interpretazione della realtà. Il fallimento non dovrebbe rappresentare una sconfitta ma una lezione di vita. Il fallimento è fisiologico nella vita di ognuno di noi e rappresenta un grande punto di forza, il fallimento se lo si accoglie positivamente è presa di coscienza, è lucidità della cose. Quello che appare negativo in qualche modo è sempre positivo. Percepire il negativo in modo negativo non ci arricchisce ma ci logora. Percepire invece anche quello che all’apparenza può sembrare negativo come positivo ci restituisce a nuova vita, ci fa rinascere in modi nuovi e inaspettati.
L’accettazione della verità rappresenta l’unica via per la pace interiore. L’accettazione della verità, qualunque essa sia, ci libera e ci assolve da tutto, anche da noi stessi.

“L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Emarb come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è. Cominci a capire?”
Harry ci pensò su. Poi disse lentamente: “Ci vediamo dentro quel che desideriamo… Le cose che vogliamo…”
“Si e no” disse Silente tranquillo. “Ci mostra né più né meno quello che bramiamo più profondamente e più disperatamente nel nostro cuore. Tu che non hai mai conosciuto i tuoi genitori, ti vedi circondato da tutta la famiglia. Ronald Weasley, che è sempre vissuto all’ombra dei suoi fratelli, si vede solo, come il migliore di tutti. E tuttavia questo Specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarcisi, rapiti da quello che avevano visto; e uomini che hanno perso il senno perché non sapevano se quello che mostrava fosse reale o anche solo possibile. Domani lo Specchio delle Emarb verrà portato in una nuova dimora, Harry e io ti chiedo di non cercarlo mai più. Se mai ti ci imbatterai di nuovo, sarai preparato. Ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”.
– Harry Potter e la pietra filosofale –

Threat of joy.

I’m gonna take my time to say…

Take my time today.

I’m gonna take what comes my way.

Ero nella doccia in una posizione strana cercando di riprendermi dal troppo vino rosso, avevo deciso che sarei diventata sommelier. Mentre cercavo di capire come sorreggere la testa troppo pesante mi ero ritrovata a pensare che in quei mesi ero rimasta del tutto fedele a me stessa, in perfetto equilibrio. Evidentemente, quando qualcuno mi aveva detto che ero pronta aveva ragione anche se inizialmente non avevo voluto crederci. Tendenzialmente, non mi sentivo mai del tutto completa, mi veniva difficile accettare l’idea di essere pronta. D’altronde però, guardando ai mesi passati, ero soddisfatta di me stessa e del mio percorso, il mio equilibrio non aveva mai vacillato. O meglio, per un attimo aveva vacillato rendendomi ridicola ma la stupidità è in tutti quanti noi, anche in me. Non avevo mai provato rabbia, non mi ero mai concentrata sull’altro ma solo su me stessa. Tutto quello che avevo cercato di raggiungere era la serenità delle cose, avevo solo voluto affrontare e distruggere quel dolore, niente di più. Quello che succedeva intorno a me non mi aveva mai colpita perché sapevo che io non c’entravo nulla e che non sarei mai c’entrata nulla. Ero stata strumentalizzata e messa al servizio dell’io altrui confuso e spaurito che cercava in tutti i modi di fuoriuscire da se stesso senza proiettarsi verso se stesso.
Mentre ballavo nella doccia, confusa dal vino e dal troppo liquore alla liquirizia, pensavo che se a te andava bene così, andava bene anche a me. Che se per te la mia assenza era molto più preziosa della mia presenza, chi ero io per dirti che non avevi ragione?
Ridendo di tutto questo continuavo a ballare sotto l’acqua che scorreva. Ridevo perché nonostante il dolore provato, non mi ero mai chiusa al mondo, neanche per un attimo. Quel dolore mi aveva fatto aprire ancora di più all’altro e alla vita ed ero pronta ad accogliere tutto quello che sarebbe arrivato. L’unica cosa che avrei rifiutato categoricamente erano gli scherni sotto qualsiasi forma, non avrei mai giocato e prestato il fianco alla meschinità delle cose.

“I’d really like to get to know you.”
“Why?”
“You are interesting. You don’t let things confuse you.”
“I’m not sure that’s true. I used to think I knew what life was about but I don’t have a clue.”
“Cherish that moment. When you realize you don’t know what life’s about. That’s truth.”
“You think you could ever be happy? If you had taken a left instead of right or went up instead of down, you would’ve been happy?”
“No.”
“Really?”
“You can’t control fate. It’s in your genes, can’t change that.”
“So whatever I do, whatever I did, I’d end up right back here?”
“Well, maybe not here but someplace like here. At the end of every fork there’s a cliff. Go ahead, take the road less traveled, but you still find that cliff.”
– The Good Wife –

Primavera.

In quei mesi c’era stato solo un profondo dolore, un dolore remoto e costante. Quel dolore però mi aveva consegnato una verità pura e innegabile: ero in grado di amare. Quante persone nella loro vita avevano avuto questo privilegio? Quante persone ne erano state all’altezza? Molto spesso ci si sceglie solo per compagnia. A me era stata concessa questa fortuna, avevo avuto questa gioia immensa. Sapevo  che tutto il bene e l’amore che avevo donato sarebbe rimasto lì per sempre scolpito al di là del tempo e dello spazio. Perché l’amore reale è così, supera qualsiasi cosa, permane nelle viscere più profonde di chi è stato in grado di accoglierlo. Il mio amore sarebbe rimasto lì cristallizzato dove era stato donato anche senza di me a custodirlo. Era questa l’unica eredità che lasciavo, la più grande che potessi lasciare.

“Ma allora perché Quirrell non poteva toccarmi?”
“Vedi, tua madre è morta per salvarti. Ora, se c’è una cosa che Voldemort non riesce a concepire, è l’amore. Non poteva capire che un amore potente come quello di tua madre lascia il segno: non una cicatrice, non un segno visibile… Essere stati amati così intensamente ci dà una sorta di protezione, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. E’ una cosa che ti resta dentro, nella pelle. Quirell, che avendo ceduto l’anima a Voldemort era pieno di odio, di brama e di ambizione e non poteva toccarti per questa ragione. Per lui era una tortura toccare una persona segnata da un marchio di tanta bontà”.
Harry Potter e la pietra filosofale

Fake plastic trees.

And if I could be who you wanted…

If I could be who you wanted…

All the time, all the time.

Ero finalmente tornata a correre all’alba a Villa B., mentre correvo mi dimenticavo di tutto, anche di me stessa. Quel giorno, mentre correvo aspettando un nuovo inizio avevo realizzato che ormai ero libera da tutto. Ero libera da tutto perché avevo capito che tu non saresti tornato da me. Tu stavi combattendo contro te stesso e contro il tuo dolore, tu avevi scelto te stesso tanto tempo fa e non potevi scegliere me. Io non sarei tornata da te perché non potevo rinunciare a me stessa per te e tu non eri disposto ad accettarmi e ad accogliermi per quella che ero.
Ad un certo punto sapevo che sarei venuta da te solo per dare l’estrema unzione a noi e che questo avrebbe concluso i miei vent’anni. Ero fatta così, combattevo con le unghie e con i denti fino alla fine ma poi ad un certo punto l’epifania chiamava. Sapevo che l’epifania mi avrebbe dato il coraggio di affrontare e di mettere da parte l’orgoglio e di questo ne sarei stata profondamente felice. L’epifania mi avrebbe dato l’opportunità di guardare tra qualche anno, a questo momento, e di provare profonda serenità. Di sapere che avevo fatto tutto quanto era in mio potere fare. L’epifania era una mia grande amica perché quando l’epifania chiamava io non potevo più fare niente era lei che faceva tutto. L’epifania portava tutto il passato via con lei e liberava la mente. L’epifania cancellava i pensieri e i ricordi. L’epifania ti avrebbe portato via e tu semplicemente non saresti più esistito. L’epifania era come un chirurgo, con minuzia e pazienza avrebbe portato via tutti i pezzi di te in me. Dopo l’epifania sarebbe poi arrivata l’indifferenza con tutta la sua dolcezza.
Quello che avevi cercato in me non era affetto ma condiscendenza e ora ne avevi quanta ne volevi, eri circondato dalla condiscendenza. Avevi ragione, da me non l’avresti avuta perché non ero una persona accondiscendente. Perché la condiscendenza era dolce e confortante ma alla lunga la condiscendenza era solo deleteria. La condiscendenza non dava evoluzione ma solo immobilismo e staticità delle cose.
Avrei fatto di tutto per te ma tu avevi fatto le tue scelte e non avevi scelto me. Avevi scelto chi non ti capiva fino in fondo, chi si accontentava delle tue parole quando tu eri molto più delle tue parole, tu eri tutto il tuo non detto perché non parlavi mai di te.
Arrivati a questo punto, avresti potuto dirmi che ero io quella che non aveva voglia di affrontare le ragioni del fallimento perché questo avrebbe voluto dire affrontare se stessi. Avresti potuto dirmi che tutto quello che avevo scritto in questi mesi non aveva alcun senso ma poco sarebbe importato. Sarebbe importato poco perché tutto quello che avevo scritto, l’avevo scritto per me. Tutto quello che avevo scritto era un modo per esorcizzare la fine ultima che sarebbe caduta su di noi e che avrei sancito con il nostro ultimo incontro. Quando sarei stata pronta a tornare da te era perché sarei stata pronta ad andare via, per sempre, da te.

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore.